Bene quella destruens ma «l'inasprimento delle pene senza la certezza del diritto rischia l'inefficacia»

Rapporto Ecomafie 2013: ma la pars costruens?

[18 giugno 2013]

La puntuale fotografia scattata da Legambiente nel noto rapporto “Ecomafie 2013”, va trattata come tale. Lo diciamo senza polemica nei confronti dell’associazione ambientalista, ma perché l’elenco dei reati se da una parte ha il merito di sollevare questioni fondamentali da affrontare per chi ha a cuore la sostenibilità, dall’altra non è esaustiva per comprendere il fenomeno del “cosa non funziona” in Italia, specialmente sul macro tema dei rifiuti.

L’inasprimento delle pene, infatti, non può mai essere la soluzione definitiva dei problemi di abbandono o cattiva gestione. Nemmeno la pena di morte ha risolto alcunché, quindi se pure è giusto che le pene siano maggiormente commisurate ai “delitti” commessi, bisogna prima intendersi sui delitti stessi. In Italia, lo denunciamo da anni, non c’è certezza del dovere, non solo del diritto. In buona sostanza anche chi si vuole comportare correttamente non ha gli strumenti per farlo. La produzione di leggi in materia ambientale è inversamente proporzionale alla loro cogenza. Contraddizioni palesi impediscono letteralmente di essere certi di comportarsi secondo la legge e che non arrivi una interpretazione diversa con al seguito denunce, ricorsi o arresti.

A chi giova tutto questo? Siccome, in attesa che la legge stabilisca se puoi o non puoi fare un impianto e come, i rifiuti (urbani e soprattutto speciali) continuano ad essere prodotti, anche se non è giusto e giustificabile, ma si capisce che chi offre soluzioni “chiavi in mano” a basso costo, possa proliferare. Sì, stiamo parlando delle mafie, che vivono alla grande grazie proprio a leggi che ognuno interpreta a modo suo (anche da parte di quelli che poi infliggono le pene). Dunque al netto dei delinquenti comuni e delle organizzazioni criminali che comunque vanno perseguitati in tutti i modi e in tutti i luoghi, una semplificazione delle leggi, una pianificazione corretta della gestione integrata dei rifiuti, un’informazione coerente e che non insegue solo gli scandali, una politica in grado di fare scelte anche difficili ma con il fine di dare risposte con fatti e non a parole…ok, troppe variabili. Limitiamoci allora a dire che una semplificazione normativa aiuterebbe non poco a combattere le mafie più dell’inasprimento delle pene che rischierebbe solo di far aumentare i prestanome.

Detto questo diamo merito a Legambiente di cercare di tenere alta l’attenzione su una situazione complessivamente allarmante della sostenibilità ambientale italiana e riportiamo i dati più significativi del rapporto. In particolare, visto che ne parliamo anche in un altro pezzo, è impressionante il dato sul cemento abusivo: tra il 2003 e il 2012 sono  283.000 le nuove case illegali, con un fatturato complessivo di circa 19,4 miliardi di euro. Eclatante il caso della Puglia di Nichi Vendola che, nonostante un clima politico non proprio favorevole alle ecomafie, è al secondo posto nel ciclo del cemento illegale e prima per numero di persone denunciate. A nord è la Lombardia a guidare la triste classifica dell’abusivismo, ma anche il verde e virtuoso Trentino Alto Adige vede quasi triplicati in un anno gli abusi; balzo in avanti della Basilicata, che con 227 illeciti arriva al decimo posto (nel 2011 era 15esima).

Le cifre sono a dir poco preoccupanti: «L’incidenza dell’edilizia illegale nel mercato delle costruzioni è passata dal 9% del 2006 al 16,9% stimato per il 2013. Mentre le nuove costruzioni legali sono crollate da 305.000 a 122.000, quelle abusive hanno subito una leggerissima flessione: dalle 30.000 del 2006 alle 26.000 nel 2013. A fare la differenza sono ovviamente i costi di mercato: a fronte di un valore medio del costo di costruzione di un alloggio con le carte in regola pari a 155.000 euro, quello illegale si realizza con un terzo  dell’investimento, esattamente 66.000 euro. Non sarebbe comunque un buon affare se si corresse davvero il rischio della demolizione, ma si tratta di un’eventualità purtroppo remota: tra il 2000 e il 2011 è stato eseguito appena il 10,6% delle 46.760 ordinanze di demolizione emesse dai tribunali».

Deprimenti poi i numeri sulla corruzione che pare diventata sistema: secondo la Relazione al Parlamento della Dia relativa al primo semestre 2012 «Le persone denunciate e arrestate in Italia per i reati di corruzione sono più che raddoppiate rispetto al semestre precedente, passando da 323 a 704». La Campania è ancora una volta in testa con 195 persone denunciate e arrestate, ma seguono la Lombardia (102), la Toscana (71) e poi Sicilia (63), Basilicata (58), Piemonte (56), Lazio (44) e Liguria (22). E’p l’area grigia che offre i propri servizi alle organizzazioni criminali o approfitta di quelli che gli vengono proposti. «Dal primo gennaio 2010 al 10 maggio 2013, sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori, esponenti politici e funzionari pubblici, sono servite a “fluidificare” appalti e concessioni edilizie, varianti urbanistiche e discariche di rifiuti – sottolinea il rapporto – La Calabria è, per numero di arresti eseguiti (ben 280), la prima regione d’Italia, ma a guidare la classifica come numero d’inchieste è la Lombardia (20) e al quinto posto della classifica, dopo Campania, Calabria e Sicilia, figura la Toscana. Insomma, a “tavolino” si spartiscono appalti, grandi e piccoli, in quasi tutte le province italiane con un enorme danno per la collettività chiamata a sostenere oneri superiori a quelli che si sarebbero determinati nel rispetto della legge».

Nel 2012 il numero dei comuni sciolti per infiltrazione mafiosa è salito a 25 (erano 6 nel 2011). In Calabria la presenza della ‘ndrangheta è ormai pervasiva e fioccano i decreti di scioglimento dei consigli comunali.

Un altro brutto capitolo di Ecomafia 2013 è quello dell’attacco al made in Italy: «Nel sono state accertati lungo le filiere agroalimentari ben 4.173 reati penali, più di 11 al giorno, con 2.901 denunce, 42 arresti e un valore di beni finiti sotto sequestro pari a oltre 78 milioni e 467.000 euro (e sanzioni penali e amministrative pari a più di 42,5 milioni di euro). Se si aggiungono anche il valore delle strutture sequestrate, dei conti correnti e dei contributi illeciti percepiti il valore supera i 672 milioni di euro. Il controllo delle mafie nasce dalle campagne, passa attraverso il trasporto e il controllo dei mercati ortofrutticoli all’ingrosso, e arriva alla grande distribuzione organizzata. La scalata mafiosa spesso approda poi nella ristorazione, dove gli ingenti guadagni accumulati consentono ai clan di acquisire ristoranti, alberghi, pizzerie, bar, che anche in questo caso diventano posti ideali dove “lavare” denaro e continuare a fare affari».