Il costo della pace

Due o tre cose sulla settimana internazionale per il disarmo

[25 ottobre 2013]

È tornata ieri a occupare il calendario del mondo la Settimana internazionale per il disarmo, ricorrenza promossa dall’Onu in onore della pace. Le Nazioni unite presero vita dalle ceneri del più disastroso conflitto mondiale che l’umanità ricordi, e a contraltare il loro monito ricorda quanto valore abbia la pace. Le ondate di negazionismo che hanno invaso negli ultimi giorni le cronache quotidiane con la morte del nazista Priebke rammentano una volta di più quanto sia nostro dovere ricordare l’incredibile sacrificio collettivo che è stato la Seconda guerra mondiale.

Parlare di costi e di Pil legati a quegli anni ha davvero poco senso, ma sappiamo che ancora oggi come le risorse belliche assorbano una buona fetta della ricchezza mondiale: le ultime stime parlano di 1.700 miliardi di dollari l’anno, nonostante l’avanzare della crisi economico-finanziaria. In Italia, in particolare, per la Difesa vengono stanziati circa 20 miliardi di euro l’anno, riconducibili a una spesa di 407 euro a cittadino. Una grande quantità di risorse, dunque, che potrebbe certamente essere dirottata con maggior profitto verso impieghi più intelligenti.

Se spesso e giustamente polemizziamo verso i costi militari, molto più raramente ci poniamo una domanda simile in modo diverso. Sappiamo quanto costa la guerra, ma qual è il costo della pace? Secondo il Global Peace Index nel 2012 «l’attività tesa a contenere la violenza, inclusi i conflitti interni ed esterni, nonché i crimini violenti e gli omicidi – spiega su Project Syndicate Steve Killelea, numero uno dell’Institute for Economics and Peace – è costata al mondo quasi 9,5 trilioni di dollari, pari all’11% del Pil globale». Una cifra mostruosa.

«Ridurre la spesa relativa alla violenza anche solo del 10% – continua Killelea – farebbe risparmiare 473 miliardi di dollari, contribuendo al contempo a un aumento della produzione pari ad altri 473 miliardi di dollari – denaro che potrebbe essere incanalato verso le infrastrutture, la sanità o l’istruzione». E queste sono solo «stime conservative», precisa.

La pace in sé per sé non presenta costi, ma soltanto benefici. È però dispendioso riuscire a mantenerla (o almeno provarci, spesso con scarsissimi risultati) attraverso mezzi – anche coercitivi, come l’esercito – utilizzati per sedare la talvolta eccessiva e mal indirizzata irrequietezza dell’animo umano.

Ma ci sarebbe un’altra strada. «Proprio come lo sviluppo economico a lungo termine richiede stabilità politica, la pace – osserva Killelea – può essere raggiunta solo in condizioni di progresso economico e prosperità». Incoraggiando «la produttività», sostiene il leader dell’Institute for Economics and Peace, si promuove il benessere umano e si pone le basi per una società pacifica, dove i suddetti costi per il mantenimento della pace sarebbero superflui. Un risultato radioso, ma per raggiungere il quale molto dipende da cosa s’intende per «prosperità». Al giorno d’oggi, questo è un termine che spesso viene frainteso strettamente come sinonimo di ricchezza economica, e dunque – è il passo successivo – di consumismo. Ossia quella forma di impazienza, come la definisce lo psicanalista Luigi Zoja, che rode le vite degli uomini con la ventiquattrore come quelle dei nuovi ricchi che ancora si sentono troppo, troppo poveri. E comprano quanto possono per scacciare questo fantasma.

Se al contrario s’intende come «prosperità» uno sviluppo umano inclusivo e sostenibile, la prospettiva cambia. Anche in questo caso, dunque, si tratta di compiere una scelta, come quella tra farsi la guerra o sforzarsi per mantenere la pace.

Già il fondatore della bioeconomia, Nicholas Georgescu-Roegen, dichiarava al primo punto del suo programma “politico” minimale che «la produzione di tutti i mezzi bellici, non solo la guerra,

dovrebbe essere completamente proibita […] L’arresto della produzione di tutti i mezzi bellici non solo eliminerebbe almeno le uccisioni di massa con armi sofisticate, ma renderebbe anche disponibili forze immensamente produttive senza far abbassare il tenore di vita nei paesi corrispondenti».

Di fronte a un orizzonte di spesa pari all’11% del Pil mondiale (i famosi 9,5 trilioni di dollari), effettivamente, gli investimenti stimati come necessari dall’Onu per avviare la transizione verso la green economy globale paiono irrisori: ammontano solo al 2% del Pil mondiale. La scelta sulla strada da seguire, per quanto impervia, anche in questo caso è libera. E forse proprio per questo così difficile da compiere.