Senza lavoro e senza ambiente, lo sciopero dell’Italia invisibile

[12 dicembre 2014]

Lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil sta scuotendo il Paese dalle principali piazze e strade di tutt’Italia. I due cuori pulsanti della protesta sono Roma e Torino, e nella città della Mole stanno sfilando almeno 30mila persone. Susanna Camusso, leader Cgil, dalla città che in altri tempi era sinonimo di Fiat e industria si mostra soddisfatta: i primi dati di adesione allo sciopero raccolti finora dal sindacato «sono molto positivi», e segnano un malcontento diffuso nel Paese per le scelte portate avanti dal governo Renzi.

Lo sciopero, innestato dal Jobs Act, dalla legge di Stabilità e dalle politiche economiche portate avanti dall’esecutivo con un continuo muro contro muro, sta sortendo l’effetto voluto. Le conseguenze concrete si potranno pesare solamente nei prossimi giorni, ma il messaggio è netto: «Oggi fermiamo l’Italia per farla ripartire nella direzione giusta», dichiara dalle piazze di Roma il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo.

Oggi è il giorno della protesta, ed è giusto che sia così, ma c’è da chiedersi se sia davvero così chiaro qual è la «direzione giusta» per un nuovo sviluppo italiano. L’Agenda ambientalista per la ri-conversione ecologica del Paese, un documento presentato ieri al governo dalle 16 associazioni ambientaliste più importanti d’Italia, non è neanche riuscita a conquistarsi due righe sui principali quotidiani nazionali. Si tratta di una proposta coi suoi difetti, che non abbiamo nascosto, ma certamente propositiva. In tutta risposta si è scelto d’imboccare la via del silenzio.

Eppure già oggi, come documentato nel Rapporto GreenItaly 2014, l’Italia deve alla green economy 101 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 10,2% dell’economia nazionale, e più di 3 milioni di lavori verdi. Semi di futuro piantati nel nostro presente, che chiedono solo di essere innaffiati per crescere e risollevare il Paese. Lavoro e ambiente sono il binomio inscindibile da valorizzare per percorrere la strada dello sviluppo, che oggi – se vero – può essere solo sostenibile, e a tutto tondo. I 4 punti chiave per la lotta ai cambiamenti climatici messi a punto dal network degli enti di ricerca dei paesi del G8 sulle Low Carbon Societies, saranno presentati oggi a Lima, in Perù, dagli italiani dell’Enea. E parlano chiaro. «L’uso delle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica  sono condizioni necessarie ma non sufficienti per la transizione verso una società a bassa emissione di anidride carbonica – spiegano gli esperti Enea Natale Massimo Caminiti e Sergio La Motta – È necessario inquadrare il problema nel contesto più generale dello sviluppo sostenibile, in particolare curare gli aspetti relativi al miglioramento dell’efficienza nell’uso delle risorse, sia nel settore industriale  che in quello della gestione dei territori e delle città. Il passaggio da un’economia lineare a una “circolare” è fondamentale per una transizione low carbon».

Sarebbe stato bello che questi temi, queste proposte, avessero trovato posto nei cortei di oggi, per urlare che una via d’uscita dalla crisi non è utopia, c’è già e chiede una chance. Lavoro e ambiente rimangono invece troppo spesso separati da compartimenti stagni, loro malgrado contrapposti. E anche oggi è andata così. È toccato ad altri sfilare per le strade in difesa del Pianeta, e di tutti noi che lo abitiamo.

Lima, la capitale del Perù, ieri ha visto riempirsi da una determinata moltitudine. La Cop20, la conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, sta per concludersi e i risultati ancora una volta latitano, allontanati da miopi interessi. Cittadini, indigeni e sindacati uniti, con un obiettivo comune. Simona Fabiani, responsabile ambiente e territorio della Cgil (sì, in piazza c’erano anche rappresentanti del sindacato italiano) ci comunica il suo entusiasmo da Lima: «Alla marcia c’erano 20mila persone, di cui moltissimi con i sindacati. È stato bellissimo». E noi per raccontare lo sciopero italiano di oggi scegliamo la via del paradosso, di quello che non c’è. Pubblichiamo le foto delle piazze peruviane che, anche se non lo sanno, chiedono la stessa cosa di quelle italiane: un nuovo modello di sviluppo, più giusto e sostenibile. È finito il tempo degli eroi dei due mondi, tocca a ognuno di noi fare da filo conduttore per riuscire a unirli. Perché è questa la speranza che c’è rimasta. E non è da poco; parafrasando Marcie Johnson, occhialuta bambina dei Penauts, non possiamo che continuare a lottare: «Non ti preoccupare del fatto che il mondo possa finire oggi. In Perù è già domani».