Arrivano i nostri! Elio con Survival International contro il falso “sviluppo” sostenibile

Anche l’Italia complice del disastro ambientale e umanitario della valle dell’Omo in Etiopia

[9 maggio 2014]

Per denunciare la distruzione dei popoli indigeni del mondo, spesso operata nel nome dello “sviluppo”, Survival International ha diffuso un ironico e provocatorio catone animato – Arrivano i nostri -, che in Italia ha la voce narrante di Elio.

In soli due minuti, il brillante cartoon  smonta lo “sviluppismo” e  spiega come in m nome dello sviluppo si può privare popoli indigeni autosufficienti delle loro terre, delle loro risorse e della loro dignità, trasformandoli in mendicanti.

Il cartone è basato sull’ omonimo fumetto di Oren Ginzburg, già pubblicato da Survival, e con illustrazioni molto belle ed un umorismo tagliente «Racconta l’arrivo di alcuni “esperti” in una immaginaria comunità della foresta, che rapidamente si ritroverà senza più nulla, ai margini di una baraccopoli – dicono a Survival – Messaggio cardine del cortometraggio è quello che i popoli indigeni sanno decidere da soli cos’è meglio per loro stessi, e che l’imposizione di certe forme di sviluppo può finire solo col distruggerli». Come ha detto il boscimane Roy Sesana, «Che razza di progresso è quello che ti fa vivere meno di prima?».

Survival spiega che «Arrivano i nostri si ispira a storie reali. In India, in Etiopia, in Canada e in altre parti del mondo, l’imposizione dello “sviluppo” ai popoli indigeni continua ancora oggi, con conseguenze devastanti».

Proprio in questi giorni l’Ong internazionale che difende i diritti dei popoli autoctoni ha lanciato una campagna che riguarda direttamente l’Italia ed i suoi rapporti politici ed economici con l’Africa: «Il  governo etiope, sta sfrattando e reinsediando a forza oltre 200.000 indigeni della bassa valle dell’Omo, con l’obiettivo dichiarato di dare loro una “vita moderna”. I diritti delle tribù alla consultazione a al libero, prioritario e informato consenso – sanciti dalla Dichiarazione Onu  sui popoli indigeni, dalla legge internazionale e anche dalla stessa Costituzione etiope – sono brutalmente ignorati».

In Etiopia è in corso un’enorme e violenta operazioni di land grabbing  e migliaia di persone sono ridotte alla fame e alla disperazione, un Mursi, una delle etnie che popolano la valle dell’Omo, ha detto a Survival: «Stiamo aspettando di morire. In molti denunciano intimidazioni, stupri, percosse, torture e arresti arbitrari contro chi resiste al trasferimento. Survival duce che «le terre tribali sono state spianate per consentire lo sviluppo di vaste piantagioni di cotone, palma da olio e canna da zucchero. Le mandrie degli indigeni sono state confiscate, i granai distrutti, e alle comunità è stato intimato di abbandonare case e villaggi per trasferirsi in campi di reinsediamento governativi». E le nostre tasse potrebbero essere usate per sostenere queste atrocità. 

L’Etiopia è una ex colonia italiana e la nostra  Cooperazione mantiene da anni un rapporto privilegiato con quel Paese, che recentemente è stata riconfermato  come uno dei paesi prioritari per il triennio 2013-2015, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente. Per questo Survival sta sollecitando i suoi sostenitori e tutti i cittadini italiani ad inviare un appello al vice-ministro degli esteri Lapo Pistelli (pistelli_l@camera.it) ed al Direttore generale della Cooperazione,  Giampaolo Cantini (dgcs.segreteriadg@esteri.it).

Ecco il testo:

«Sono estremamente preoccupato perché il governo etiope sta sfrattando e reinsediando con la forza migliaia di indigeni che, in  un paese famoso per le sue carestie e siccità, sono stati sino ad oggi largamente autosufficienti; tra di essi i Mursi, i Kwegu e i Bodi. Molti di loro sono stati lasciati senza terra, senza bestiame né risorse. I membri delle tribù non sono più in grado di auto-sostentarsi e affermano di non poter far altro che “aspettare di morire”.

Il governo si giustifica affermando che il progetto porterà alle tribù una “vita moderna” e garantirà loro servizi sanitari ed educativi. Ma i beneficiari di questo presunto “sviluppo” vengono arrestati, picchiati e violentati; i loro granai vengono distrutti per costringerli a rinunciare alle loro terre, ai mezzi di sostentamento e ai loro stili di vita. La storia dimostra ampiamente che chi è sfrattato e costretto a reinsediarsi contro la propria volontà, finisce inesorabilmente per soffrire un peggioramento di vita sotto ogni punto di vista: fisico, economico e psicologico.

Il governo etiope sta alimentando un’autentica catastrofe umanitaria, verso cui la preoccupazione internazionale continua a crescere. Ciò nonostante, l’Etiopia resta uno dei principali destinatari dei nostri aiuti secondo un Programma paese 2013-2015 allineato al programma governativo etiope detto Growth and Transformation Plan che ironicamente prevede “la costruzione di uno stabile stato democratico e orientato allo sviluppo sostenibile”. Vi chiedo fermamente di prendere misure atte a garantire che i soldi dei contribuenti italiani non siano utilizzati in alcun modo, direttamente o indirettamente, per sostenere lo sfratto e il reinsediamento forzato dei popoli della valle dell’Omo. Ma vi sollecito anche, più in generale, a porre delle condizioni all’erogazione di tutti gli aiuti erogati all’Etiopia, ovvero la cessazione di queste devastanti politiche e delle loro conseguenti violazioni dei diritti umani. Recentemente lo ha fatto il Congresso americano nella Omnibus Appropriations Bill 2014, e alcuni parlamentari europei stanno interrogando l’Unione Europea sollecitando misure analoghe. Per favore, agite subito: se i più importanti donatori all’Etiopia prenderanno posizione, il governo etiope sarà costretto ad ascoltare».

Secondo Francesca Casella, direttrice di Survival Italia, «i popoli indigeni sono perfettamente in grado di valutare e decidere da soli quale direzione dare al proprio sviluppo. Interferire nelle loro vite ‘per il loro bene’, senza il loro consenso, è una presunzione razzista e devastante. La storia dimostra ampiamente che chi viene sfrattato e costretto a cambiare stile di vita contro la propria volontà finisce inesorabilmente per soffrire un peggioramento sotto ogni punto di vista: fisico, economico e psicologico. Governi e società non possono accampare alibi».

Ma è sul criterio di sviluppo “sostenibile” imposto a popolazioni autoctone che vivono in pace ed armonia con la natura che la campagna di Survival è sempre più pressante. Davi Kopenawa un indio che lavora per l’Ong sottolinea: «Non è che gli Yanomami rifiutino il progresso o che non vogliano le cose che hanno i Bianchi. Vogliamo solo avere la possibilità di scegliere, senza essere costretti a cambiare a tutti i costi, volenti o nolenti». Stephen Corry, direttore generale di Survival, conclude: «Portare lo “sviluppo” ai popoli tribali contro la loro volontà è un’abitudine antica. Risale all’epoca coloniale e giunge fino ai giorni nostri camuffata negli eufemismi del “politically correct”. Il suo obiettivo è però sempre lo stesso: permettere a qualcuno di appropriarsi delle terre e delle risorse altrui».