Camminando sul filo del rasoio della speranza, tra diminuzione e cultura dello spreco

[8 novembre 2013]

Compiuta o quasi la transizione demografica, ora l’attenzione si sposta sul numero di persone che corrisponderà alla stasi o all’inversione ormai vicinissime che già vedono un aumento ridotto della popolazione: in questo senso, la crescita reale (al netto dell’invecchiamento) è già finita. Per chi a questa conclusione era arrivato da quasi un ventennio il problema è già quello di come si governa il passaggio – in apparenza felice – verso uno stato stazionario (intanto): e poi della possibile diminuzione.

È stato necessario ripensare le cause molte complesse della crisi demografica: le donne facevano figli senza porsi la questione se e quanti farne.  Ragioni economiche, filosofiche, antropologico culturali, edonistiche, dimostrano l’incertezza inconscia del dare la vita e con la vita il rischio di dolore, di bisogno. E, infine, la morte.

Il primo essere cosciente prodotto dall’evoluzione cieca o misteriosa – ossia l’essere umano – dopo aver soggiogato la Terra, distrutto o domesticato tutti gli altri esseri evoluti, decide a un tratto di fermarsi. Di rifiutare  il gioco della vita e della morte degli altri individui della specie, che non lo riguarda, facendo scendere le nascite (oggi ad un tasso dell’1,9 %, cfr. CIA World factbook) al livello delle morti (tasso dell’1,5 % all’anno, per una speranza di vita di 70 anni).

Se al mancato aumento di persone si somma la caduta dei bisogni per capita, frutto di rendimenti, produttività, e raccolti agricoli ieri inconcepibili,  si dovrebbe concludere che esistono tutti i presupposti tecnici ed economici per la salvezza (per la felicità?) della razza umana. Ma, implacabile, la curva della crescita della CO2 nell’atmosfera non accenna a piegare, e non diminuisce la perdita di ghiaccio nell’Artide, o il permafrost sotterraneo nelle Alpi.

Sul filo della forbice costi/benefici – allargata a quelli indiretti – non ci sarebbe partita, ma gli stati continuano a finanziare e realizzare  una capacità di fornitura di energia elettrica maggiore della domanda, una produzione di cibo buttato via per il 35%, nuovi appartamenti costruiti e per metà lasciati disabitati.

La domanda più chiara sta dietro la cultura e la pratica dello spreco, le speculazioni, le lobbies. Le loro  radici  politiche ed economiche – ma anche  antropologiche e psicologiche – richiedono risposte complesse. Un gruppo di Legambiente e di Nuova Ecologia da qualche mese va concentrando  l’analisi specifica, ma il nodo che va sciolto al più presto.