«I have a dream». Siamo sul precipizio del cambiamento

[30 agosto 2013]

Secondo un affascinante sondaggio (How Americans Communicate About Global Warming April 2013, ndt) uscito la scorsa settimana, il 13% egli americani afferma che attuerebbero una qualche forma di disobbedienza civile non-violenta per ottenere l’azione sul cambiamento climatico. Per me, questo è un numero eccezionale. Gli americani non sono disposti a stare ancora con il negazionismo. Le opinioni stanno cambiando, forte e velocemente. La gente capisce i rischi quando comincia a vederne e sentirne gli effetti ed è stanca di una disfunzione che impedisce il cambiamento.

Tutto ciò di cui questi individui hanno bisogno è che si prenda un’iniziativa chiara e diretta. Mercoledì ha segnato il 50esimo anniversario della marcia su Washington e del discorso di Martin Luther King, Jr. “I have a Dream”. C’è stata molta attenzione per il discorso di Martin Luther King, ma mi ha portato a rileggere un altro lavoro di King, la sua “Lettera da una prigione di Birmingham”. Se si considera l’impatto che il cambiamento climatico avrà sul nostro futuro collettivo, è istruttivo ricordare ciò che Martin Luther King ha detto a proposito del potere della disobbedienza civile non-violenta in quella lettera nel 1958. I punti profetici di questo messaggio sono numerosi, ma vorrei sottolineare qui due che rimangono per la loro saggezza senza tempo.

La preparazione necessaria

Il primo è stata la sua “outline” della necessaria preparazione delle masse alla protesta non violenta. Ha sostenuto un processo in quattro fasi: analisi, negoziazione, auto-purificazione e, infine, confronto. L’ordine qui è fondamentale, solo dopo le prime tre tappe è sostenibile l’ultima. La seconda osservazione di Martin Luther King è stata che, anche dopo l’attuazione deliberata di qui passi attenti, il confronto sarà sempre “prematuro” per i cosiddetti moderati, perché arriva troppo presto per il loro comfort. L’intuizione fondamentale di Martin Luther King non è solo che gli oppressori non cedono mai volentieri i loro vantaggi a titolo definitivo, ma che anche che i moderati non sostengono alcun attacco diretto, non violento, alllo status quo, perché ne sono effettivamente soddisfatti.

Cosa dire ai moderati?

Per il bene della nostra lotta, vale la pena tenere a mente questo punto. A causa del proprio interesse, l’industria dell’energia sporca si impegnerà sempre in una fiera ed intensa opposizione. Ma per quanto riguarda i moderati della nostra epoca? Sono ancora soddisfatti dello status quo? Penso di no. Tornando, poi, al 13% che potrebbe personalmente impegnarsi nella disobbedienza civile, come dovremmo interpretare questo livello di impegno? È interessante notare che Thomas Jefferson pensava che il 15% della popolazione generale fosse il numero necessario per realizzare una trasformazione significativa. Se aveva ragione, questo può rappresentare un punto di svolta. Potremmo essere sull’orlo di grandi cambiamenti. Speriamo di esserci.

di Tom Steyer, presidente di NextGen Climate Action

Questo intervento  è stato pubblicato il 29 agosto 2013 su The Daily Climate con il titolo “Opinion: We stand on the precipice of change”