Brasile, la rivolta contro gli sprechi e per il trasporto pubblico costringe il governo a tornare a sinistra

Ma São Paulo non è Istanbul. Il Partido dos Trabalhadores: «Il popolo per strada è la nostra storia»

[19 giugno 2013]

Il Brasile non è la Turchia. “A rua de volta a quem ela pertence”, la strada è tornata a chi appartiene, dice Greenpeace Brasil commentando le grandi manifestazioni che non si vedevano da tempo. Come in Turchia sono questioni ambientali e sociali (trasporti pubblici e spreco di denaro per i campionati del mondo di calcio) ad aver scatenato la rivolta, ma come dice Greenpeace la gente «Ha  gridato quel che gli era rimasto bloccato in gola». Come in Turchia per il gli alberi del parco, non si tratta certamente solo dei 20 centavos di aumento del biglietto del bus.

“O povo acordou – e não vai mais dormir”, il popolo si è svegliato e non va più a dormire, è la frase gridata per le strade del Brasile ed il governo di coalizione dominato dal Partido dos Trabalhadores (Pt) sembra sorpreso da un popolo che la notte del 17 giugno non è tornato a casa, ma ha continuato ad occupare le strade  e che sui social network condivide emozioni, informazioni sulle manifestazioni e gli scontri con la polizia, ricordi di giornate che sono già diventate storia del Brasile.

Come dice Greenpeace Brasil, «Ciò che è iniziato con l’indignazione per un aumento delle tariffe del  trasporto pubblico è diventato qualcosa di molto più grande. Dopo le manifestazioni violentemente represse da parte dello Stato, le persone hanno lasciato a casa per ricordare che lo spazio della democrazia è la strada. A São Paulo, la città che non si ferma mai – se non per gli ingorghi – milioni di auto si sono spostate dalle strade per fare spazio a migliaia di persone. Ma non solo lì. Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Brasilia, Porto Alegre, Curitiba, Salvador, Maceio, Betlemme, Rio Branco…

Le proteste si sono diffuse come polvere da sparo in tutto il Paese. Ma di questa polvere non si è visto quasi nulla. Quella che è esplosa sull’asfalto, questa volta,  è stata la più pura brasilidade. Quell’ottimismo, creatività, buonumore e repulsione che hanno dato vita anche a un grido di guerra. Democrazia, istruzione, assistenza sanitaria, fine della corruzione, diritto alla protesta pacifica, trasporti pubblici accessibili e di qualità… Era tutto lì nello stesso brodo di coltura delle rivendicazioni».

Greenpeace ha diversi conti aperti con il governo della presidente Dilma Rousseff, e ribadisce che «Come organizzazione che ha la protesta pacifica nel suo Dna, Greenpeace sostiene, appoggia ed è orgoglioso di aver partecipato ad uno dei momenti più belli della storia recente del Brasile. Manterremo la pressione su chi governa le città con le persone, con mobilità per tutti. I venti del cambiamento continuano a  soffiare attraverso il Paese e ciascuno di noi, cittadini, deve capire questa lezione: la politica fa anche con le nostre mani. E quel da cui è nata l’indignazione, l’aumento delle tariffe di trasporto pubblico, non deve rimanere senza risposta.

I governi devono cedere alla pressione della popolazione e offrire una soluzione al problema del costo elevato del trasporto ed  aprire alla elaborazione partecipata di piani di mobilità delle città. Dopo decenni e decenni di incentivo al trasporto privato, è il momento di ripensare questo modello esaurito e garantire un massiccio ricorso al trasporto pubblico. Il problema della mobilità urbana nelle grandi città brasiliane non può più essere ignorato. Il principale modo per risolverlo è un trasporto conveniente ed efficiente».

Il Pt sembra disorientato: molti tra quelli che riempiono le piazze ed affrontano la polizia sono suoi elettori che si scoprono improvvisamente stanchi delle promesse di giustizia sociale troppo spesse immolate sull’altare di una crescita ce ha portato nuovo benessere ma che sta trasformandosi sempre più in nuovi privilegi e disuguaglianze, mentre continuano le aggressioni dei latifondisti agli indios ed i Sem Terra continuano a rimanere senza terra.

José Guimarães,  leader del gruppo Pt alla Camera,  prova a circoscrivere politicamente il ciclone che ha colpito da sinistra il partito più grande della sinistra brasiliana che governa il Paese da tre legislature: «Come ha ricordato il presidente Dilma Rousseff, il Brasile ha avuto martedì le manifestazioni più forti in tutto il Paese, dimostrando l’energia della nostra democrazia, la forza delle voci della strada e il civismo della nostra popolazione. La bandiera di un Paese più giusto e migliore, sollevata da migliaia di giovani coincide con quello che il Pt rappresenta e che ha motivato le nostre lotte per il governo del Brasile».

