Crisi? Livorno, ormai sei grande. È l’ora che tu sappia di chi sei figlia e dove vuoi andare

Dalla Trw all’Eni ci sono possibilità da incoraggiare, oltre all’emergenza

[21 ottobre 2014]

L’emorragia di aziende in crisi o che chiudono e la conseguente perdita di posti di lavoro, cominciata a Livorno ormai anni or sono, non accenna a fermarsi. Piccole e piccolissime imprese, come quel che resta della più grande industria – in particolare quella legata alla componentistica – sono al collasso. Delphy prima della crisi, l’altra parte “gemella” dello stesso stabilimento, Trw, ora. Chi scrive ha seguito per anni la cronaca sindacale di queste aziende, il cui futuro ha cominciato ad annerirsi ormai oltre dieci anni fa. Seppur con alti e bassi, la crisi ha semplicemente accelerato il passo verso il fallimento.

Ora per la Trw si chiede un anno di tempo per provare a dare un futuro ai 500 dipendenti, un tentativo comprensibile e pure auspicabile dal punto di vista sociale ma che non cambia quello che pare evidente: o Livorno si ripensa, o muore. Non è pessimismo o disfattismo, ma la constatazione che la storia di questa città è nota, mentre il guaio è che nessuno pare in grado di scriverne il futuro. E se si aspetta che ci pensi il mercato, la sentenza di morte l’ha già emessa da tempo.

Chiariamo subito una cosa: chi parla di futuro turistico per questa città o vive da un’altra parte o non sa di che cosa stia parlando. Questo non vuol dire che non si possano sfruttare meglio le opportunità che i croceristi che sbarcano in massa nel centro cittadino forniscono o fornirebbero, ma davvero non si sanno fare i conti se si pensa che ci possa “campare” una città di 160mila persone, gran parte delle quali pensionate. Nemmeno fossimo Firenze potremmo immaginare un futuro di solo turismo, figuriamoci noi che abbiamo monumenti non imperdibili (anche perché non valorizzati) per turisti mordi e fuggi; spiagge in miniatura e stabilimenti balneari off limits per chi non è livornese. Fine della questione.

Diversa potrebbe essere l’idea di far emergere le potenzialità culturali di questa città. O l’eccellenza di certi servizi. Da una Livorno priva di diamanti nasce per fortuna qualcosa di meraviglioso, che sono giovani creativi che evidentemente trovano anche nello spazio angusto il guizzo per emergere. L’arte è di casa a Livorno: teatro, musica, cinema, non manca niente. Valorizzare i nostri giovani, con mostre, festival, potrebbe essere un’idea vincente. Magari collaborando con Pisa, che ha università ancora importanti e tanti ragazzi che non vedono l’ora di mostrare il loro valore.

L’altro tema è il volontariato, altra eccellenza locale. Chi può dare, deve dare in questa città. Tentare di valorizzare – ma non solo in senso economico, altrimenti non funziona – la multirazzialità storica di questa città, oggi venata da intolleranza verso chi è straniero. Affrontare il problema, che esiste ed è forte ormai anche a Livorno, è un obbligo e anche un’opportunità. Intanto sarebbe il caso di conoscersi meglio, perché è da qui che si dovrebbe cominciare. Tradizioni, storie di vita, aprirsi e evitare i ghetti che invece anche qui prolificano (vedi il centro storico). Perché poi, in una fase così acuta della crisi, non fare di necessità virtù e sfruttare tutte le conoscenze nostrane, magari proprio quelle in pensione, che potrebbero riattivarsi? Un esempio banale, dando lezioni di italiano o civiche gratuite agli stranieri; oppure ripetizioni ai ragazzi che ne hanno bisogno; oppure ricreative per i bambini. Fin qui però parliamo del salto culturale e sociale che questa nuova amministrazione potrebbe agevolare, se solo volesse (praticamente zero il costo economico, mentre gigantesco a livello di fatica mentale e fisica).

Contemporaneamente, però, c’è da capire come fare valore aggiunto e Pil, o meglio sviluppo economico. Come creare posti di lavoro e futuro sostenibile, e qui c’è solo una parola: la manifattura. Bisogna trovare il modo di fare sistema e capire ad esempio che se l’ecologia è il nostro orizzonte, le aziende che lavorano in questa direzione – e che già ci sono – devono essere aiutare, attraendone al contempo di nuove, quelle che potenzialmente possono essere interessate alle aree ahinoi ormai dismesse o in corso di dismissione. Manifattura ecologica quindi, e dunque con il core business legato alla rinnovabilità dell’energia e della materia e alla riduzione del loro consumo. Il territorio di Livorno e Collesalvetti si presta per essere ripensato in chiave ecologica, e dentro ci sta mani e piedi anche l’Eni. Siamo in una fase storica che non sarà né breve, né facile, dove – per dirne solo due – le auto si vender  anno sempre meno e sempre meno si consumerà energia. La crisi in atto è strutturale, non passeggera, indietro non si torna, ma come diciamo sempre siamo ancora in grado di scegliere (o almeno tentare di farlo) dove vogliamo andare.