Oggi sono le nostre fantasie i valori in campo nel mondo dell’economia

Basta eroi, è nella psicologia l’arma per sconfiggere la crisi. Luigi Zoja a greenreport.it

Il grande psicanalista: «Abbiamo bisogno di atti coraggiosi e ragionevoli». E più consapevolezza individuale

[16 dicembre 2013]

Luigi Zoja, nel suo ultimo libro sostiene che l’utopia è un bisogno primario dell’animo umano, e torna a manifestarsi nel XXI secolo radunandosi attorno ai problemi ambientali. A vedere l’esito dell’ultima conferenza Onu sul clima sembra che non riesca però a scaldare abbastanza gli animi dei politici, né degli elettori.

«La verità bisogna dirla, ma senza spegnere la speranza. Non ho seguito molto da vicino quest’ultima Cop, ma ci sono ancora dei margini di manovra e non possiamo essere scoraggianti. Tutto in politica e in economia è psicologia, e sarà sempre più così: l’economia prima era maggiormente legata a fatti “solidi”, mentre adesso i principali valori in campo sono le valutazioni della nostra fantasie, le nostre aspettative sul futuro.

Abbiamo sempre più responsabilità, e non possiamo permetterci di fare del pessimismo. E’ fortemente probabile che dei seri interventi politici sul clima possano entrare in vigore solo dopo ripetute e crescenti catastrofi: dobbiamo dire questa verità, ma al tempo stesso stimolare coloro che hanno ancora forza, integrità e onestà. Camminare sul filo sospeso, ecco qual è il nostro compito».

Andando in cerca di esempi positivi, lei cita la Pacha mama sudamericana, le Costituzioni ambientaliste di Ecuador e Bolivia. Ma proprio in quest’ultimo Paese si guarda ora al nucleare, e in entrambi  la deforestazione è oggi ai massimi livelli. Siamo ancora una volta senza eroi da seguire?

«Più che di eroi abbiamo bisogno di ragionevolezza: di atti coraggiosi e ragionevoli. Comunque, vedo ancora in questi paesi una differenza, un governo che si occupa dei problemi dello stato e non solo degli interessi della casta dominante. Nonostante tutto, visitando l’Ecuador ho visto molti intellettuali su posizioni critiche verso il governo, e lo stesso accade in Venezuela: i loro presidenti sono in effetti anche molto populisti, e nell’esercitare il loro potere talvolta ne travalicano i limiti.

Nel mio Utopie minimaliste mi sono limitato a citare le costituzioni di questi due Paesi, che contengono sicuramente esempi positivi per quanto riguarda l’ambiente, facendo emergere la natura più profonda di queste realtà. Pensi che il teologo Leonardo Boff mi ha raccontato quanto lo stesso presidente Evo Morales sia al tempo stesso un politico del XXI secolo ma anche un uomo coerente con la sua cultura india: quando è troppo angosciato su gravi decisioni da prendere non si limita e valutare i dati economici e scientifici si mette in meditazione e cerca di parlare coi propri antenati, oppure aspetta un sogno che gli dia un’ispirazione. Lo trovo un aneddoto molto affascinante».

I temi ambientali riescono solitamente a emergere solo  quando sono gridati – in caso di catastrofi – o eccessivamente semplificati in slogan (come nel caso dei rifiuti zero). Per lo sviluppo sostenibile pensa rimanga una strada tra emozione e razionalità da percorrere?

«Anche se non conosco il tema dei rifiuti zero, è vero che per la spazzatura si utilizza spesso il verbo rimozione, come accade in psicanalisi quando una persona si rifiuta di pensare una verità e dunque la rimuove. In ogni caso, secondo me è necessario e possibile cercare un equilibrio una via tra emozione e razionalità: se non credessi a questo non avrei potuto fare figli, mentre ne ho tre.

Gli obiettivi che ci si possono dare per fermare la degenerazione climatica e ambientale sono tutti realisticamente raggiungibili e alla portata delle nostre tecnologie. Il problema è che l’essere umano non è né ragionevole né razionale, e all’interno della politica la percentuale di populisti – che sono sostanzialmente coloro che badano solo a venire in contro alle tue aspettative di breve termine – non fa che crescere dappertutto: questo a me fa molta paura».

