Distorsioni cognitive e tribù autoreferenziali: contro il lato oscuro di Internet ci può salvare solo il nostro spirito critico

Istat: «Uno sforzo maggiore delle istituzioni per promuovere un approccio critico alle informazioni è ormai condizione ineludibile: destreggiarsi fra notizie e dati statistici online è una delle condizioni per essere compiutamente cittadini e per esercitare quel controllo civico alla base della democrazia»

[12 giugno 2018]

Pubblichiamo di seguito un estratto del rapporto Internet@Italia, frutto di uno studio congiunto sulla diffusione di internet e sui divari digitali presenti nel nostro Paese da parte di Istat e Fondazione Ugo Bordoni. Lo studio integrale è disponibile qui: https://www.istat.it/it/files//2018/06/Internet@Italia-2018.pdf

Uno dei risultati più evidenti, per altro in linea con la letteratura (ad esempio Rainie e Wellman 2012), emersi dal progetto Internet@Italia nel corso degli anni è la contiguità fra mondo online e mondo offline: come già anticipato in via generale, le persone che fanno un uso maggiore della Rete sono anche quelle che svolgono maggiori attività offline (vanno più spesso al cinema o al teatro, frequentano maggiormente musei e siti archeologici, leggono molti più libri e periodici (Istat-FUB 2014; Istat-FUB 2015).

L’uso della Rete non toglie spazio ad altre forme di socializzazione e non produce, quindi, alcun meccanismo di sostituzione. Questa correlazione può essere letta anche in termini speculari e opposti: le persone che usano la rete in modo più continuo e più attivo sono quelle maggiormente dotate di capitale sociale (istruzione, reddito, interessi culturali, relazioni): in questo senso, il grado maggiore di partecipazione alla vita comunitaria è la causa e non l’effetto dell’adozione delle nuove tecnologie (Miconi 2013). La Rete contribuirebbe così ad accrescere le disuguaglianze che derivano dai tradizionali fattori socio-economici: reddito, titolo di studio, condizione e posizione professionale (Franzini e Pianta 2016) introducendo un ulteriore fattore di divaricazione sociale.

Tratti analoghi si riscontrano anche in relazione alle attività svolte online. Anzi, con riferimento alle giovani generazioni, è divenuta sempre meno rilevante la disuguaglianza nell’accesso fisico alla Rete e più marcata quella tra coloro che trascorrono online molta o poca parte del proprio tempo (Gui 2007). Le disparità derivano risiedono nella diversa capacità delle persone di trarre vantaggio dalle informazioni e dai servizi offerti dalla Rete e chiama in causa il diverso grado di alfabetizzazione digitale.

L’UNESCO (2008) ha definito l’alfabetizzazione digitale come la capacità delle persone, nella loro vita online, di valutare la qualità delle informazioni, di saperle archiviare e recuperare, di farne un uso efficace ed etico, di saperle utilizzare per creare e comunicare conoscenza. Nel solco di questa definizione, più recentemente, la Commissione europea ha proposto la nuova versione del DIGCOMP (Digital competence framework).

Il dibattito sulle competenze digitali si incrocia con l’analogo dibattito sulle competenze chiave per il futuro (Unesco 2015; World Economic Forum 2016). Infatti, nella graduatoria delle competenze chiave, ai primi due posti si situano la risoluzione di problemi complessi (complex problem solving) e lo sviluppo del pensiero critico (critical thinking). Entrambe queste competenze si riferiscono alla capacità di governare dati, variabili e contesti: in una vita quotidiana in cui i piani fra reale e digitale tendono a sfumare, queste dimensioni sconfinano nelle competenze di “information e data literacy” che del DIGCOMP sono definite come “capacità di trovare, selezionare, verificare le informazioni”.

Va osservato che nella risoluzione di problemi complessi esistono soltanto soluzioni sub-ottimali, le variabili sono interdipendenti e le relazioni sono prevalentemente non lineari. Per affrontare un problema complesso è prioritario identificare tutte le componenti del problema e le loro relazioni: occorre cioè avere una visione sistemica (Wing 2006).

Pensiero critico vuol dire saper focalizzarsi sulle informazioni più rilevanti, saper porsi le domande giuste, separare i fatti dalle opinioni e dalle supposizioni, saper assimilare rapidamente e applicare l’insieme delle conoscenze acquisite nel passato alle esperienze successive. Significa conciliare il metodo deduttivo con quello induttivo e con quello abduttivo (dal generale, scientificamente confermato, seppur su base probabilistica, al probabile).

La domanda cruciale è se la vita online permetta spontaneamente l’acquisizione di tali competenze.

La psicologia cognitiva ci dice da anni che avere un atteggiamento critico è difficile e faticoso perché richiede la ricerca e la valutazione di prove. È stato ampiamente dimostrato (Kahneman 2012) che la mente è il frutto di un’interazione precaria tra due sistemi: il primo, veloce e intuitivo, che agisce automaticamente; il secondo, lento e razionale, che per agire richiede uno sforzo. Questo secondo sistema corrisponde a quello che pensiamo di essere, articola i giudizi e compie le scelte ma spesso appoggia o razionalizza idee e sentimenti che sono frutto del pensiero veloce e intuitivo.

