Cultura e natura: l’intreccio dell’evoluzione biologica dell’uomo. Dalle caverne ai nativi digitali

La cultura ha diretto la genetica e ha favorito la selezione di gruppi portatori di particolari mutazioni. Cosa accadrà in futuro?

[29 maggio 2013]

Lo sviluppo delle tecniche di sequenziamento ha consentito, negli ultimi anni, di studiare, base per base, il Dna di organismi di diverse specie biologiche. Viventi o anche estinte. È ormai possibile fare un’analisi comparata del genoma degli uomini (intesi come sapiens), delle grandi scimmie antropomorfe e anche di ominini ormai scomparsi, e leggere questi diversi genomi in chiave evolutiva.

Molti biologi si sono così posti alla ricerca di quelle varianti che hanno consentito a Homo sapiens di sviluppare le sue peculiari caratteristiche cognitive. L’idea di base, come sostiene Richard Klein in un libro seminale, The Dawn of Human Culture, pubblicato con Wiley nel 2002, è che singole mutazioni, al limite una singola mutazione, ha determinato quei cambiamenti che hanno accelerato l’evoluzione culturale dell’uomo.

Tuttavia, sostengono Simon E. Fisher e Matt Ridley sull’ultimo numero della rivista Science, per capire il rapporto tra “nature and nurture”, tra genetica e cultura, potremmo e dovremmo porci anche in una prospettiva specularmente opposta e chiederci se non sia avvenuto il contrario, ovvero che alcuni comportamenti culturali hanno favorito la selezione di varianti genetiche particolari.

Certo, non sappiamo – non ancora, almeno – se siano state mutazioni genetiche a favorire l’evoluzione di Homo habilis e delle sua capacità di lavorare la pietra o, più tardi l’evoluzione del fuoco o, ancora più tardi, abbia indotto i Neanderthal a seppellire i propri morti. O piuttosto non sia avvenuto il contrario: che l’aver appreso a lavorare la pietra, a conservare e usare il fuoco, a seppellire i morti ha selezionato gruppi con particolari varianti genetiche.

L’ipotesi, sostengono Simon E. Fisher e Matt Ridley, non è campata in aria. Noi sappiamo che, almeno in epoca neolitica, con Homo sapiens, la cultura ha diretto la genetica e ha favorito la selezione di gruppi portatori di particolari mutazioni.

Gli esempi proposti sono noti. In Europa l’uomo ha imparato ad allevare gli animali da latte e a bere il latte, cultura che non si è affermata in Asia. E, infatti, tra gli europei sono stati selezionati gruppi che, anche in età adulta, consentono al gene della lattasi, posizionato sul cromosoma 1, di esprimersi, di produrre l’enzima lattasi e di digerire il latte. Negli asiatici, che non hanno il latte nella loro dieta, questa selezione non si è consumata, il gene della lattasi non si esprime in età adulta e il latte non viene digerito. I medici la chiamano: intolleranza al latte. In questo caso è evidente che, nella popolazione europea, prima è venuta la “nurture” poi la “nature”.

Una condizione analoga si è verificata con l’alcol. Gli europei mostrano, in genere, una notevole capacità di sopportare l’alcol. Capacità che non caratterizza, in genere, gli asiatici. Anche in questo caso la cultura è venuta prima della genetica. Gli europei hanno inserito l’alcol nella loro dieta e nel tempo si sono affermati gruppi con varianti genetiche che li hanno messi in grado di sopportarlo.

Qualcosa di analogo potrebbe essere avvenuto centinaia di migliaia di anni prima. Per esempio tra gli ominini che hanno imparato ad accendere il fuoco e poi a cucinare potrebbero essere affermati gruppi capaci sia di sviluppare la tecnologia del fuoco sia di trarre beneficio dal cibo cotto.

E qualcosa di simile potrebbe essere avvenuto con il linguaggio, la capacità di espressione artistica, lo sviluppo del pensiero astratto e persino della cultura scientifica.

Se tutto questo è vero, se dunque il rapporto di causa ed effetto tra cultura e natura può essere reciproco, ha senso chiederci se e come l’evoluzione biologica dell’uomo risponderà al nuovo ambiente cognitivo che l’uomo stesso ha creato. Per esempio, se saranno selezionati gruppi di uomini portatori di varianti genetiche che facilitano la loro vita nell’ambiente digitale. Se, dunque, i nativi digitali saranno non solo cognitivamente ma anche biologicamente diversi da noi adulti, impacciati immigrati digitali.

In questo caso le preoccupazioni di chi sostiene che i ragazzi, nativi digitali, rischiano di smarrirsi nell’universo informatico e di perdere almeno in parte le loro potenzialità cognitive, devono essere, almeno in parte, riviste. L’universo digitale favorirà l’emergere di persone capaci di viverci a proprio agio e col massimo beneficio.