Come riossigenare la democrazia. La via toscana

[15 novembre 2013]

La qualità e l’efficienza di una democrazia si misurano secondo canoni tanto antichi quanto inderogabili: rispetto della legge, responsabilità politica, rispondenza delle politiche, pienezza di diritti, progressivo realizzarsi di uguaglianza politica, sociale, economica. Ciascuno di questi canoni è un grande campo semantico, che può assumere storicamente molteplici declinazioni empiriche[1]. Ma c’è un fattore qualitativo da cui la democrazia viene sfidata dai tempi di Aristotele ai giorni nostri[2]: ed è che l’agenda politica venga definita e posta in opera mediante il confronto dialogico degli argomenti e non solo facendo leva sul principio di maggioranza. Anzi, fondando l’applicazione di quest’ultimo sull’esercizio del primo. Che è come dire che esistono questioni che non si risolvono – sia nella dinamica interna alle istituzioni e sia nelle relazioni tra governanti e governati – facendo la conta dei fautori e dei detrattori di una data “posizione”, bensì ricercando, volta per volta, problema per problema, la soluzione più difendibile in termini di interesse generale. Dunque, argomentando in pubblico (“…con il pubblico, per il pubblico”) ipotesi, tesi e alternative e non limitandosi a contrapporre in modo autoreferenziale gli assunti sostenuti ad opera di ogni singola “fazione” a prescindere dal loro basamento conoscitivo. Ciò presuppone che chi offre rappresentanza politica e azioni di governo accetti la sfida del dissenso e del conflitto ad opera dei destinatari delle decisioni collettive. Ed anzi concepisca quel dissentire e quel confliggere come risorse e non come vincoli, ossia come opportunità per migliorare piani, programmi, progetti.

Ebbene, se questi sono i requisiti di una democrazia di buona qualità va riconosciuto che si tratta di requisiti molto esigenti. Requisiti che la sola rappresentanza politica non può da sola soddisfare, né da sola vi è mai riuscita. E oggi, immersi come siamo in disuguaglianze intollerabili e sempre crescenti, sono milioni gli italiani che, anziché una qualche mediazione politica, auspicano una regressione della rappresentanza a una sorta di procura puntuale, controllabile, a tempo breve e definito. Magari con il supporto vincolante e parareferendario di social networks dedicati, unitamente all’attesa di leaders demiurgici. E’ una deriva distruttiva per la democrazia, l’opposto di qualsiasi nozione di rappresentanza politica che si separi dal particolarismo degli interessi soggettivi e dal tatticismo delle oligarchie politiche.

E’ lecita una domanda, a questo punto: siamo forse all’epilogo di una estenuante marcia verso la delegittimazione e l’intolleranza sociale nei confronti delle istituzioni politiche e di quelle rappresentative in specie? E’ vero: abbiamo adottato la ricetta dei sindaci eletti dal popolo in modo diretto, non mediato cioè da partiti preesistenti (anzi, ponendo gli stessi partiti nel ruolo di corollario eventuale dei risultati di una sfida per la “premiership” locale e incentivando la logica del partito personale del sindaco all’interno o nei confronti degli stessi partiti di riferimento, trasformandoli in aggregati plurali di macchine elettorali). Ma se è così, ci sono ancora margini di recupero e di rilancio per l’idea stessa di rappresentanza politica …al netto dei benefici che l’araba fenice delle riforme istituzionali potrà produrre? E’ un quesito serio perché tra gli strumenti con cui una democrazia tiene insieme se stessa, al di là delle illusioni populiste fondate sul “senso comune” della rete, non abbiamo saputo inventare molto di meglio della rappresentanza politica (e di quel suo “buon senso” di manzoniana memoria).

