Rilanciamo alcuni stralci dell’intervento di Giorgio Nebbia su Cns-Ecologia Politica

C’era una volta l’austerità

Attualità del piano a medio termine, proposto da Enrico Berlinguer nel 1977

[4 settembre 2015]

berlinguer

Austerità è parolaccia. E’ intesa come prevaricazione dei paesi ricchi europei che impone sacrifici ai paesi europei meno ricchi, è intesa come negazione dell’aspirazione delle classi meno abbienti a migliori possibilità consumistiche, è intesa come freno alla crescita economica intesa come aumento della divinità finanziaria, il Prodotto Interno Lordo, è rigettata come tentativo di far pagare più tasse ai ricchi. Eppure c’è stata una breve stagione, dopo la prima crisi petrolifera degli anni settanta del secolo scorso, in cui in Italia c’è stato un vivace dibattito, sotto la bandiera “dell’austerità”, per un cambiamento dell’economia e soprattutto della società verso una lotta allo spreco e maggiore equità, nazionale e internazionale.

Anche in Italia aveva cominciato a circolare un invito “all’austerità”: il 20 settembre 1974 si tenne un convegno sul tema “Austerità per che cosa?” (Feltrinelli, Milano, 1974) con la partecipazione di Barca, Leon, Sylos Labini e altri. Nel gennaio 1977 Enrico Berlinguer, nel corso di un celebre convegno al Teatro Eliseo di Roma, indicava la necessità di un lavoro politico sulla linea della lotta allo spreco (E. Berlinguer, “Austerità occasione per trasformare l’Italia”, Editori Riuniti, Roma, 1977) e suggeriva la avviava la redazione di un progetto per la società italiana (“Proposta di progetto a medio termine”, Roma, Editori Riuniti, luglio 1977).

La proposta di austerità e il programma di cambiamenti furono, allora, ridicolizzati: come conseguenza, sono peggiorati la situazione dell’economia, il debito pubblico, la condizione del Mezzogiorno e delle classi più deboli. A livello internazionale è aumentato il divario fra paesi ricchi e poveri, ci sono state varie guerre per le materie prime: per il rame e il cobalto nel Katanga, per i fosfati nel Marocco, per il petrolio nel Medio Oriente, eccetera.

Immaginiamo che un gruppo di persone si riunisca intorno ad un tavolo e si proponga di elaborare una serie di buoni consigli da dare ai futuri governanti — supposti onesti e sinceramente interessati al bonum publicum —- per una società che cerchi di rendere minime le conseguenze delle malattie sociali. Che cosa potrebbe, tale gruppo, indicare ? Sull’esperienza di questi anni mi pare che la prima, forse unica, ricetta consista nel muovere “guerra allo spreco”.

La disponibilità di posti di lavoro stabili e duraturi dipende dalle scelte produttive nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi, e pertanto dalla quantità e dalla qualità delle merci fabbricate attraverso l’utilizzazione di materie prime naturali, con inevitabile formazione di scorie e rifiuti. Un aumento dell’occupazione e una diminuzione dell’inquinamento presuppongono una analisi dei rapporti fra risorse, produzione, merci e ambiente. Occorre chiedersi che cosa è necessario e opportuno produrre e arrivare ad una pianificazione dei consumi: lo auspicava il “Progetto a medio termine”.

“Per alleggerire il vincolo della bilancia commerciale occorre uno sforzo di qualificazione degli investimenti al fine di garantire la sostituzione di determinate importazioni con produzioni interne capaci di reggere la concorrenza, in un regime aperto di scambi internazionali, con le merci straniere e insieme al fine di adeguare alle nuove realtà e prospettive del mercato mondiale le capacità di esportazione dell’Italia, arricchendo e diversificando la produzione dell’industria italiana per il mercato estero. Lo sviluppo dell’occupazione nell’industria appare perseguibile attraverso uno sviluppo della ricerca, in funzione sia dell’innovazione merceologica (sic !) che di quella ingegneristica e impiantistica, come supporto indispensabile al potenziamento e alla riconversione dei settori manifatturieri. Ciò vale in modo particolare per la chimica secondaria e fine, per l’elettronica e l’elettromeccanica, ma in genere per l’intera struttura industriale del paese”.

L’origine dell’attuale crisi dell’occupazione si può identificare proprio nell’incapacità, da parte della classe dominante — politica e degli imprenditori — di prevedere i bisogni, dalla mancanza di previsioni lungimiranti, dalla conquista del vantaggio puramente finanziario a breve termine. Eppure la necessità di una programmazione delle merci era ben presente già negli anni sessanta del Novecento, come risposta alla diffusione di sprechi: fabbriche petrolchimiche costruite da spregiudicati imprenditori privati con pubblico denaro, che non hanno mai prodotto un chilo di merce; previsioni da parte di dirigenti di industrie pubbliche, di fabbriche assurde nei luoghi assurdi. Si pensi ai progetti dell’IRI per il centro siderurgico di Gioia Tauro, destinato a fabbricare merci sbagliate nel posto sbagliato; si pensi ai programmi del 1975 che prevedevano la costruzione di sessanta centrali nucleari, alla chiusura, nel 1972, delle miniere di carbone del Sulcis.

