Domani il governo interverrà con un decreto sui precari della Pubblica amministrazione

Dipendenti pubblici, zavorra o risorsa? La risposta nei numeri della spesa pubblica

L’economista Gustavo Piga a greenreport: «Ci sono sprechi che impediscono di trovare risorse per spendere di più nel pubblico, aiutando al meglio il settore privato». E renderlo più verde

[22 agosto 2013]

Secondo l’analisi condotta da Confcommercio e Cer, la spesa pubblica complessiva negli ultimi vent’anni è raddoppiata. Al contempo, l’Istat certifica che – dal 2001 al 2011 – i dipendenti pubblici sono diminuiti di 368mila unità (-11,5%). Come si incrociano questi dati? 

«E’ vero che i dati Istat non tengono conto del crescente ricorso a rapporti co.co.co.  Ed è vero che al di là dei numeri di dipendenti contano le promozioni verticali degli stessi: in questi anni il ricorso alle promozioni è stato particolarmente accentuato, in particolare negli enti locali dove il numero complessivo delle promozioni in molti degli anni di questo nuovo secolo è stato addirittura superiore al numero dei dipendenti.

Ma non c’è dubbio che il numero di dipendenti pubblici è calato. E, soprattutto, che l’Italia non spende troppo per la sua forza lavoro pubblica, paragonata agli altri Paesi europei. Le cito per esempio la ricerca Eurispes-Uil, come una delle tanti fonti dove troverà al conferma di quanto le dico: paesi nei quali la spesa per il pubblico impiego grava maggiormente sul Pil sono: la Danimarca, con un rapporto del 19,2% sul Pil, seguita dalla Svezia (14,4%), dalla Finlandia (14,4%), dalla Francia (13,4%), dal Belgio (12,6%), dalla Spagna (11,9%), dal Regno Unito (11,5%), dall’Italia (11,1%), dall’Austria (9,7%), dai Paesi Bassi (10%), e per finire dalla Germania con il 7,9 per cento. La situazione italiana – rivela il report – è quindi «perfettamente» in linea con la media europea (11,1%).

Semmai quello che deve preoccupare è la scarsa produttività di questi dipendenti pubblici. E non parlo tanto dei “fannulloni”, fenomeno certamente presente ma a mio avviso esagerato, quanto della loro capacità di dare servizi al pubblico in maniera efficiente (con il minimo spreco di tempo necessario) e efficace (dando quando è desiderato dall’utente). Un indicatore “europeo” per tutti? L’età media dei nostri dipendenti, altissima: quanto a percentuale dipendenti con più di 50 ani siamo a 53,2%; la Grecia è a 37,3%, la Francia al 30,5% ed il Giappone al 25% . Come pensa che una struttura così anziana possa accompagnare le imprese in processi e prodotti a alta intensità di innovazione, piuttosto che ostacolarli?

Detto questo, non ho ancora risposto alla sua domanda: se la spesa totale in 20 anni è raddoppiata (+100%), in parte ciò è dovuto all’inflazione (+50%), e quindi ci rimane da spiegare “solo” un 50% di aumento “reale”. Poi ricorderei che il Pil italiano è anch’esso circa raddoppiato dal 1993, e che questi aumenti si sono tradotti anche in aumenti di stipendi pubblici simili a quelli del settore privato e a beni e servizi (appalti) all’altezza di un Paese che si è modernizzato (pensi solo alla spesa per informatizzare la nostra P.A.). Il che è confermato dal fatto che già nel 1993 la nostra spesa pubblica rispetto al Pil era a livelli simili a quelli odierni, poco è cambiato. Anzi, allora era ancora più alta di oggi.

Quindi i dati vanno letti bene. Ma non mi fraintenda: non credo che non si possa fare lo stesso che facciamo oggi con meno spesa o che con la stessa spesa non si possa fare meglio. Anzi, sono convinto che sia così e che sia questa la vera ragione per cui la nostra economia stenta: troppi sprechi. E questi sprechi impediscono anche di trovare risorse per spendere di più nel pubblico aiutando al meglio il settore privato».

Per incidere sulla spesa pubblica, il governo Letta si muove sulla scia del precedente mettendo in cantiere una nuova spending review. Quale ritiene sarebbe la strategia migliore da adottare?

