Dal salario minimo di Obama al salario al minimo italiano

[29 gennaio 2014]

Si avverte palpabile un divario insopportabile tra il discorso sullo stato dell’Unione in cui Barack Obama sfodera come una spada l’arma del salario minimo e quei discorsi da politica stantia che così spesso rimbombano nelle sale italiane del potere. Più dei contenuti, che pure non mancano, Obama offre ai cittadini a stelle e strisce una prospettiva, una prospettiva di un futuro migliore. Il massimo che da noi riusciamo a offrire è invece la visione di una fantomatica luce in fondo al tunnel della crisi, che più la rincorri più si allontana. E questo, in politica, fa la differenza.

Obama parla di un breaktrough, di un anno di svolta. Ma sa di avere a che fare con un pubblico difficile. A dar retta ai sondaggi meno della metà degli americani apprezza l’operato del presidente, e qualche ragione certamente ce l’hanno, ma se un leader politico potesse vantare alle nostre latitudini d’esser riuscito a portare il tasso di disoccupazione al livello più basso da cinque anni a questa parte avrebbe di certo meno grane. È anche a questi americani che Obama si rivolge, quando arringa dicendo che «qui in America, il nostro successo dovrebbe dipendere non sulla casualità della nascita, ma dalla forza della nostra etica del lavoro e dalla portata dei nostri sogni. Questo è ciò che ha attirato qui i nostri antenati qui. È perché la figlia di un operaio di fabbrica è potuta diventare amministratore delegato della più grande casa automobilistica americana, perché il figlio di un barista è presidente della Camera, perché il figlio di una madre single può essere il Presidente della più grande nazione sulla Terra».

L’attacco alle disuguaglianze in aumento e a una scala mobile che si è bloccata – e che in Italia in molti non vedono l’ora di rottamare completamente – riesce a fondere la celebre apertura americana al valore della meritocrazia con la consapevolezza che una rete sociale solida e un welfare efficiente sono un’opportunità e non un costo anche per il migliore degli imprenditori, perché anche se cadesse troverebbe sotto di sé un tappeto elastico pronto a frenare la caduta e a rilanciarlo in alto.

Meritocrazia, welfare, ma anche innovazione. Per garantire posti di lavoro Obama promette che l’America ha ancora «la possibilità, in questo momento, per battere altri paesi in gara per la prossima ondata di lavori di produzione high-tech», ad alto tasso di conoscenza, per offrire occupazione di qualità che sfugga alla logica della corsa contro le macchine che rubano lavoro agli operai.

In un Paese dove la Banca centrale ha legato i suoi obiettivi di politica monetaria al livello della disoccupazione il presidente Obama non si dimostra da meno innalzando – contro i venti contrari che i Repubblicano soffiano dal Congresso – il livello del salario minimo per tutti i lavoratori che abbiano rapporti con l’amministrazione federale, e non di un’unghia ma di quasi il 40%, con la speranza che il passo avanti possa essere presto condiviso col resto di coloro che l’aspettano.

La nostra Italia, invece, dove anche il dibattito sul Jobs Act di obamiana memoria è stato accantonato in favore delle beghe in corso sulla legge elettorale, un salario minimo non si è ancora decisa a ospitarlo, perché altrimenti le imprese delocalizzano. Il risultato è, come evidenzia oggi anche Gad Lerner su la Repubblica, che ci troviamo ostaggi di una multinazionale svedese – l’Electrolux – che per rimanere a produrre sul territorio italiano prima tasta il terreno sparando una riduzione del salario pari al 40% e poi cerca il compromesso a 130 euro in meno a operaio.

Dal salario minimo al salario ridotto al minimo, e soprattutto senza un lavoro (ancorché minimo) garantito. Nell’America di Obama la disoccupazione è infatti ancora alta ma comunque al livello più basso dall’inizio della crisi (e il settore manifatturiero contribuisce alla crescita di lavoro per la prima volta dal 1990), mentre in Italia ha subito un inesauribile crescendo. La strada che ci è stata prima imposta e che poi abbiamo adottato con sussiego, ossia la svalutazione interna che comprime i salari dei lavoratori per favorire le esportazioni, non sta funzionando. Ma non riusciamo ad accettarlo. Tanto che oggi il più importante quotidiano economico europeo, il nostro Sole24Ore, si ritrova ad attaccare il salario minimo di Obama anche se solo domenica scorsa titolava: «Il salario minimo fa bene al lavoro, nei Paesi che l’hanno introdotto più costi, ma anche più vantaggi».

Cambiare strada ora e sceglierne una di sinistra, che valorizzi e difenda il capitale umano e sociale anziché dilapidarlo, non è troppo tardi. Potremmo, come Europa, godere anche dei vantaggi per l’economia del prossimo futuro, dove l’industria verde e la tutela dell’ambiente saranno sempre più importanti, e dove ancora abbiamo da insegnare ad un’America che – anche con Obama – è rimasta indietro. Questa sarebbe politica, e un orizzonte di speranza per i cittadini.

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