Sono state sbeffeggiate le leggi che cercavano di porre una limitazione all’uso delle materie plastiche, dei clorofluorocarburi (responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico), dell’amianto responsabile di tumori ai polmoni, le leggi che imponevano processi e merci meno inquinanti, che prevedevano migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche e nei cantieri.

Tornano in mente, e appaiono del tutto attuali, le parole di Enrico Berlinguer scritte su Rinascita del 24 agosto 1979, e tante volte ripetute con la bocca, ma rimaste inattuate nell’operare politico ed economico: “Oggi, da movimenti di massa e d’opinione che interessano milioni di persone, è posto in discussione il significato, il senso stesso dello sviluppo, o, come veniva recentemente osservato, il che cosa produrre, il perché produrre”. L’articolo continuava auspicando una “politica economica nuova nella quale i problemi della quantità dello sviluppo e della sua qualità, della sua espansione e delle sue finalità si saldino e si esprimano … anche sulla forma e la qualità dei consumi e quindi sul processo stesso di accumulazione.”

Allora, alla fine degli anni settanta, la svolta fu frenata dalle forze conservatrici che ben capivano — e appare chiaro oggi — che lo spreco era l’unica condizione per costruire ricchezze personali e potere a spese della collettività. Le industrie italiane sono state spostate all’estero alla ricerca di mano d’opera a basso prezzo e di condizioni fiscali più favorevoli, con la creazione di vaste aree di disoccupazione interna; sono cresciute le importazioni di merci e le merci sono state imposte come desiderabili attraverso le raffinate tecniche pubblicitarie, il che richiedeva il controllo dei grandi mezzi di comunicazione e del consenso da parte sia degli industriali, ma ancora più del capitale finanziario. E per la conquista di una crescente quantità di merci — di questi “esseri ostili”, come scriveva Marx oltre 150 anni fa — occorre una crescente quantità di denaro, ottenibile soltanto con “reciproco inganno e reciproche spoliazioni”.

Per arginare questa situazione di degrado, economico e morale insieme, occorre che la svolta politica sia anche una svolta nelle scelte economiche e produttive, nell’organizzazione delle città e nella salvaguardia dell’ambiente. Un progetto per la struttura produttiva del paese non coinvolge soltanto il tipo e la qualità delle merci, ma anche la localizzazione della attività produttive, guardando di nuovo al Mezzogiorno dove l’industrializzazione del secondo dopoguerra, per viltà e ignoranza, si è spesso tradotta in errori, occasioni perdute, fabbriche sbagliate, poste nel luogo sbagliato, pagate con pubblico denaro, con effetti devastanti sul territorio e sul tessuto sociale del Sud — proprio in contrasto con quanto suggeriva la cultura urbanistica e ambientalista che pure esisteva in Italia.

Ripartiamo da qui?

La proposta di progetto a medio termine avrebbe potuto dare luogo ad una discussione nel paese, ma nessuna delle idee è stata attuata, neanche nelle zone in cui le sinistre sono state al governo, nelle azioni e nelle proposte parlamentari. Di conseguenza il degrado ambientale si è aggravato, il divario fra Nord e Sud d’Italia si è allargato con la contaminazione della criminalità che si è arricchita a spese dello stato, della collettività e dell’ambiente.

La tensione fra ricchi e poveri del mondo è cresciuta con la nascita di un nuovo “secondo mondo” costituito da paesi poveri che si sono avviati rapidamente, con una folla di abitanti, la metà di quelli del pianeta, verso una rapida congestionata industrializzazione che ha aggravato i problemi di scarsità e di prezzi delle materie prime: la globalizzazione ha messo in moto, nei paesi ricchi del Nord del mondo, una comune politica imperialista nei confronti dei paesi del Sud del mondo.

Nei paesi “ricchi”, afflitti da una decrescita demografica e da una crescente immigrazione, la congestione delle città si è aggravata, le leggi ecologiche sono più o meno violate, la capacità di lotta per migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche, contro le fabbriche inquinanti, contro la speculazione edilizia, si è affievolita in una ecologia-spettacolo che lascia sempre più ampio spazio ai nemici della natura.

Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa 3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione, stanno correndo a tutta velocità nell’aumento insostenibile della produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000 milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere di libertà e dignità, beni che richiedono anch’essi beni materiali, perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola. Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali che gli consenta di avere una vita minimamente decente.

Questo era il senso del dibattito sullausterità di trent’anni fa, delle proposte di cambiamento rapidamente dimenticate benché esse siano non solo sensate, ma anzi le uniche che possono costituire la base di un “programma” di lavoro politico. E adesso, come se non bastasse, perfino il Papa Francesco, con la sua enciclica “Laudato si’” invita a ripensare i modi di produzione e di consumo, denuncia l’arroganza del capitalismo e dei ricchi e ricorda che “l’uomo” non è padrone dei beni del Creato, che gli sono dati in uso ai fini di pace e giustizia, che sono “beni comuni” (per es. paragrafo 174). Se si ricominciasse a “far politica” da questo punto?

L’articolo in versione integrale è consultabile qui: http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/?p=1092