Riceviamo e pubblichiamo

Ancora sulla legge toscana sul governo del territorio

[11 dicembre 2013]

La lunga dissertazione del prof. Morisi stimola delle  riflessioni. Affidarle alle pagine del giornale può essere un contributo ad una diversa consapevolezza circa le problematicità da affrontare con la  nuova legge urbanistica e la fatica di governare traendo sintesi politiche dai fermenti sociali e culturali.

Nessuno, credo, neghi  che sia “cruciale per il territorio toscano e per il suo paesaggio, il quesito che rozzamente possiamo riassumere così: dove comincia e finisce la “città”? Dove comincia la “campagna”? C’è una linea che abbia il coraggio culturale e strategico di una simile demarcazione per stabilire nuove e ordinate connessioni? Dove e come tracciarla? E’ una scelta normativa essenziale, perché senza quella linea non c’è “Toscana” e non c’è paesaggio e non c’è sviluppo. C’è un’ibridazione con altri paesaggi sociali tra i quali quello toscano deve poter non trascolorare e mantenere la piena riconoscibilità delle proprie città e delle proprie campagne. E’ questo il genere di sfide che il legislatore toscano è chiamato a non rimuovere né ad affidare a frammentarie transazioni, se vuole ribadire il senso stesso della sua autorità istituzionale”

Altrettanto, però, credo si debba convenire che è legittimo discutere, riflettere, anche criticare, se vogliamo, quella certa “rozzezza”, perché poi nella redazione di un piano urbanistico può non essere semplice, o possibile, per esempio, praticare recupero e rigenerazione senza disporre di un piccolo tesoretto di aree inedificate, all’interno dell’insediamento, o al suo margine, che possono concorrere a riordinare l’orditura di strade e spazi pubblici, a riconfigurare l’organizzazione tipo -morfologica degli insediamenti, anche senza aumentare le quantità edificate esistenti. E’ una banale osservazione, magari frutto di una lettura un po’ affrettata della proposta di legge, ma poiché abbiamo ascoltato già osservazioni similari non credo sia azione lobbistica proporre un chiarimento, una riflessione.

Ciò detto, l’intervento del prof. Morisi induce anche riflessioni più generali e non scontate o semplificate. Laddove si critica centri storici  trasformati in meri luoghi di loisir commerciale, di affannose ricerche di aree industriali, di insussistenza di pianificazione territoriale dei comuni al di là di pulsioni su territori costieri e insulari, più che una critica alla legge 1 al suo mancato passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sembra una radicale critica di esperienze politiche ed amministrative, tutto sommato omogenee che hanno caratterizzato questa regione, che, al di là della sua legittimità e consistenza, mette in discussione tanto di più della legge. Si potrebbe dire una esperienza, una cultura, politica e non senza qualche complicazione.

Infine la questione delle lobbies ed in particolare di quella rappresentata dagli ordini professionali. La lunga dissertazione sulla legittimità delle attività di lobbing, sulla relazione tra lobbing e processo partecipativo, è una “lectio magistralis”, ma forse è eccessiva se si asserisce che, se  gli ordini rappresentano dei punti di vista, li offrono al confronto (la loro espressione, ovviamente  è di parte), sono fuori dalla democrazia partecipativa. Anche perché, tralasciando la forza rappresentativa, quantomeno numerica, di iscritti, che hanno, un punto di vista è tale e di parte anche qualora rappresentato da un’altra qualsivoglia associazione per qualunque finalità costituita. A meno di non sostenere che gli ordini sono altra cosa nell’ordinamento (una strana magistratura di autogoverno di alcune fattispecie di regolamentazione delle professioni), sono altra cosa da un sindacato o da una associazione di categoria. Cosa in parte vera, perché al sindacato, ad una associazione di categoria come Confindustria o CNA si aderisce spontaneamente, mentre all’ordine ci si iscrive obbligatoriamente per esercitare la professione, ma sarebbe allora legittimo  domandarsi e per certi versi criticare perché il sindacato o le categorie non abbiano mai pensato a rappresentare anche la categoria delle libere professioni, e sarebbe sicuramente una riflessione non banale da fare. Allora, consenta il prof. Morisi, dovrebbe essere chiarito “cui prodest” la lunga dissertazione sulle lobbies, perché altrimenti potrebbe apparire come il tentativo di riduzione di un punto di vista (ma poi sarà tale ed unitario come dipinto?) ad un avversario o nemico e questo appare forse un po’ troppo.

Ovviamente le considerazioni esposte possono essere frutto di una lettura sbagliata, ma il gusto della partecipazione democratica, le impone, anche per il piacere di imparare.

di Mauro Parigi