E’ attorno a questo quesito che la Toscana può dire la sua, e magari proporsi come un’esperienza positivamente copiabile per “via partecipativa”. Non sto parlando dell’abuso, talvolta stucchevole, con cui si parla di partecipazione nei più variegati contesti retorici: dalle kermesse di partito, alla raccolta buonista di buone e civiche idee senza garanzia di accoglimento operativo o allo schiacciamento del concetto di partecipazione sulle sole pratiche delle primarie. Parlo invece della partecipazione con cui si costruiscono le politiche pubbliche. Della partecipazione dei cittadini alla formazione e all’applicazione delle scelte più complesse e conflittuali, che è ad un tempo condizione della loro efficacia e della loro attendibilità progettuale: non solo perché, come insegnava Aristotele, non è il cuoco ma il commensale il miglior giudice della cucina. Ma soprattutto perché, senza la preventiva alleanza e dunque l’operoso consenso dei suoi destinatari, nessuna politica pubblica può aspirare ad una effettiva messa in opera.

E’ questa la via per ripristinare una qualità accettabile di democrazia e affermare il ruolo essenziale che a tale fine è chiamato a esercitare il governo locale. Una partecipazione che la Toscana, tanto con la legge sul “dibattito pubblico” quanto con la legge sul governo del territorio, non pone in alternativa al circuito istituzionale della rappresentanza politica ma collega organicamente ad esso. Quella toscana, infatti, non è una semplice “apertura” di processi decisionali e di procedimenti amministrativi ma una loro riqualificazione in senso democratico, perché la partecipazione fornisce alla discussione delle assemblee elettive il respiro anzi l’ossigeno degli argomenti di coloro, i cittadini, che con i loro comportamenti decreteranno il successo o il carattere velleitario delle decisioni politiche. Con quelle due leggi, e sulla scorta di oltre un decennio di sperimentazione, la Toscana compie dunque la maggiore innovazione della sua storia istituzionale. Ne deriva che per i Comuni e chi li amministra è giunto il momento di scegliere, non più in sede sperimentale ma ordinaria, se assumere o meno la partecipazione come “modalità corrente” dell’agire amministrativo, specie quando la crisi impone opzioni radicali, per l’appunto “aut aut”, con cui definire nuovi modi di riproduzione sociale e dunque di mobilitazione in ogni cittadino di nuove responsabilità collettive.

Per le amministrazioni locali si pone l’esigenza di una posizione “strategica”, cioè in primo luogo culturale: accantonando del tutto e finalmente indifendibili pregiudiziali implicite. I fallimenti, i ritardi, i costi ascrivibili alle difficoltà del “far politiche” innovative non hanno a che vedere con la partecipazione, bensì e molto con l’insufficienza dei suoi spazi, con procedimenti concertativi e negoziali vischiosi e rituali oltre che inconcludenti, con carenze progettuali e di valutazione, con filiere decisionali che investono più livelli di governo nel segno della mutua diffidenza e non della comune appartenenza statuale, con una generale frammentazione delle funzioni di indirizzo e coordinamento politico che esprime lo smarrirsi di quelle comunità politiche territorialmente organizzate che chiamavamo partiti, ormai erosi dal competere tra leadership personali.

Se ne può seriamente discutere senza ansie da schieramento congressuale bensì ponendo al centro le condizioni e le leve di un rinnovato buon governo municipale e il ruolo che tra esse può esercitare una partecipazione civica organizzata, adeguatamente finanziata (…che è una capitolo che meriterà una riflessione operativa altrettanto adeguata e una prospettazione specifica, ponderata, efficace) e ben ancorata al procedimento amministrativo?

 

Massimo Morisi, Garante regionale della comunicazione nel governo del territorio per greenreport.it


[1] Le dimensioni della qualità della democrazia possono così venir riassunte (da Road Hague, Martin Harrop, Manuale di Scienza politica, McGraw-Hill, 2011, p. 88) (vedi foto)

 

[2] Cfr. L. Canfora, Il mondo di Atene, cap. IV, Roma-Bari, Laterza, 2011.