Quando la Commissione europea difendeva sostenibilità e crescita zero

L’esempio di Sicco Mansholt e i dubbi per il futuro: anche Keynes rischia di diventare un manifesto della crescita per la crescita?

[3 aprile 2014]

La Commissione europea, irrigidita più del solito su posizioni lacrime e sangue dalla piena della campagna elettorale, è la massima esponente della contraddizione che sgretola il Vecchio continente: invoca la crescita, ma predica l’austerità fiscale. L’uscente presidente Barroso durante il suo ultimo mandato si è dimostrato meritatamente all’apice di questo distruttivo meccanismo.

Il suo successore è ancora un’incognita, ma è certo che si troverà di fronte problemi non semplici, e resi ancor più scottanti dalle politiche di chi l’ha preceduto. In Europa non viviamo solo una crisi economica, ma anche sociale e ambientale, come ha ricordato a Bruxelles la commissaria Hedegaard. E da questa realtà dei fatti dobbiamo ripartire. Avremo le energie per farlo? Le possibilità sono oggi assai incerte, la un segnale di speranza arriva dalla storia della stessa Commissione.

Dopo le dimissioni del primo presidente italiano (Franco Maria Malfatti, che ha lasciato Bruxelles il 1 marzo 1972, l’anno in cui venne pubblicato il rapporto del Club di Roma I limiti dello sviluppo) gli succedette un socialdemocratico olandese, Sicco Mansholt, dal mandato assai breve ma che – figlio di contadini – è ancora oggi riconosciuto come il padre della Politica agricola comune europea (che da sola copre quasi il 40% dell’intero bilancio dell’Ue).

Il lascito di Mansholt non si esaurisce però nella Pac, e l’Ue ha scelto di celebrarlo riassumendolo in una domanda illuminante per le scelte che il presente ci pone davanti: austerità, stimoli o post-crescita per l’Europa? È questo il titolo con il quale si è chiuso a Bruxelles il progetto Responder, che si è evoluto lungo tre anni e mezzo per indagare limiti e possibilità della crescita e del consumo sostenibile.

Autorevoli economisti ecologici e keynesiani si sono incontrati con rappresentanti della Commissione europea e del Parlamento per trovare una via d’uscita dalla crisi in Europa, trovando in Mansholt un simbolo.

«Sicco Mansholt – ha ricordato per l’occasione l’economista ecologico Joan Martinez Alier – era a favore della crescita zero. È stato presidente della Commissione europea per dieci mesi, nel 1972. Prima di allora, aveva scritto una lettera al presidente Franco Malfatti per proporre un cambiamento di obiettivi e politica. L’Europa non avrebbe dovuto mirare a massimizzare la crescita economica, misurata dal Prodotto interno lordo, ma ad aumentare le Bonheur Nazionale Brut», ossia ciò che oggi probabilmente tradurremmo in Felicità interna lorda o nella «prosperità senza crescita».

Qualcosa che ha molto a che vedere con la sobrietà di costumi e consumi, ma altrettanto lontana dall’austerità oggi imposta dalla Troika. Alier si spinge oltre, criticando «il keynesismo socialdemocratico travestito di verde del rapporto Brundtland sullo sviluppo sostenibile» e le «ingenuità dell’economia circolare», affermando che attualmente «la principale spinta per una economia ecologica viene dal sud del mondo, dal movimento globale per la giustizia ambientale», più che dall’Ue. Ma anche che, volenti o nolenti, in Europa è di fatto già presente «un’economia post-crescita». Non ben gestita, evidentemente.

Affermazioni forti, alcune delle quali potrebbero addirittura essere percepite da alcuni come troppo tranchant, ma che hanno l’indubbio merito di sollevare un problema finora rimasto ai margini della discussione economica sulle vie per uscire dalla crisi: bocciata senza remore la via neoliberista, che ha mostrato tutti i suoi limiti economici, sociali ed ecologici, anche la strada keynesiana rappresenta zone d’ombra, a seconda dei suoi interpreti.

Il sostegno alla domanda aggregata – che è il cuore della proposta di Keynes – è ciò che serve per rilanciare i consumi, e dunque la crescita. Cosa assicura che tale crescita non sia già anti-economica, e soprattutto non continui ad essere un obiettivo in sé? La risposta è tutt’altro che banale, ma il quesito ha fatto breccia nella stessa avanguardia keynesiana.

L’economista britannico Robert Skidelsky, pluripremiato biografo dello stesso Keynes, è intervenuto nel dibattito bocciando la vulgata corrente – «la crisi dell’Eurozona è stata aggravato dalla politica di austerità fiscale. Non sono stati i debiti sovrani a mettere in pericolo la solvibilità dei governi, ma i debiti delle banche» –, facendo però un passo in più. «Austerità e deficit spending erano idee adatte per gli anni ’30 del 1900, non più per gli anni ’20 del 2000» .

«L’apparentemente semplice domanda “quanto è abbastanza?” Sconvolge l’economia, una scienza la cui unica preoccupazione è come produrre sempre di più, indipendentemente dal ciò di cui abbiamo veramente bisogno, indipendentemente da ciò che migliora il nostro benessere o quello della pianeta», ha rincarato la dose Giorgos Kallis dell’Università autonoma di Barcellona.

Partendo da un rinnovato punto di vista, dall’evento europeo non sono emerse solo perplessità, ma anche emblematiche proposte. Il comunicato ufficiale riporta in particolare la combinazione di tetti massimi ai redditi, ai patrimoni e all’estrazione di risorse naturali. Insieme a un reddito minimo, sono il cuore della proposta per uno stato stazionario, la proposta dell’economia ecologica. Il dubbio, forte, è che un tale cambio di rotta sia immediatamente anche solo pensabile – e accettabile –, in tempi di già forte incertezza sul futuro.

Come sintetizza Skidelsky nel suo ultimo volume – non a caso intitolato Quanto è abbastanza –, dobbiamo però ricordarci di »distinguere tra politiche di breve termine, finalizzate alla ripresa dopo la peggiore depressione degli anni Trenta, e politiche di lungo termine, volte a realizzare la vita buona […] Dobbiamo come minimo recuperare la produttività perduta, perché l’attuale organizzazione dell’economia non offre altro modo per ridurre la disoccupazione e l’indebitamento pubblico e privato. Non dovremmo, però, permettere alle urgenze del momento di offuscare la nostra visione dei fini ultimi». Non solo gli economisti ecologici, ma anche il Keynes di Prospettive economiche per i nostri nipoti non potrebbero essere più d’accordo.