Riceviamo e pubblichiamo

Il Def di Renzi nascosto dietro al dito degli 80 euro in busta paga

[11 aprile 2014]

Il governo Renzi sta via via chiarendo i suoi obiettivi in politica economica. Renzi era andato a Bruxelles e nelle più importanti capitali europee con baldanza, preannunciando urbi et orbi che l’Italia avrebbe utilizzato almeno la differenza tra il 3% di deficit consentito dalle regole europee e quello previsto nel 2014 del 2,6 % per dare impulso alla ripresa e all’occupazione.

Di queste affermazioni non resta nulla.

Il governo Renzi terrà fermo il deficit già previsto da Letta al 2,6 %, rinunciando ad usare 5 miliardi di euro (la differenza con il 3%) per aiutare la ripresa.

Con una svolta repentina il governo Renzi ha deciso di restare dentro i parametri di Bruxelles, anzi un poco sotto, e ha rinviato lo scontro con le politiche europee dell’austerità ad un imprecisato futuro. Prodi ha condensato in una felice battuta il problema da risolvere: non possiamo accettare che ci leghino le gambe e poi ci si chieda di correre, come invece sta facendo il Fmi quando sottolinea che l’Italia crescerà meno della Grecia. Come potrebbe crescere di più con questi vincoli ?

Quindi la nuova linea di Renzi è fare prima “i compiti a casa”, come dicevano già Monti e Letta, solo dopo si vedrà se grazie anche ai risultati elettorali europei ci saranno novità sufficienti per andare oltre l’austerità.

In questo senso c’è continuità con i governi precedenti. Questa nuova linea ha un punto debole, se l’Italia dovesse farcela senza modificare la linea dell’austerità europea  paradossalmente ci sarebbe un motivo in più per Bruxelles per lasciare immutata la politica europea. Se invece il nostro paese restasse nell’impasse, cosa molto più probabile, la modifica della linea europea, se e quando vi sarà, arriverà troppo tardi.

Ovviamente se non c’è uno spazio europeo per aiutare la ripresa e l’occupazione il governo è costretto a cercarlo tutto in Italia. In sostanza il malato Italia deve pagarsi da solo le cure per guarire, senza alcuna solidarietà da parte di altri.

Di qui la riscoperta delle proposte del (mitico) commissario Cottarelli sulla revisione della spesa, o se si preferisce sui tagli.

I tagli di spesa vengono giustificati con l’attuazione della misura

principale: 80 euro al mese in busta paga per 10 milioni di lavoratori a basso reddito. Chi può essere contrario all’aumento di 80 euro al mese ?

Guardando meglio viene da chiedersi come mai malgrado questa iniezione di reddito (10 miliardi) non vengano previsti dallo stesso governo effetti rilevanti sul Pil. Infatti il governo stima che il Pil cresca nel 2014 per effetto delle misure di un modesto 0,2 % di Pil, mentre nessun effetto è previsto sull’occupazione. Questo perché se da una parte si dà, dall’altra si taglia e quindi il saldo (come spiegava già Keynes) sul Pil e sull’occupazione è poco o nullo, come del resto ammette anche il governo nel Def.

In realtà se la priorità è l’occupazione il governo avrebbe dovuto adottare un provvedimento urgente per creare nuovi posti di lavoro, ricordando l’esperienza roosveltiana.

Ci sono diverse proposte in campo. Tutte hanno in comune l’obiettivo di offrire lavoro immediato ad alcune centinaia di migliaia di persone, in particolare giovani.

Dovendo scegliere come utilizzare le risorse disponibli è preferibile puntare su un’unica azione, solidale e almeno le cifre dell’occupazione sarebbero sensibilmente migliorate con risultati importanti anche sulla domanda interna.

Il governo invece per aumentare l’occupazione punta sulle misure del tempo determinato a gogò, illudendosi che l’occupazione possa essere creata solo con misure che comprimono ulteriormente le condizioni di lavoro e allargano la precarietà, mentre ormai la flessibilità è talmente ampia che il risultato sarà l’aumento della precarietà ma non dell’occupazione. L’apprendistato viene stravolto, malgrado la Germania abbia dimostrato che può essere un punto di forza per l’entrata al lavoro. Anche le misure sul Pubblico Impiego ridurranno l’occupazione.

Sappiamo ancora poco del dettaglio dei tagli, se non che riducono l’impatto pubblico sull’economia, come avviene con la riduzione degli investimenti che è già a livelli minimi. Anche la sanità è sotto tiro e non è un bel segnale perché il settore è da tempo in sofferenza, è già oggi una spesa sotto la media europea e i risparmi nel settore dovrebbero andare a migliorare la qualità del servizio ai cittadini.

E’ chiara solo qualche cifra ad effetto, come il limite per gli stipendi nella P.A, ma questo limite non c’è per le società pubbliche quotate, dove c’è la vera polpa. Per di più se non si vuole aprire un contenzioso senza fine (perdente per lo Stato) va detto che il limite agli stipendi dei manager pubblici o è accettato volontariamente o potrà valere solo per i futuri contratti di lavoro.

Il governo ha il problema di decidere con velocità, ma non tutto è nella sua disponibilità immediata e quindi rischia di adottare norme manifesto, con un taglio fortemente propangandistico.

Tornano nel Def le proposte di vendere patrimonio pubblico per tagliare il debito, ma 10 miliardi all’anno sono un quinto del Fiscal compact che troppi fingono di non sapere detterà legge dall’anno prossimo con l’obbligo per l’Italia di trovare 50 miliardi all’anno per ridurre il debito. Farlo senza neppure avere una crescita economica degna di questo nome sarà un disastro per il nostro paese.

Infine fare pagare qualcosa di più alle banche per ridurre le tasse ai lavoratori non può che essere visto positivamente, come il trasferimento del carico fiscale dalla rendita alle imprese attraverso la minore tassazione dell’Irap, tuttavia questi quattrini potevano essere spesi meglio finalizzandoli a comportamenti precisi delle imprese, così invece andranno a tutti senza vincoli. E’ un errore ricorrente nelle azioni dei governi perché le imprese in realtà usano la riduzione delle tasse come meglio credono.

Una contraddizione. E’ stato deciso che la tassazione della rendita dei fabbricati scenderà ulteriormente nel 2014 al 10 %. Anche questa è una rendita, perché viene trattata con favore ?

Nell’insieme il Def non riesce a delineare l’uscita dalla crisi economica (lo 0,8 % in più nel 2014 per arrivare all’1,6 % nel 2016 è pochissimo) e tanto meno dell’occupazione che ancora quest’anno calerà. Certo il governo guadagna tempo con alcune misure come gli 80 euro in busta paga, ma la sostanza dei problemi resta non risolto e i pericoli di tagli pesanti alla spesa pubblica restano una seria preoccupazione.

di Alfiero Grandi