Terra come “asset produttivo” o come fattore sociale nell’ ”agenda post 2015”

Cooperazione sostenibile. Eradicazione della povertà, un “cavillo linguistico” nel destino di miliardi di persone?

[4 luglio 2014]

Da oggi all’8  Luglio si tiene a New York (Nazioni Unite) la 13a sessione dell’ “Open Working Group” (OWG)  incaricato di redigere i Sustainable Development Goals (SDGs) dell’agenda globale post-2015 per lo sviluppo sostenibile e l’eradicazione della povertà.  In questo contesto, il gruppo di esperti della GLII (Global Land Indicators Initiative)  ha  il compito di “influenzare” il lavoro dell’OWG  nella definizione di quei target ed indicatori  relativi a tutti gli obiettivi del Millennio post 2015, che sono direttamente o indirettamente legati alla “questione accesso alla terra”, in particolare per l’obiettivo numero 1: “porre fine alla povertà in tutte le sue forme e ovunque”.

A distanza di  poco più di un anno dal primo incontro della GLII, un loro nuovo briefing evidenzia, a sorpresa, come l’ultimo Open Working Group  sugli obiettivi di sviluppo sostenibile abbia “cambiato – improvvisamente- linguaggio” rispetto agli indicatori di accesso alla terra con implicazioni considerate “gravi” per l’agenda globale di lotta alla povertà. Il destino di miliardi di persone povere sembra ora essere legato alla scelta fra la dicitura “diritti sicuri al possesso della terra” (“to own land”) che compare nell’attuale definizione  dei target dell’ obiettivo 1,  versus, invece, la perifrasi  “secure tenure to land”,  fortemente sostenuta  dalla GLII e dalla maggior parte della società civile mondiale.  A detta degli esperti GLII, l’attuale versione di questo obiettivo e dei suoi target, focalizzandosi sull’idea di “possesso della terra”, invita nei fatti all’ individualizzazione delle risorse e dimentica quindi il fallimento quasi totale di tutte quelle strategie di formalizzazione della terra che negli ultimi 50 anni hanno portato solo alla “finanziarizzazione” della “proprietà” e a fenomeni di ulteriore esclusione delle categorie più povere, prive di risorse per poter “legalizzare” le proprie terre. La GLII invita invece ad inserire parole che evidenzino la pluralità delle funzioni della terra (asset produttivo ma anche e soprattutto “ammortizzatore sociale”) e delle modalità di  “sicurizzazione” di essa (non solo individuali) in quelle realtà rurali povere dove è ancora preponderante il diritto “tradizionale” e/o le pratiche comunitarie di condivisione delle risorse.

A settembre 2014 ci sarà la 69a Assemblea Generale delle Nazioni Unite che dibatterà, tra le altre cose, sull’agenda degli SGDs da adottare con una dichiarazione universale nel settembre 2015. Resta quindi soltanto un anno per tentare di “far capire” a chi decide il futuro dello sviluppo globale che la contrapposizione fra approccio “property rights” e approccio “secure tenure” non è soltanto  un “cavillo linguistico” ma ripropone in realtà una divergenza “ideologica” fra due modi diversi di vedere il nexus terra- crescita- riduzione della povertà  e fra due strategie di garanzia del “diritto al cibo” che sono difficilmente conciliabili: agricoltura commerciale per il primo approccio, agricoltura familiare per il secondo.

Giorgia Mei Cospe per greenreport.it