L'intervista di Elisabetta Falcioni a Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International

La Corea del Nord vista da vicino: storia di uno stato-carcere

«È ancora oggi al di là di un confine, e di ciò che accade dall’altra parte non ce ne occupiamo»

[7 febbraio 2014]

A soli 30 anni è il più giovane capo di stato al mondo. Due lauree, conosce almeno quattro lingue ed è stato educato in un importante istituto svizzero. Premesse che ci fanno pensare a un colto, razionale e illuminato statista del presente e soprattutto del futuro. Un moderato, perfino un democratico cristiano, come ha sostenuto un noto senatore italiano. Eppure, a fine 2013, la stessa persona avrebbe pronunciato queste parole davanti alla sua nazione: «Lo scorso anno abbiamo intrapreso azioni risolutive per eliminare una fazione di feccia dal nostro partito e questa epurazione dagli elementi antirivoluzionari lo ha rafforzato».

Stiamo parlando di Kim Jong-un, attuale leader della Corea del Nord, che distribuisce atrocità alla popolazione coreana da due anni, dopo la morte del padre Kim Jong-il, avvenuta nel dicembre del 2011. Il nuovo rampollo della dinastia dei Kim mostra  mani macchiate di sangue, anche del suo stesso sangue: ha assassinato lo zio Jang Song-thaek con l’accusa di aver tentato un colpo di stato. L’uccisione dovrebbe essere avvenuta per fucilazione, ma non ci sono testimonianze e, nell’ultimo mese, una notizia ha popolato la stampa internazionale: Jang Song-thaek e tutta la sua famiglia sarebbero stati sbranati da 120 cani, seguendo il “quan jue” coreano.

E questo assassinio è solo l’ultimo di una lunga serie. In Corea del Nord le esecuzioni capitali o le condanne ai lavori forzati sono quasi il pane quotidiano, inflitte a volte anche per i reati più banali o per aver fatto trapelare informazioni sul Paese via internet o con il cellulare.

Abbiamo chiesto a Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, un’opinione sulle ultime notizie giunte da questo Paese, la cui mancanza anche dei più basilari diritti umani richiede la massima attenzione da parte di questa organizzazione internazionale.

Riccardo, la vicenda dell’esecuzione di Jang Song-thaek può essere esemplificativa del senso di onnipotenza e di impunità che caratterizza i comportamenti della famiglia al potere e delle alte gerarchie militari che la sostengono?

«Non è ancora chiaro quante sono state le esecuzioni e cosa sia successo ai cadaveri, anche se le notizie riportate in rete forniscono particolari agghiaccianti. Non posso confermarle. Quello che è certo è che tutti i parenti di Jang Song-thaek hanno fatto quella fine. In Corea del Nord l’epurazione coincide spesso con l’eliminazione fisica. È segno d’impunità, indubbiamente. Se sia segno anche di forza o di debolezza dal punto di vista politico, è un’altra questione».

Secondo Amnesty International la Corea del Nord palesa uno scarsissimo rispetto per i diritti umani. Quali sono le violazioni più allarmanti che Amnesty vuole denunciare? In particolare puoi parlarci dei campi di prigionia e delle condizioni in cui versano i detenuti?

«La Corea del Nord è uno stato-carcere, con decine di campi di lavoro, kwanliso, uno dei quali – il numero 16 – si estende per tre volte la superficie di Washington (la capitale degli Stati Uniti si estende per 259 Km quadrati, ndr). Vi si trovano decine e decine di migliaia di persone (secondo alcune stime, due ogni 250 abitanti) detenute in condizioni estreme, spesso senza aver commesso alcun reato se non quello “associativo” di essere parenti o amici di oppositori o presunti oppositori. Questa detenzione per “associazione” colpisce famiglie intere. Il cibo scarseggia, le condizioni di lavoro sono estenuanti, le torture e le punizioni all’ordine del giorno. Un ex funzionario di sicurezza del kwanliso 16 ha raccontato ad Amnesty International di detenuti costretti a picchiarsi tra loro o scavarsi la fossa prima di essere uccisi e di donne stuprate e poi scomparse».

Per l’Occidente la Corea del Nord esiste solo sulla cartina geografica: in che modo la dittatura della famiglia dei Kim ha eretto muri impenetrabili attorno a un Paese sconosciuto al resto del mondo? 

«La Corea del Nord è l’esempio più evidente dell’eredità che la Guerra fredda ha lasciato al mondo odierno. Ricordiamoci che poco più di sessant’ anni fa c’è stata la guerra, che ha sancito la divisione della penisola coreana nei due stati nati nel 1948. Quel confine ci dice, ancora oggi, che la Corea del Nord è dall’altra parte, e di ciò che accade dall’altra parte non ce ne occupiamo, in modo che non ci si occupi di ciò che accade dalla nostra parte. La posizione strategica, le incertezza sulla capacità dei suoi armamenti, la lontananza da interessi vitali dell’Occidente e al contrario, la protettiva vicinanza della Cina fanno il resto. Inoltre, le autorità nordcoreane controllano strettamente, e lo vietano del tutto nei confronti degli organismi per i diritti umani, l’ingresso nel Paese, così come controllano ancora più strettamente sia i mezzi d’informazione che l’uscita delle persone dal Corea del Nord. Coloro che ce l’hanno fatta a evadere da un kwanliso e a lasciare il Paese sono pochi e per questo le loro testimonianze sono preziose. Il fatto che le notizie siano molte e la mancata immediatezza della loro trasmissione costringe le organizzazioni per i diritti umani a incrociare informazioni, a fare doppie e triple verifiche prima di poterne rendere conto. Proprio per l’impossibilità di entrare nel Paese, Amnesty International ha dovuto ricorrere al satellite per documentare l’ampliamento dei campi di lavoro, che inglobano via via chilometri quadri di territorio, compresi i villaggi e le persone. Qui si possono vedere alcune immagini: http://www.amnesty.it/Corea-del-Nord-cresce-sistema-repressivo-dei-campi-di-prigionia»

Ci sono progetti specifici da parte di Amnesty International riguardo la situazione coreana?

«Abbiamo chiesto che le Nazioni Unite cessassero di ignorare, come facevano costantemente, il problema della situazione dei diritti umani in Corea del Nord: ora c’è una Commissione d’inchiesta al lavoro. Non basta ovviamente: chiediamo che quella Commissione possa entrare nel Paese e che possano entrarci anche le organizzazioni non governative per i diritti umani a verificare cosa accade all’interno dei campi di lavoro. Tutte le persone detenute per associazione o parentela con presunti o reali oppositori dovrebbero essere liberate».

Per approfondire la tematica riguardante la Corea del Nord segnaliamo il libro, da poco in libreria, di Daniele Zanon dal titolo “Mass Games. Fuga dalla Corea del Nord”, con prefazione di Alex Zanardi e il patrocinio di Amnesty International.

© Elisabetta Falcioni – Infinito edizioni 2014