Nella maggior parte delle situazioni della vita quotidiana le decisioni “euristiche”, condotte in modo veloce e automatico si rivelano giuste ma in situazioni più complesse, le euristiche portano a distorsioni del giudizio (bias) che danno luogo a decisioni errate. Ad esempio, una delle euristiche più adottate è quella del pregiudizio di conferma (confirmation bias) e cioè la tendenza a scegliere, fra tutte le informazioni a cui possiamo accedere, quelle che confermano o rafforzano le nostre idee.

Le caratteristiche dell’offerta ICT (concentrazione e integrazione della filiera modelli di business centrati sulla profilazione) unite a quelle della domanda (proliferare dei social network e delle app, uso massivo dello smartphone e primato del video) hanno portato a costruire un mondo online che sembra rafforzare il pregiudizio di conferma.

È il fenomeno della camera dell’eco (echo chamber): la zona di comfort digitale, chiusa o semichiusa, composta da amici, contatti e followers che la pensano esattamente come noi o in modo molto simile (Xhaet e Derchi 2018). Questo fenomeno è rafforzato dalle bolle dei filtri (filter bubbles), una gabbia generata dalle nostre scelte e preferenze attraverso la profilazione sempre più puntuale (Pariser 2011).

Le piattaforme sembrano restituire un contenuto coerente con le aspettative delle persone. Che cosa si può fare per combattere i bias cognitivi? La risposta di Kahneman è: molto poco in assenza di un grande investimento in termini di energia e consapevolezza critica.

Occorre quindi impegnarsi a costruire una “società critica” nella quale siano resi espliciti i pericoli insiti in certe situazioni decisionali. Questo è un compito primario delle istituzioni, in particolare della scuola, che resta, ancora oggi, il principale agente di socializzazione a un uso formativo e critico dei nuovi media nella popolazione e alla promozione di un’efficace competenza digitale.

La scuola non può lasciare che le giovani generazioni sviluppino in modo autonomo la media literacy nonché la capacità di interagire online, di creare contenuti e difendersi dalle minacce per la propria privacy. Tali competenze non si acquisiscono per caso, vanno apprese. In questo senso, la scuola deve contribuire a rendere trasparenti le fonti di informazione e promuovere le capacità di uso critico delle informazioni stesse; insegnare a non fermarsi alla prima informazione ma consultare più risultati, cercare sempre le fonti e le informazioni sull’autore; insegnare strategie di difesa dell’attenzione, a protezione delle distrazioni dei media; insegnare a preoccuparsi dei contenuti e delle proprie tracce digitali lasciate online, sostenere una sfida di natura etica e cioè la capacità di riflettere sulle scelte di valore che come produttori e consumatori di comunicazione siamo tenuti a fare (Jenkins 2010; Rheingold 2013). La scuola è un ambiente in cui si dovrebbe imparare a elaborare l’informazione e non limitarsi a cercarla o subirla. È questo il senso dello spirito critico.

Se uno dei compiti principali della scuola è insegnare l’esercizio critico, allora vanno creati ambienti di apprendimento che facilitino la lettura, l’ascolto, l’esposizione dei punti di vista, la scrittura, la formazione di una propria opinione che tenga conto di quanto discusso. Il vantaggio della scuola è di fornire qualcosa che la rete non potrà mai dare, ovvero un punto di vista diverso sulle informazioni: una discussione sulle informazioni in termini di contenuto, fonte, affidabilità, esercizio all’uso critico, alla riflessione e all’approfondimento personale (Bagnara e Matarazzo 2015).

Nelle situazioni di apprendimento quello che conta di più non è tanto la strumentazione digitale (un personal computer o un iPad aggiornato, una rete a banda larga o ultralarga), quanto piuttosto la progettazione complessiva della stessa situazione di apprendimento stessa (Casati 2013). Se le preoccupazioni per la profilazione si sommano al primato del mobile (lo smartphone assorbe oltre il 62% del tempo online) e delle app come dispositivi di accesso alla rete (92% degli utenti smartphone), al primato del video nel traffico complessivo, a un aumento tendenziale del “press divide”, allora le visioni distopiche cominciano a costituire un cono d’ombra nella retorica positiva dell’innovazione digitale.

Sulla Rete oggi sembra prevalere una perdita di fiducia generalizzata che tocca le istituzioni, le grandi aziende, le associazioni datoriali e sindacali, le imprese sociali, l’accademia, i grandi network dell’informazione. Questo processo sembra alimentare un ulteriore rafforzamento delle echo chambers e una sempre più marcata chiusura che ha spinto più di un sociologo a parlare di nuove tribù autoreferenziali (Bauman 2017). In questi spazi franchi dalla critica e dal confronto si aprono varchi sempre più grandi per letture ambigue (si pensi al fenomeno delle “bufale online”), spesso prive di fondamento scientifico, animate da facili scandalismi che sembrano portare alla “fine dei fatti” (Davies 2017; Nicita 2017).

Uno sforzo maggiore delle istituzioni per promuovere un approccio critico alle informazioni, va ripetuto, è ormai condizione ineludibile: destreggiarsi fra notizie e dati statistici online è una delle condizioni per essere compiutamente cittadini (Zuliani 2010) e per esercitare quel controllo civico alla base della democrazia (Marzano 2014; Dominici 2015).