Psicologicamente, come crede reagirebbe oggi un uomo – o una società – cui si ammettesse esplicitamente che l’obiettivo cui tendere non è la crescita economica ma uno stato stazionario, un diverso modo di vivere il benessere che distingua tra necessità e bisogni?

«La crescita delle distanze economiche che si sta creando tra chi ce l’ha fatta e chi no, col continuo assottigliamento del ceto medio, crea un gruppo ristretto di persone con enormi privilegi e una grande massa di persone svantaggiate (o che si sentono svantaggiate, il che non è sempre la stessa cosa). Già 20 o 30 anni fa una delle prime risposte ai limiti della crescita era appunto la risposta della crescita zero. Siamo poi passati con Latouche allo slogan della decrescita, una formula mio parere abbastanza infelice perché viene interpretata come una filosofie di rinunce. Ritengo che trovare un equilibrio che sia possibile, ma materialmente molto difficile, e in paesi come l’Italia lo è ancora di più. Il centro e il nord Europa sono ancora delle isole di benessere psicologico, dove sarebbe possibile intavolare dei discorsi ragionevoli. Da noi non è così, e credo neanche negli Stati Uniti».

Ma in Italia o altrove, togliendo la crescita economica e del benessere materiale come obiettivo di vita non verrebbe a mancare qualcosa nella psicologia dell’individuo?

«Per evitarlo occorre intervenire favorendo una diversa distribuzione della ricchezza all’interno dell’economia, privata e pubblica. La ridistribuzione potrebbe fare molto: con più uguaglianza l’obiettivo della crescita sarebbe meno prioritario. Ma il dibattito politico non si sta articolando in questi termini: in Italia è più alta la fetta di persone che cadono nel messaggio populista.

Altri invece sono più ragionevoli. Per sperare in un diverso corso delle cose possiamo guardare al nord Europa, ma anche ad altri Paesi, come la Cina: là esiste un regime totalitario dove c’è molta corruzione, un capitalismo rampante e grandi disuguaglianze economiche, ma dove il partito ha anche deciso di dirigere grandi investimenti nelle energie rinnovabili. Stiamo dunque attenti a criticare la loro mancanza di libertà, perché potrebbe finire per diventare addirittura un costo accettabile».

Per non arrenderci a questa realtà, come lei stesso suggerisce nel suo Utopie minimaliste servirebbe una nuova e diffusa consapevolezza individuale. Per raggiungerla, osserva che «il tema dei progressi interiori andrebbe incartato anche in confezioni esteriori». Ma come far capire che «lo status sociale dipende fortemente dallo sviluppo psicologico», e dunque facilitarlo?

«Sarà banale, ma quel che occorre a livello politico sono più campagne educative, alle quali abbiamo rinunciato: è qualcosa che mi irrita terribilmente. Tutto è troppo lasciato al mercato, ai nostri istinti più bassi come l’avidità, senza nessun indirizzo, e il grande pubblico non si rende conto di come la cultura sia anche un vantaggio economico. Spegnere la televisione e leggere per la crescita dell’individuo dà notevoli vantaggi e possibilità di stare più in alto nella scala sociale, oltre a quella di essere ovviamente un cittadino più individuato e più rispettoso dell’individuazione altrui. Coloro che non fanno che guardare tv spazzatura diventano come bulimici: ciò che agli uni accade in senso alimentare agli altri succede in senso televisivo. Si formano consumatori passivi che, frustrati nella propria vita, si identificano nelle persone griffate del mondo irreale che vedono nel piccolo schermo. Il problema è che più si identificano in quel falso modello, più, al contrario, si trasformano nel piedistallo schiacciato su cui i privilegiati vivranno».

Data questa realtà delle cose, sostiene però che non possiamo permetterci del pessimismo. Dove vede allora una speranza?

«È una domanda cui nessuno può rispondere con certezza. Dovessi sbilanciarmi direi nella nuova generazione critica, composta da quei giovani che, sì, stanno dietro un computer, ma cercando cose intelligenti, scrivendone poi a loro volta. È una generazione critica atomizzata, che non si incontra nelle manifestazioni di piazza ma è virtualmente più numerosa di quella degli anni ’70, che era fatta da non più del 10% degli studenti. L’atteggiamento critico nelle nuove generazioni potrebbe invece appartenere al 20, forse al 30%. Guardiamo a loro con speranza».