Attrattivi rispetto a quale modello di sviluppo?

Fare impresa in Italia, dall’attrattività del Paese all’alibi per non cambiare

Lagnarsi del rapporto pubblico-privato non basta, servono investimenti per migliorare le “economie esterne” (e l’ambiente)

[7 agosto 2013]

Si è presto spenta l’eco delle dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, che ha “denunciato” l’impossibilità di “fare impresa in Italia”. A questa denuncia si sono accodati in parecchi, a cominciare dal presidente di Confindustria, Squinzi, mentre politici e sindacalisti hanno (non senza ragione) manifestato il timore che, dietro alle parole del manager, ci fosse il segnale inequivocabile di un ulteriore distacco di Fiat dall’Italia.

È in fondo questo il problema con il quale ormai ci confrontiamo da anni, da quando la Fiat ha enfatizzato la sua dimensione di impresa multinazionale, che opera sui mercati globali e che soprattutto ha un nuovo centro di interessi produttivi e di mercato negli Stati Uniti, a seguito dell’acquisizione di Chrysler.

C’è tuttavia un altro aspetto delle dichiarazioni di Marchionne che merita una riflessione. In questa continua e reiterata accusa al sistema Italia di non essere “friendly” nei confronti delle imprese è possibile rintracciare il carattere profondamente ambiguo di quel concetto, che pure oggi è così di moda nella discussione sulle politiche di sviluppo, regionali e nazionali: il concetto di “attrattività”.

L’ambiguità è duplice. Da una parte le critiche quasi sempre finiscono per dare risalto ad aspetti dell’operatività del sistema, a cominciare dalle regole e dalle prassi della pubblica amministrazione, che sono all’origine di costi supplementari e di incertezze per l’operatore privato.

Che nel caso italiano si assista ad una patologia del rapporto pubblico-privato non c’è alcun dubbio, ma l’attrattività di un paese o di una regione si fonda, ancor prima che sui costi o i tempi per avviare un’impresa o sulle incertezze del rapporto con il fisco, sul sistema di “economie esterne” che la localizzazione in un determinato territorio offre all’impresa. In altri termini vogliamo dire che, anche se l’Italia oggi avesse la pubblica amministrazione più rapida e più efficiente, le regole sindacali più “moderne”, l’imposizione fiscale più generosa, l’attrattività del nostro paese sarebbe discutibile e sicuramente inferiore a quella di altre localizzazioni per il peso di fattori strutturali e di più lunga durata.

Caduto l’alibi dei “lacci e lacciuoli”, rimarrebbe infatti un Paese che non investe in infrastrutture, non investe in ricerca e istruzione, che dilapida il proprio patrimonio artistico e paesaggistico, con una qualità della vita declinante a cominciare dai grandi centri urbani e con una situazione ambientale a rischio. Rimarrebbe un Paese senza una strategia di sviluppo e senza una politica industriale. Rimarrebbe un Paese senza visione.

Di qui deriva anche la seconda ambiguità. Il concetto di attrattività non è assoluto ma relativo. Bisogna domandarsi: attrattivi per chi e per cosa? Attrattivi rispetto a quale modello di sviluppo? Ancora una volta questo (ogni volta effimero ma sempre reiterato) dibattito sull’Italia dove non si può fare impresa, rivela un’inconfessabile rassegnazione collettiva allo status di Paese costretto a competere con quelle periferie del capitalismo globale, tra le quali, ormai sceso dal palco dei “grandi”, esso sembra definitivamente ricacciato.