Fairphone, il nuovo cellulare intelligente è anche equo e solidale?

[17 settembre 2013]

Domani sarà presentato ufficialmente al London Design Festival il primo “smartphone” equo e solidale al mondo, denominato, non  a caso “Fairphone” e sarà sul mercato da dicembre pur avendo registrato già 15mila ordinazioni (su un obiettivo di 25.000 pezzi). L’iniziativa è nata da un progetto di Waag Society, istituto di arte, scienza e tecnologia di Amsterdam, in collaborazione con alcune organizzazioni non governative, per trovare un’alternativa ai sistemi dei grandi colossi multinazionali, accusati di usare manodopera pagata pochissimo (come nel sud est asiatico) e di ricorrere a minerali (per un  cellulare mediamente si utilizzano ben 30 elementi, tra cui le note “terre rare”) che arrivano da zone di guerra, prevalentemente dal continente africano.

Fairphone è una impresa sociale che ha dedicato gli ultimi tre anni non solo a sviluppare la necessaria tecnologia (hardware e software) ma soprattutto  per la ricerca, nella complessa filiera,  della  storia che c’è dietro l’approvvigionamento, produzione, distribuzione e riciclaggio dei componenti elettronici.

Quindi l’approccio equo e solidale non si limita solo ai processi produttivi (manodopera e materie prime) ma anche al recupero di questi rifiuti elettronici, nell’ottica di “chiudere il cerchio”. Ma Fairphone non si ferma qui. È sicuramente la prima azienda che rende noto, nel dettaglio, il breakdown dei costi, cioè il resoconto analitico di ogni singola voce di spesa sostenuta per produrre questo “gioiello tecnologico” che viene venduto al prezzo di 325 €.

Riassumendo il corposo elenco, il prodotto di per sé costa 185€, che comprende un po’ tutto quello che va dal design alla realizzazione, alla certificazione, alle royalties, fino ai costi di garanzia; poi abbiamo 45€ di “operazioni”, ovvero costo del personale, di sviluppo dei prototipi, degli uffici, di viaggi, costi legali o comunque esterni, eventi, e “customer support”; altri 22€ coprono materiali, sviluppo software e tutto ciò che porta Fairphone ad essere uno smartphone al più basso impatto ambientale possibile; 5€ vengono infine poi comunque messi a riserva per coprire eventuali imprevisti e costi finanziari. Ma la vera voce innovativa, da cui il concetto di equo e solidale, è quella relativa agli “interventions”, cioè 22€ destinati ad attività di ricerca e “problem solving” su: materie prime estratte in aree non interessate da conflitti, lavorazione secondo i principi fissati dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), creazione di un fondo pensionistico integrativo per i lavoratori in loco, creazione di un fondo speciale per il riciclo delle apparecchiature elettroniche (e-waste). Il resto se ne va in imposte e tasse.

Queste sono le “altre” caratteristiche che contribuiscono a renderlo un prodotto più “sostenibile”: la batteria è estraibile (come nei “vecchi” telefonini “non intelligenti”), il che permette di sostituirla autonomamente quando smette di funzionare ed è più potente di quelle in uso nei principali concorrenti assicurando quindi una vita più lunga. Può accogliere due “sim-card” (invece di acquistare due telefoni), la confezione esterna (l’imballaggio) è ridotta al minimo, non sono presenti accessori e, “last but not least”, è sviluppato su una piattaforma “open source”.

Ma il Fairphone non è solo etico ma anche “intelligente” e offre tutte le più recenti soluzioni tecniche:

  • Display: 4,3” qHD con Dragontrail glass
  • CPU: Mediatek 6589 quad core
  • RAM: 1 GB
  • Memoria interna: 16 GB espandibile con microSD
  • Fotocamera posteriore: 8 megapixel
  • Fotocamera anteriore: 1,3 megapixel
  • Batteria: 2.000 mAh
  • OS: Android 4.2 Jelly Bean con interfaccia personalizzata

Ma è tutto oro quello che luccica? C’è già chi ha fatto notare come nella logica dell’equo e solidale il Fairphone non sia completamente etico. Consuma energia elettrica (per la ricarica), utilizza diverse onde radio (3G, GPS, Wi-FI, Bluetooth, FM) che non sono proprio salutari, le materie prime sono comunque estratte in un continente (Africa), assemblate in un altro (Asia) e commercializzate in un altro ancora (Europa), cioè non proprio un prodotto a “km zero”.  “Non è questo il punto – afferma Miquel Ballester, Product Manager di Fairphone – i produttori di oggi pensano che basti un adesivo sulla scatola per dire che si è sostenibili in base ad una certificazione, ma in realtà non stanno cambiando nulla. Per noi è diverso, si tratta di creare un ambiente economico che favorisca un trattamento etico, ad ogni punto della filiera produttiva. È possibile cambiare il modo in cui i prodotti sono realizzati, a partire da un unico telefono. Possiamo ridefinire l’economia,  un passo alla volta”.

C’è da dire che, a voler essere pignoli, tutta la filiera dell’equo e solidale è sicuramente etica ma non necessariamente “ecologica”. Riguarda i prodotti agricoli e alimentari, l’artigianato, le “commodities”. Flussi di materia che ogni giorno viaggiano per milioni di km su navi, aerei, treni e TIR per giungere sugli scaffali dei nostri negozi. Quanto è sostenibile acquistare miele equo e solidale dal Nicaragua, quando lo si può trovare di ottima qualità in ogni regione italiana? Quanto è sostenibile acquistare artigianato thailandese quando la nostra manifattura è una delle più pregiate al mondo?

Ma del resto le politiche di sviluppo dei paesi del “sud del mondo” (o le “periferie del villaggio globale”) si basano sulle esportazioni verso  le nazioni industrializzate, non avendo un mercato interno a sostegno delle proprie produzioni. Quindi, semplificando, se non esportano è inutile che producono e se non producono non creeranno mai ricchezza necessaria per superare il proprio sottosviluppo. È la globalizzazione, baby, e non puoi farci nulla!