Big data è vivere meglio

[7 gennaio 2015]

A Ecomondo, la fiera internazionale del recupero di materia ed energia e dello sviluppo sostenibile, si è svolto anche il Convegno “Le connessioni ICT e l’utilizzo dei dati nella città sostenibile” organizzato da Marco Revel, dell’Università Politecnica delle Marche, con Fausto Giunchiglia, Università di Trento, presidente di Trento Rise, Ina Schieferdecker, Coordinator ICT for Smart Cities at Fraunhofer Focus, Caterina Alvisi, Provincia di Bologna – Settore Ambiente, Lorenzo Gonzales, Strategist EMEA, Hewlett-Packard, Delia di Monaco, ANCITEL Energia e Ambiente, Gian Paolo Balboni, Telecom Italia, Strategy & Innovation. Il convegno è servito a fare chiarezza soprattutto su un aspetto di big data: i dati non sono quelli che servono per spiarci, per nuocere al nostro modo di essere o per lenire la privacy. Quest’idea ormai è qualcosa che appartiene al passato. Ci sono leggi in tutto il mondo che regolamentano lo studio di quest’ultimi e forse dovremmo più preoccuparci di quello che noi stessi riveliamo con i nostri social network che quello che gli studiosi seri di tutto il mondo fanno. Già accedere a un social network, usare uno smartphone o navigare in internet serve a lasciare tracce e capire il gusto delle persone e studiarne metodologie marketing ad hoc. Invece la quantità di dati che vengono fuori dall’incrocio di più fonti di informazioni, generalmente chiamati big data, sono quelli che vengono fuori, ad esempio, dalle telecamere sul traffico, al flusso delle carte di credito, all’accesso nei social, ai data base delle case automobilistiche, a quelle delle compagnie aree o quelle navali, dalle transazioni di impegati di banca a quelli di un comune o agenzia delle entrate.

A molti scienziati viene data la possibilità di agire su questa totalità elaborando risposte più veloci, economiche e straordinariamente più precise sul mondo che ci circonda e danno soluzioni a molte delle nostre azioni quotidiane. La vera novità, rispetto al passato, è che per la prima volta i dati vengono incrociati insieme e non vengono gestiti separatamente. Si attua un vero e proprio “match” tra loro che permette di non agire più su campioni statistici, dove solo una piccola quantità di risultati veniva presa in considerazione, ma su un approccio globale in cui vengono fuori per lo stesso fenomeno più soluzioni. Con i big data si possono studiare nuove leggi sul traffico, sia pedonale che automobilistico, si può osservare in tempo reale l’espandersi di un’epidemia, si può prevenire il crimine e migliorare la sicurezza delle città, si può posizionare meglio un prodotto e rendere i cittadini più consapevoli su ciò che stanno acquistando, si può capire se e quando uscire di casa ed evitare troppo traffico, se e come andare in vacanza o acquistare un biglietto aereo a minor prezzo etc etc. Insomma si può rendere la vita migliore a tutti.

I big data non sono il “Datagate” o “WikiLeaks”, come dicono tanti eminenti giornalisti o trasmissioni televisive. Questi ultimi sono, in sintesi, possibilità di accedere a documenti segreti che poco hanno a che fare con i dati che giornalmente maneggiamo. Nel caso di documenti segreti si utilizzano software che servono per decifrare informazioni da censura e non aperti a tutti. Le aziende e istituzioni invece i dati li hanno e li generano senza dover nascondere nulla semplicemente perché riguardano la normale vita di ognuno di noi. Essi stessi devono sfruttare questo nuovo approccio e aprirsi anche ad innovazioni tecnologiche per immagazzinare quantità infinite di dettagli. Questa enorme massa di dati, costituiscono un problema se non utilizzati o usati poco o male, possono trasformarsi in una grande opportunità. Secondo un un recente studio McKinsey, in 15 settori su 17, le imprese con oltre 1.000 dipendenti hanno in archivio più informazioni dell’intera, colossale Library of Congress degli Stati Uniti. Oltre l’85% dei dati oggi esistenti sono stati generati negli ultimi 3 anni. Il ritmo con cui queste informazioni sono prodotte è altissimo. Ogni minuto vengono inviate più di 200M di e-mail, su Youtube più di 60h di contenuti, 300mila tweet e fatte più di 9M di telefonate. Inoltre si stima che entro il 2020 verranno creati 35 zettabyte di dati (ovvero 35 mila miliardi di gigabyte) con cui noi dobbiamo fare i conti.

Sinteticamente fare i conti con questi dati, si parla spesso di paradigma delle 4V che riassume quello che oggi sta seriamente accadendo. I dati che ci girano attorno creano “Volume”, ovvero una mole di dati, spesso destrutturati, che aumenta in maniera esponenziale. Diventa sempre più difficile individuare in tempo quale e come si devono gestire. I dati generano “Varietà”, ovvero la tipologia di dati non è più uniforme. Ci troviamo di fronte a dati in formato testuale, audio, video, in streaming, provenienti da blog, social network, you tube e tanti altri sistemi. I dati sono “Velocità”, ovvero vengono prodotti con una velocità sempre maggiore. I dati sono “Valore”, ovvero i modelli di riferimento sono sempre più complessi e impongono ulteriori modelli di interpretazione che superano le tecnologie esistenti.

La vera sfida oggi non è solo quella di riuscire a gestire ed elaborare informazioni in tempi sempre più rapidi, ma farlo in maniera anche più intelligente in cui ogni dato incrociato con un altro genera molto più rispetto per ambiente e attenzione a sprecare meno. Se ad esempio ogni ora si collezionano dati relativi a circa un milione di transazioni commerciali o a circa 1 milione di kw consumato nelle famiglie, possiamo relazionare i due dati a fattori quali, spazio, tempo, luogo, combinazione geografiche differenti e assonanze culturali, e, possiamo produrre un risultato su quanta energia abbiamo a livello nazionale ancora a disposizione e capire se dobbiamo intervenire o meno sulla costruzione di nuove fonti energetiche, ma anche possiamo capire che disponibilità a magazzino hanno le aziende dei prodotti più richiesti ed evitare lo spreco mettendo in produzione altra roba. Ma si può studiare anche la frequenza di acquisto do ognuno di noi e la frequenza di reale utilità delle nostre spese. Addirittura con le informazioni meteo e i dati di localizzazione possiamo pensare a nuove app per smartphone utili per il nostro vivere quotidiano. A differenza di quello che pensano tanti non deve venire fuori solo il vantaggio competitivo tra aziende, ma anche un modo di affrontare la realtà in maniera più attenta e più spostata verso la reale condivisione.

Marco Santarelli, Direttore Ricerca&Sviluppo, Network – Istituto internazionale di Alti studi per Infrastrutture critiche e Energie del futuro” Associato per enti di ricerca internazionali

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