Scoraggianti i risultati della nuova indagine Isfol-Piaac sulle competenze degli adulti (16-65enni)

Analfabetismo, nuovo triste primato italiano

Vittoria Gallina: «Disastro Neet e va sprecato il patrimonio culturale delle donne»

[8 ottobre 2013]

Leggere, scrivere e saper far di conto: le chiavi in grado di liberare dai lacci dell’analfabetismo un tempo ci si aspettava potessero anche aprire le porte di una carriera lavorativa soddisfacente, frutto di un’educazione adeguata. Il livello delle competenze richieste aumenta col passare degli anni, ma il problema è che l’Italia continua a registrare performance da ultima della classe. I risultati della nuova indagine Isfol-Piaac sulle competenze degli adulti (16-65enni) italiani sono scoraggianti.

Come si legge all’interno dello studio, nelle «competenze alfabetiche (literacy) il punteggio medio degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni è pari a 250, punteggio significativamente inferiore rispetto alla media OCSE dei Paesi partecipanti all’indagine (273 punti); nelle competenze matematiche (numeracy) il punteggio medio degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni è pari a 247, punteggio significativamente inferiore rispetto alla media OCSE dei Paesi partecipanti all’indagine (269 punti)».

Ricordiamo qui che la scala della valutazione adottata è composta da 5 scalini, e il livello 3 sia quello che certifica in un cittadino la presenza di competenze di interagire in modo efficace nei contesti di vita e di lavoro. Si tratta, in sostanza, del livello minimo, della sufficienza.

Ebbene, gli italiani «si collocano in maggioranza al livello 2 sia nella literacy (42,3%) che nella numeracy (39,0%), mentre il livello 3 o superiore è raggiunto dal 29,8% della popolazione in literacy e dal 28,9% in numeracy, mentre i più bassi livelli di performance (livello 1 o inferiore) vengono raggiunti dal 27,9% della popolazione in literacy e dal 31,9% in numeracy». Dunque, più del 70% della popolazione italiana rientra ancora oggi (le rilevazioni, promosse dall’Ocse, sono state svolte nel 2011-2012, ndr) nei limiti di quello che viene classificato come vero analfabetismo, l’analfabetismo funzionale (che ricomprende quei casi in cui un percorso scolastico è stato portato avanti, ma la capacità di utilizzare gli strumenti appresi rimane molto ridotta).

Quali sono le principali novità rispetto alle passate analisi sul campo, che già certificavano l’emergenza? Come sottolinea Vittoria Gallina – l’esperta di educazione in età adulta e di processi di Life Long Learning che fa parte del think tank di greenreport.it – diminuisce «la quota di popolazione che rientra nel livello 1, ma siamo ultimi per quanto riguarda la classifica di literacy e penultimi, dopo la Spagna, per quanto riguarda la numeracy». Questa di Isfol-Piaac è anche la prima indagine che affronta in modo specifico «le competenze dei Neet (giovani fino a 29 anni che né studiano né lavorano, ndr), e questo è tristemente interessante perché da quello che si vede le loro competenze sono più limitate rispetto a quelle dei coetanei inseriti in un contesto lavorativo o di studio».

Parallelamente, una simile riflessione è possibile farla anche per le donne. Le ragazze registrano in media risultati uguali o migliori rispetto ai maschi, sia in literacy che numeracy, e vale ovviamente anche per le giovani disoccupate. «Questo ci pone di fronte un grosso problema – osserva Gallina – le donne presentano un patrimonio culturale significativo, che noi però non siamo capaci di far fruttare bene. Le donne in particolare vengono spesso occupate senza che il loro potenziale di maggiori competenze venga usato fino in fondo». E, come si sottolinea nello studio Isfol-Piaac, le competenze non esercitate nel tempo vanno progressivamente a perdersi.

Come l’Italia possa pensare di risollevarsi dalla sua condizione economicamente (e ancor prima socialmente) prostrata senza ripartire dal costruirsi quelle solide basi educative che ancora le mancano rimane un mistero. Anzi, assume sempre di più l’immagine di una certa disfatta. Le potenzialità di quella che dovrà essere l’economia del XXI secolo, la green economy, sono dispiegabili soltanto in un contesto dove il capitale umano è adeguatamente formato per cavalcare l’onda di innovazione e responsabilità che l’economia verde comporta. Con tali deficit educativi non soltanto la nostra economia, ma anche la nostra democrazia continuano a essere azzoppate.

Significativamente, i Paesi che si collocano sopra la media OCSE sono Giappone, Finlandia, Paesi Bassi, Australia, Svezia, Norvegia, Estonia e Belgio, che collocano la popolazione di appartenenza al livello 3 (comunque, soltanto la sufficienza!). Curiosamente, tra i Paesi che si collocano che si collocano significativamente al di sotto della media troviamo anche alcuni campioni della modernità: Danimarca, Germania, Stati Uniti, Austria, Cipro, Polonia, Irlanda, Francia, Spagna e Italia, la cui popolazione si colloca al livello 2. Se per imbastire un nuovo periodo di successi per la storia italiana si ripete continuamente che dobbiamo recuperare in competitività con l’estero, lo studio Isfol-Piaac ci dice proprio che l’educazione è il primo fattore su quale puntare per raggiungere un vantaggio comparato rispetto ai nostri diretti (e anche illustri) concorrenti. Ora che il quadro (per l’ennesima volta) è stato tracciato non resta che agire. Senza competenza, infatti, come può esserci competitività? E non parliamo della sostenibilità…