Far ripartire i consumi non basta, bisogna avere il coraggio di scegliere

Dal governo Renzi una «paccata di miliardi» per obiettivi già vecchi

Programma nebuloso, nessuna copertura. Il premier: «Arriveranno tra un mese»

[26 febbraio 2014]

Ora che il premier Renzi ha ottenuto la fiducia da entrambi i rami del Parlamento ci sentiamo meno soli nel leggere sull’Unità che anche per Giuseppe Civati, che pure era in aula, «ha detto poco, o nulla». «Io non ho capito quali sono i suoi punti programmatici», ha rincarato la dose il parlamentare – anche se ha votato la fiducia al nuovo esecutivo «per un atto d’amore verso il PD» –, e nemmeno noi. Facciamo dunque ammissione di ignoranza, ma un ottimo comunicatore come Renzi dovrebbe sapere che quando un messaggio al pubblico non passa la colpa è in buona parte di chi l’ha lanciato.

Il premier ha buttato nel calderone parlamentare una lista di buone intenzioni molto lunga (e non tutta condivisibile), ma senza dettagliare alcuna copertura finanziaria. C’è chi immagina 80, chi 100 miliardi di euro; sembrano più vicini i tempi della famosa «paccata di miliardi» evocata dall’ex-ministro Fornero. Nell’intervista rilasciata in serata a Ballarò (vedi video in fondo pagina), Renzi ha sottolineato che tutte le coperture saranno chiare «tra un mese». Ossia quando dovrebbe esser già pronto anche il Jobs Act (ultima chiamata per il 17 marzo). Il Paese ha un gran bisogno di certezze, e tra 30 giorni vedremo quali saranno in campo. Ci limitiamo al momento a sottolineare come un governo «di svolta» dovrebbe dare idee nuove per lo sviluppo duraturo del Paese, che ancora non sono uscite fuori.

Una su tutte, il concetto di consumo. Renzi ha ragione a ricordare che l’Italia «ha una domanda interna azzerata. Il ceto medio non ha più una lira in tasca». Molto pragmaticamente, i dati diffusi ieri da Istat parlano di vendite al dettaglio nel 2013 nuovamente in calo del 2,1%, la regressione più ampia da 24 anni a questa parte. Addirittura la spesa per prodotti alimentari continua la discesa, perdendo l’1,1%. Il premier si impegna ad invertire questo trend, ma gli interventi proposti non convincono sia nel metodo, sia nel merito: la proposta in campo di ridurre il cuneo fiscale di 8-10 miliardi di euro, garantirebbe appena 50€ al mese in più su una busta paga di 1.600€. Difficile che tale aumento possa tradursi in un sensibile incremento dei consumi. E poi – questa la seconda perplessità – di quali consumi stiamo parlando? Quella del consumismo imperante, e ancora oggi sempre più diffuso tra chi può permetterselo, non sembra esattamente l’età dell’oro cui aspirare. Sarebbe davvero un peccato se lo stil novo di Renzi nascesse già vecchio, anzi morto.

Da una parte il nebuloso programma dell’esecutivo si sta plasmando su incongruenze – come trovare tutti i soldi necessari senza voler abbandonare i vincoli di spesa pubblica imposti da Bruxelles? –, dall’altra le misure accennate sembrano non voler creare nessuna rottura con un passato insostenibile che ci ha portato all’attuale e apparentemente infinita crisi economica.

Qualcosa nel frattempo è cambiato nella pancia dell’Italia, come mostrano i dati di vendita dei prodotti biologici, che stanno macinando record su record. Secondo l’ultima ricerca Aiab, comunica l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), in Italia, nel primo semestre 2013, nonostante il calo del 3,7% dei consumi alimentari convenzionali si è registrato addirittura un incremento dell’8,8 % dei consumi di biologico. Si tratta di un trend interessante, che mostra una capacità di scegliere i propri consumi ormai in crescita, ma che necessita ancora di grande sostegno per acquistare forza e, soprattutto, estendersi ad altri beni di consumo.

Meglio dunque sarebbe indirizzare le poche risorse disponibili in misure di riqualificazione della (buona) spesa pubblica, motore per l’occupazione e per la green economy, oltre che in interventi shock per frenare l’emorragia della disoccupazione, come con la creazione di un’Agenzia per l’occupazione adeguatamente finanziata. Come abbiamo visto, una riduzione delle tasse sul lavoro non sarebbe affatto in grado, da sola, di creare nuovo lavoro e per sancire la fine dell’era della crescita fine a se stessa non basta rimettere due «lire in tasca agli italiani». Va anche cambiato il modo di spenderli, questi soldi.

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