All’interno del reattore esploso centinaia di tonnellate di combustibile, il rischio di un nuovo incidente rimane altissimo

Chernobyl, viaggio nella Bielorussia devastata dal nucleare

Gentili (Legambiente): «Si rimanda la realizzazione del nuovo sarcofago ma nel Paese si costruisce una nuova centrale, assurdo»

[26 aprile 2016]

giochi per bambini tra i boschi progetto rugiada

Minsk, la capitale della Bielorussia, si presenta come una città europea scintillante, pulita, con palazzi e grattaceli nuovi, casinò, ristoranti e strade trafficate. In giro però  non ci sono tante persone. Molti ristoranti sono semivuoti, segno di una crisi drammatica e un’inflazione sempre più alta che sta creando gravi problemi al Paese. Il forte legame politico ed economico con la Russia, legato all’approvvigionamento energetico, sta provocando questa situazione di estrema difficoltà  e una dipendenza stretta dalla crisi economica che attraversa la Russia stessa.

Non sembra quasi che questo paese di 10 milioni di abitanti sia stato colpito trent’anni fa da una catastrofe di inaudita gravità: il disastro di Chernobyl. L’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare  all’una e ventitre del 26 aprile 1986, pur essendo avvenuto in Ucraina, ha portato il 70% del fallout radioattivo in Bielorussia, la cosiddetta Russia bianca.

Questo ha comportato una contaminazione di un vastissimo territorio: campi coltivati, villaggi, aree rurali densamente abitate, boschi, corsi d’acqua irrimediabilmente compromessi per migliaia di anni con danni ingenti dal punto di vista sanitario per centinaia di migliaia di persone. E in molti di questi luoghi la povertà e le difficoltà estreme della vita di tutti i giorni si legano negativamente con la contaminazione radioattiva, con un effetto ancora più grave. Ancora oggi infatti continua ad esserci una fortissima radioattività a macchia di leopardo presente in numerose aree abitate, e la presenza di radionuclidi nel cibo coltivato in quei luoghi comporta sia un progressivo abbassamento delle difese immunitarie che lo sviluppo di patologie di vario tipo: tumorali in primo luogo.

L’esplosione nucleare ha ipotecato senza alcun dubbio la vita di oltre 3 milioni di persone  che vivono ancora oggi nelle aree contaminate di Russia, Bielorussia ed Ucraina, e che da trent’anni sono sottoposte ai gravissimi rischi legati alla contaminazione radioattiva. Ma i rischi maggiori sono legati all’infanzia, che subisce più degli adulti il contatto con i radionuclidi, Cesio 137 e Stronzio 90 soprattutto, irrimediabilmente presenti nella dieta di ogni giorno.

È proprio per questo che l’impegno di Legambiente da oltre venti anni è rivolto principalmente ai bambini, con aiuti sanitari  ai reparti pediatrici degli ospedali, la realizzazione di un ambulatorio mobile per rilevare i tumori tiroidei, le serre per produrre cibo pulito per le scuole di alcuni villaggi e il Progetto Rugiada:  un centro realizzato in area non contaminata dove i bambini provenienti dai villaggi più colpiti vengono ospitati per un mese con alimentazione priva di contaminazione radioattiva e seguendo un protocollo sanitario basato su esami medici preventivi.

Ma il nostro intervento è una piccola ma importante goccia nel mare… e  quando si attraversano le aree contaminate e si incontrano persone ciascuna con la propria storia, è desolante pensare al fatto che  le popolazioni vittima del disastro sono state abbandonate al loro destino.

Basti pensare che in Bielorussia la mortalità supera la natalità, e i casi di patologie dipendenti dalle conseguenze di Chernobyl sono in continuo aumento. Eppure non ci sono nemmeno dati e ricerche specifiche dal punto di vista sanitario in letteratura. Dopo i primi anni in cui questo era il più grande laboratorio vivente legato alla contaminazione radioattiva, oggi non c’è più alcun interesse a correlare informazioni e numeri per cercare di avere un quadro più chiaro di cosa sta succedendo. Assistiamo all’inesorabile passare degli anni con un grande senso di impotenza, leggiamo la desolazione nei volti delle famiglie che vivono in queste aree. Spesso i danni sono psicologici e legati  al  fatto di vivere in una zona radioattiva e non vedere futuro alcuno per sé e per i propri cari. Ancora più assurdo è che proprio il Paese che è stato devastato irrimediabilmente dalla nube radioattiva del 26 aprile 1986 sia il luogo dove viene costruita una nuova centrale nucleare, con il forte sostegno della Russia, ma senza rispetto per le drammatiche conseguenze che il nucleare ha violentemente segnato sulla vita di milioni di persone.

Rasenta invece l’inverosimile il fatto che si continui a rimandare la realizzazione del nuovo sarcofago, l’arco alto 110 metri che ricoprirà il reattore numero 4 scoppiato il 26 aprile 1986 in Ucraina. Il sarcofago costruito subito dopo l’incidente è ormai fortemente insicuro con oltre 1.000 metri quadrati di crepe e buchi dai quali fuoriesce gas radioattivo. La messa in sicurezza del sito, dove lavorano ancora oggi migliaia di persone per tenere sotto controllo questa vera e propria bomba a orologeria, è una priorità irrinunciabile. La zona morta di esclusione di 30 km di raggio, con una radioattività alle stelle che fa impazzire gli strumenti,  non è abitata ed è controllata dalle autorità militari ucraine, ma è diventata, insieme al  sito della centrale, meta turistica per viaggi organizzati dell’orrore radioattivo, con selfie e foto ricordo accluse.

Eppure all’interno del reattore esploso ci sono centinaia di tonnellate di combustibile e grafite e il rischio di un nuovo incidente rimane altissimo. E intanto le foreste che circondano l’area, depositi viventi di radionuclidi, continuano a bruciare ogni estate causando inquinamento ulteriore con fumi altamente radioattivi. Mancano fondi per completare la messa in sicurezza del sito che non può essere affidata nelle mani della sola Ucraina, che versa in una situazione difficilissima dal punto di vista politico con confitti in atto tra filo russi e nazionalisti, occorre invece un intervento urgente e  determinato della Commissione europea e della Comunità internazionale, proprio per non far passare il trentennale della catastrofe inutilmente ed evitare nuovi incidenti in un’area già fortemente compromessa.

di Angelo Gentili, responsabile Legambiente solidarietà