Un approccio molto diverso da quello di netta chiusura dell’iperconservatore ed iperliberista premier turco Recip Tayyip Erdogan, tanto è vero che Guimarães sembra voler dare un avvertimento ai sindaci ed ai governatori che hanno usato il pugno duro della polizia contro i manifestanti: «Le manifestazioni sono legittime e metodi per esprimerle fanno parte del sistema democratico. E’ compito delle istituzioni dello Stato democratico di diritto dialogare con quel sentimento. Migliaia di manifestanti hanno dato un chiaro messaggio ai governanti di tutte le istanze ed ai tre poteri della Repubblica. Si tratta di  un’espressione della volontà di influenzare le decisioni di tutti i governi, del legislativo e del giudiziario».

Ma poi Guimarães torna a ricordare meriti che per i manifestanti sono ormai scontati e le cui insite ingiustizie sono tra i motivi delle proteste: «L’incremento di 40 milioni di persone nella classe media è un ottimo esempio di come il Paese è cambiato», ma ammette che il Brasile è di fronte ad una nuova agenda imposta dalla piazza di “sinistra”: «Che chiede più inclusione, più redistribuzione del reddito, l’accesso a nuovi e migliori posti di lavoro, beni e servizi ed il miglioramento della qualità della vita sulla base di un modello eco-sostenibile. Emergono quindi nuove sfide per i governi a tutti i livelli».

Dopo le manganellate della polizia il Brasile sembra però molto diverso dalla Turchia, anche perché la gente di piazza Taksim ad Istanbul è la stessa delle piazze brasiliane, ma mentre in Turchia protesta contro un governo conservatore che vuole ridurre le libertà ed i diritti civili in Brasile richiama al rispetto delle promesse  un governo progressista che qui diritti in realtà li ha ampliati, pur tra mille contraddizioni, compromessi ed una non limpida conduzione del governo.

Il Pt e Guimarães sembrano davvero preoccupati delle conseguenze politiche e sociali di una rivolta inaspettata su temi così “strani” e “marginali” come i trasporti pubblici e gli sprechi per le faraoniche opere per i campionati mondiali di calcio e le Olimpiadi che avrebbero dovuto essere la splendente vetrina del nuovo Brasile democratico e rampante, ma hanno ancora la lucidità di dure che   «Il gruppo del Pt e il nostro governo sono pienamente in linea con le esigenze espresse nelle strade, perché sono il prodotto di una società in trasformazione e in cerca di nuove conquiste e di consolidare il Brasile come uno dei Paesi più democratici del mondo. Andiamo avanti e potremo procedere oltre. L’agenda dello sviluppo del Brasile, dopo decenni, è stata finalmente sbloccata».

Il Pt ricorda che proprio i suoi governi hanno incrementato il trasporto pubblico, «Come ad esempio la realizzazione del biglietto unico a São Paulo, nel 2004, che prevedeva una riduzione dei costi del 30% per l’utente del sistema». Si corre ai ripari: il governo Rousseff ha appena emanato una misura provvisoria che azzera le riscosse sulle entrate del trasporto pubblico per autobus e metropolitana e per il trasporto ferroviario di passeggeri, che porterà ad una riduzione del prezzo dei biglietti.

Guimarães ricorda al suo elettorato confuso ed arrabbiato: «Difendiamo il 100% delle royalties del petrolio per l’istruzione e per una vasta riforma politica che ampli i canali di espressione e di partecipazione, compreso l’ esclusivo finanziamento pubblico di campagne elettorali. Per la questione della salute, è necessario andare avanti in termini di funzionalità e di efficienza, incluso il contrasto ai gruppi privati che cercano di indebolire il modello pubblico del Sistema Único de Salud».

Il ramoscello di pace offerto ai manifestanti è evidente: «La democrazia rappresentativa diventa più forte con l’aggiunta della mobilitazione popolare, delle voci del popolo  e delle manifestazioni fatte da persone di diversi orientamenti politici ed ideologici», dice Guimarães. La differenza con la situazione turca, dove Erdogan ha una vera e propria fobia per i nuovi mezzi di comunicazione e vuole “addomesticare” Facebook  e Twitter, si vede: per il  Partido dos Trabalhadores  «L’uso dei social network nei dibattiti politici e nella mobilitazione conferisce importanza ad un tema importante del nostro ordine del giorno, che è la democratizzazione dei media, e indebolisce il monopolio di gruppi mediatici imprenditoriali che da sempre interpretano i fatti in base alla loro convenienza. Il popolo per strada è la nostra storia. Là è lo spazio che rafforza la nostra democrazia e fornisce lo spazio per la partecipazione diretta dei cittadini alla politica. Ascoltare le voci delle strade è il dovere di tutti i poteri, per modificare le pratiche e approfondire il processo di cambiamento, alla ricerca di una società moderna, giusta, democratica e con pari opportunità per tutti».