Il cerchiobottismo della flessibilità europea non funzionerà

Il documento che sta per essere approvato e le “aperture” della Merkel contengono in realtà ben poche speranze

[24 giugno 2014]

A partire da domani i leader europei si riuniranno per approvare un documento che indirizzerà la rotta dell’Unione per i prossimi 4 anni,  e la cui bozza è già stata resa pubblica. Questa Strategic agenda for the union in times of change, un agile documento di quattro paginette, apre prospettive su di un’Unione europea orientata alla crescita (anche di posti di lavoro), che si appresta a costruire un unico mercato energetico e una gestione coordinata dell’immigrazione nel Vecchio continente. Una strada, in definitiva, per «un’Unione come forte attore globale».

Il documento sembra essersi formato sotto forte input del presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che ha preferito discutere prima «dei contenuti» della nuova Commissione Ue – in via di formazione –, e solo dopo affrontare lo spinoso tema delle nomine a commissario. Una strategia politica intelligente, che non sembra aver però portato a risultati sostanziali.

In Italia la bozza del documento, accompagnato su una fantomatica apertura alla flessibilità da parte di frau Merkel, sembra aver suscitato molti entusiasmi, di fatto però non giustificati.

Il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, intervenendo al Bundesregierung tedesco, è rimasto in realtà molto cauto. La «flessibilità» di cui si parla non prevede l’abbandono del fiscal compact, che anzi vengono ribaditi, e neanche uno scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit pubblico. Si afferma semplicemente che i vincoli di bilancio ad oggi in essere già prevedono delle norme di «flessibilità», e che i vari Paesi sono liberi di utilizzarle; in pratica, poco più di un’affermazione lapalissiana.

Per una più completa interpretazione di questa “apertura” tedesca a un’Europa diversa, un cambio di prospettiva può essere utile. Ne è una testimonianza lo scarsissimo interesse che ha suscitato all’interno dei patri confini: autorevoli giornali tedeschi, come lo Spiegel o il Die Welt, concedono oggi uno spazio minimo all’uscita di Seibert e al documento europeo, evidentemente bollando la notizia come di scarsa rilevanza. In Italia, al contrario, solo il Corriere della Sera si limita a ricordare che «proprio l’Italia, grazie a un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% ha già usufruito di quella flessibilità quando a aprile ha chiesto all’Ue di rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio di un anno: dal 2015 al 2016. Richiesta che è ancora sub iudice, salvo una prima istruttoria superata».

Aggiungiamo che anche sull’altra forma di flessibilità prevista – ossia quella sugli investimenti – l’Italia non sembra poter sperare molto. Già nel novembre scorso la Commissione bocciò l’ipotesi, timidamente avanzata dal governo Letta, di poter usare i margini previsti. Si trattava, comunque, di un magro bottino: solo 3 miliardi di euro per il 2014.

A integrare questa visione profondamente pessimista dell’accordo che sta per chiudersi in Europa è possibile notare come, quantomeno a parole, il documento sulla via dell’approvazione sembra contenere l’essenziale: oltre all’emergenza occupazionale passa in rassegna (vedi allegato in fondo pagina) anche quella dell’esaurimento delle risorse e – non ultima – quella demografica. Il problema è che, senza risorse e senza visione politica, tutte queste emergenze rimarranno tali. Irrisolte.

«Le riforme necessarie per garantire il funzionamento del progetto europeo – per dirla con le parole dell’economista Mariana Mazzucato e del suo Lo Stato innovatore (Laterza) – includono non solo le riforme “strutturali” (accrescere la propensione a pagare le tasse, riformare il mercato del lavoro, ecc.), ma anche, e soprattutto, un incremento degli investimenti pubblici e privati in ricerca e formazione del capitale umano, per produrre innovazione. Trovare sostegno a politiche del genere è praticamente impossibile con il nuovo fiscal compact». Una flessibilità cerchiobottista rimane un macigno sull’Europa e sugli europei ed è destinata a fallire come finora è fallita, tanto da dover adesso sperare nell’esito positivo di singoli che – come sta succedendo in Italia – promuovono l’abbandono del fiscal compact tramite referendum.

Speriamo sinceramente che, nell’incomprensibile e opaca lingua politichese, le merkeliane aperture possano dunque nascondere qualcosa in più di quanto diano invece a vedere ai comuni mortali, ma basandoci esclusivamente sui fatti le conclusioni sono – purtroppo – molto più amare.