Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I cani da slitta, guardiani delle Svalbard a 20 gradi sottozero (FOTOGALLERY)

Nelle isole abitate più a nord della Terra, anche se sei un turista non esistono mezze misure. E gli ostacoli si superano insieme

[14 novembre 2017]

Non credete a quella massima che vorrebbe la vita fatta a scale, perché non è così. La vita non è affatto una successione di scale, siano ascendenti o discendenti non importa. La vita è fatta di sentieri, tortuosi, impervi, raramente dritti, chiari o appena visibili. Sentieri che dobbiamo spesso lasciare, perché conducono a scelte che sono – nella maggior parte dei casi – obbligate, non rinviabili e non derogabili.

La vita è un dedalo di viuzze, vicoli, porticine strette, piccoli anfratti in cui ci troviamo a dover passare, a disagio, tenendo faticosamente a bada sentimenti claustrofobici o paure ancestrali.

A meno naturalmente di non star conducendo una slitta trainata da 6 cani uggiolanti nelle isole abitate più a nord della Terra, cercando di contenerne l’animalesco e gioioso entusiasmo. Perché in quel caso, cambia tutto. In quel caso percepisci chiaramente che quelle scelte, quei sentieri, non sono dipendenti solo dalla tua volontà, dal tuo libero arbitrio, ma sono condizionati da fattori imprevedibili.

La machiavellica “fortuna” cui contrapporre, forse, la “virtù”. Oppure, più genericamente, il “destino”. O ancora, nel caso della slitta di cui sopra, una muta di sei cani che corrono a perdifiato cercando di farti cadere.

Le lame della slitta approfondiscono solchi tracciati da altri, in una metafora abbastanza chiara della vita. Anche noi procediamo, spesso, su solchi tracciati da coloro che ci hanno preceduto, nel tentativo di mantenerci entro quelle linee sicure, confortevoli, di rado arrischiandoci a tracciare una nuova pista. I nuovi solchi, nella neve fresca, promettono una maggiore velocità, un tragitto più breve, la classica scorciatoia. Ma possono nascondere – più spesso di quanto vorremmo – insidie ed ostacoli.

Cerco di evitare i sassi che sembrano emergere all’improvviso dal terreno, bilanciando il peso da una parte o dall’altra. Non sempre ci riesco, e a farne le spese è il mio passeggero, del tutto incolpevole. E inconsapevole che parte della mia sicurezza è solo apparente. Ogni tanto calco il peso sulla piastra dentata per smorzare gli entusiasmi canini, sopratutto in discesa. È spaventoso pensare alla velocità che potrebbero raggiungere se non lo facessi. Spaventoso immaginare cosa potrebbe succedere se lasciassi che le cose accadessero, semplicemente. Follia – splendida follia –, forse, è essere qui. Cercare di controllare la situazione, invece, è solo buon senso. E a volte paura.

La prima volta che mi sono messo alla guida non mi aspettavo una spinta tanto forte, cosicché mi sono trovato disteso nella neve, mentre la slitta si allontanava. Errore di valutazione da non ripetere. «I cani da slitta – dice la guida in inglese con un forte accento che più tardi scoprirò essere polacco – concepiscono solo due velocità: stop e massima velocità. Per loro non ci sono vie di mezzo».

D’intorno solo montagne, di un candore accecante. Nell’aria, il pulviscolo di mille fiocchi di neve smossi dalle zampe della muta mi sferza la faccia, dandomi sollievo. Mentre ci avviciniamo alla salita, sposto i piedi dai pattini e comincio a correre per aiutare i cani che, altrimenti, non riuscirebbero da soli. Non ti poni neanche la questione del se ce la farai o meno. È come se fossi in simbiosi con loro. Non importa che il cuore batta all’impazzata. O che tu senta il calore insopportabile dell’adrenalina farsi largo nella tuta che ti protegge dalla gelida temperatura esterna. Niente importa, salvo il superamento dell’ostacolo. Tu e i cani. Solo questo. Insieme.

Le cose sono semplici alle Svalbard. Anche se sei un turista. Non esistono mezze misure. Una volta che sei in ballo, devi ballare. Non ci sono ripensamenti, incertezze, o dubbi. Una volta che sei su quella slitta, la devi condurre sulla pista. E non ci sono patenti che ti preparino. Come la vita.

Mentre superiamo la salita, col respiro accelerato e mille punture d’ago sulle spalle, guardo davanti a me.

La pista mi si distende innanzi e il vento adesso non frusta più il mio volto, ma lo accarezza, quasi teneramente, mentre il sole incendia di luce il paesaggio. Il tempo si frammenta, sfilacciandosi quasi, e mi lascia spaesato, senza punti di riferimento, senza alcun collegamento con il presente, con quello che comunemente definiamo “il quotidiano”. L’orizzonte interiore sembra cambiare forma, sciogliersi, ricomporsi in un nuovo punto di vista esistenziale.

Sono abbagliato e felice. I rumori e le voci quasi scompaiono, ridotti ad un brusio indistinto mentre precipito in una gelida estasi. Sono cieco, muto e sordo al mondo, eppure percepisco tutto, ad un livello più alto, più completo, più consapevole. Potrei perdermi per sempre. Ho quasi le vertigini. Per un attimo – ma potrebbero essere mille anni – sono una persona diversa, a contatto con qualcosa di primordiale e più vero, senza il quale, forse, domani non riuscirò più a vivere.

A riportarmi alla realtà la voce e i gesti della guida, là in fondo. Si è fermata. Siamo arrivati alla grotta di ghiaccio, la nostra destinazione. Faticosamente riesco a fermare i cani e pianto bene con il piede l’ancora nel terreno congelato. Prima di avviarci verso il pertugio che ci condurrà nelle viscere di questo paradiso (o inferno?) bianco, diamo loro del cibo per riprendere le forze: bocconi semicongelati di salmone e carne di renna che prendono al volo.

Li guardo ancora per un attimo mentre mangiano. Alcuni seduti, altri sdraiati. Ma tutti all’erta. Rimarranno lì, a controllare che nessun malintenzionato – uomo o animale – si avvicini alle nostre slitte. I nostri guardiani a 20 °C sottozero.

qui la prima parte del reportage dalle Svalbard

di Armando Burgassi