Gabriel Garcia Marquez, inventore di mondi, difensore dei poveri

Oggi la Colombia, che troppo spesso lo ha cacciato, lo piange come il suo figlio migliore

[18 aprile 2014]

E’ moto alla veneranda età di 87 anni, ma ormai perso in un labirinto di malattia, come il suo generale dell’eterna dittatura latinoamericana che ha sempre combattuto. Un gigante della letteratura mondiale, un inventore di mondi, un uomo progressista e coraggioso, con amicizie e odi pericolosi. Gabriel Garcia Marquez, el Gabo, è morto a Città del Messico, città senza fine e confini che lo ha accolto nelle sue fughe giovanili di giornalista di inchiesta inseguito dalla dittatura, e nei suoi auto-esili da una Colombia prigioniera del narcotraffico, della violenza di un potere corrotto che ha utilizzato le forze fasciste di autodifesa e gli anacronistici guerriglieri marxisti leninisti delle Farc per mantenere il potere.

E’ morto l’amico, nonostante tutto, di Fidel Castro e di Cuba socialista. Il comunista che non aveva in simpatia il caudillo socialista venezuelano Hugo Chavez, ma qui probabilmente ha giocato l’eterna antipatia tra colombiani e venezuelani e il bolivarismo dei tanti colonnelli di cent’anni di solitudine, che si è incarnato nel vulcanico paracadutista di Caracas invece che in un melanconico progressista nella fredda Bogotá delle sue eterne piogge.

Oggi la Colombia, che troppo spesso lo ha cacciato, lo piange come il suo figlio migliore.

Il suo discorso di accettazione del Premio Nobel si trasformò in una denuncia impareggiabile delle colpe delle superpotenze per la miseria del continente americano: «Undici anni fa, uno dei poeti del nostro tempo , il cileno Pablo Neruda, illuminò questo posto con la sua parola. Nella buona coscienza d’Europa, e a volte in quella cattiva, hanno fatto irruzione con sempre maggiore forza le notizie fantasmatiche dell’America Latina, quella patria immensa di uomini allucinati e donne storiche, la cui ostinazione infinita sfuma nella leggenda. Non abbiamo avuto un momento di pace. In ogni riga che scrivo vi assicuro, tento sempre, con più o minor fortuna, di invocare gli spiriti sfuggenti della poesia e cerco di fare di ogni parola la testimonianza della mia devozione per le sue virtù di divinazione e della vittoria permanente contro i poteri sordi della morte».

Marquez, che ha investito il suo premio Nobel per formare giovani giornalisti, è stato l’anima misteriosa di un’America Latina che ha visto liberarsi dalle catene, ha raccontato il caotico splendore di un continente,  dalla strage dimenticata del 1928 nelle piantagioni di banane di Macondo, alle foreste devastate dell’Amore ai tempi del colera. Ha popolato il nostro e il suo mondo di un’infinita umanità di poveri e puttane, di ricchi senza misericordia e soldati con un solo destino. Un mondo magico e reale, fatto di foreste, fiumi e montagne, paesi in balia della natura e degli uomini, donne preveggenti e angeli finiti in un pollaio, morti senza ragione e un potere eterno ed insensato che si è incarnato splendidamente nell’incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata.

Il mondo amazzonico di Cent’anni di solitudine nel quale mi sono perso in due notti febbrili e insonni della mia adolescenza, dietro ad un’infinita foresta di Aureliani Buendia, un mondo splendente come un’ara macao e misterioso come un tapiro, feroce come un giaguaro, un mondo infinito, intricato, oscuramente luminoso, nel quale gli uomini fanno parte di un’unica rete di carne e di sangue e dove ognuno è uno smeraldo magico sperso in una foresta di altrettanto smeraldo, o nascosto nello polvere o in una bara.

Tante storie per raccontare la storia dell’America Latina e dell’umanità, degli indios e dei commercianti siriani e libanesi, di spagnoli, idalghi, campesinos, generali e poveri cristi, delle donne che governano il tutto, che amministrano nascite e lutti, degli uomini che si ammazzano per idee di polvere e di acqua, di  venti che soffiano senza pietà, per resurrezioni e scomparse.

E’ morto, come scrive oggi il giornale del Partito comunista cubano Granma, «un essere immenso nella sua dignità umana e difensore dei poveri della terra, specialmente di quelli dell’America Latina».