«Farla, la spending review, non annunciarla. Letta ha perso già troppo tempo e non mi capacito del perché. Certo, significa abolire gli sprechi e quindi far scontento qualche imprenditore e forse, chissà, qualche dipendente pubblico non probo e onesto. Ma sono gli stessi imprenditori come categoria che dovrebbero capire che hanno tutto da guadagnare anche se qualche singolo ci perde: meno sprechi vuole dire meno tasse sulle imprese e più investimenti pubblici di cui beneficiano».

Nonostante gli strali sulla spesa pubblica, gli investimenti della Pa sono in costante calo: il rapporto investimenti pubblici/Pil era al 3,5% nel 1981, mentre per quest’anno è stimato all’1,9% (e all’1,8% nel 2014). Nel programma economico de i viaggiatori in movimento, l’associazione di cui lei è presidente, ripensare gli appalti pubblici per rilanciare un sano sviluppo è invece un punto fondamentale: cosa proponete?

«Grazie di avere menzionato la nostra Associazione, siamo fieri del nostro Programma per l’Italia elaborato assieme a giovani, imprenditori, funzionari pubblici e tante altre persone di buona volontà, passione civica, competenza.  Le politiche relative ai lavori pubblici hanno spesso premiato il grande progetto o l’opera faraonica che si è rilevata come la classica cattedrale nel deserto. Occorre, in questo momento cosi difficile e complesso della congiuntura economica, provare a cambiare il punto di vista con cui approcciare la realizzazione delle infrastrutture e delle opere pubbliche più in generale. Far ripartire gli investimenti in lavori pubblici per aiutare la crescita economica del nostro Paese e creare posti di lavoro, significa spingere sulle “piccole” grandi opere che, partendo dalla salvaguardia del nostro bellissimo territorio, forniscano risposte chiare alle necessità dei cittadini. Queste le nostre opere strategiche:

1.         Risanamento idrogeologico del territorio e prevenzione anti sismica.

2.         “Autostrade” della cultura. Restauro dei siti archeologici e culturali dell’Italia. Pensiamo  al valore aggiunto in termini economici e di lavoro che si potrebbe avere con lo sfrutta-mento di questi luoghi risanati.

3.         Decementificazione del territorio attraverso l’abbattimento di tutte le opere pubbliche incompiute e inutilizzate.

4.         Riqualificazione urbanistica delle città, anche privilegiando interventi di sostituzione edilizia.

5.         Piano di assistenza all’abitazione.

6.         Riqualificazione ed ammodernamento dei plessi scolastici, anche utilizzando forme di partenariato pubblico privato.

7.         Riqualificazione energetica del patrimonio edilizio.

8.         Autostrade telematiche.

9.         Costruzione e riqualificazione delle carceri.

10.       Residenze universitarie.

Per realizzare il suddetto programma prevediamo di impegnare l’1% del Pil ogni anno per i prossimi 5 anni, incrementando il livello medio annuo di investimenti in infrastrutture di circa 16 miliardi di euro. Importante sarebbe introdurre una golden rule a salvaguardia degli interventi prioritari, di particolare valenza strategica, dagli effetti che le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno determinato sulla spesa delle pubbliche amministrazioni per nuove infrastrutture. Tale 1% di Pil dovrebbe essere negoziato all’interno del Fiscal compact europeo ma al di fuori degli obblighi del deficit di questo, come riforma essenziale al Paese, monitorata da ispettori europei».

In particolare, lo sviluppo del Gpp – green public procurement, gli acquisti verdi – potrebbe avere un ruolo fondamentale nello sviluppo della green economy in Italia: quali pensa dovrebbero essere i principali passi da compiere per intraprendere questa strada?

«Le cito dal programma dei Viaggiatori: i) Obbligatorietà per tutti gli appalti pubblici di lavori di ri-strutturazione, gestione del calore, energy management, dell’inserimento di criteri di efficienza energetica, e di meccanismi di shared saving per ogni efficientamento energetico; ii) Quote riservate negli appalti alle Pmi che investono in modo significativo nella eco-sostenibilità;  iii) Sviluppo di strumenti di project finance per la riqualificazione energetica degli edifici pubblici; iv) Accrescere la domanda sia pubblica (Public Procurement) che privata di beni e di servizi ad alto valore ambientale».