Si inaugura oggi "Geoitalia 2013" tra l'inventario delle frane fermo da anni e mappe ultracentenarie

L’Italia frana e che si fa? In crisi anche Scienze della Terra e geologia…

L'intervista di greenreport.it a Mauro Rosi, ordinario di Vulcanologia e direttore dell'Ufficio rischio sismico e vulcanico della Protezione Civile

[16 settembre 2013]

L’Italia è un Paese dal territorio fragile, ma al contempo con un grande patrimonio geologico. A fronte di questa ricchezza di problematiche, ma anche di opportunità, qual è lo stato della ricerca geoscientifica, in Italia?

«Lo stato della ricerca è abbastanza buono, ma da alcuni anni le Scienze della Terra stanno vivendo una crisi complessiva che potrebbe compromettere – e in parte ha già compromesso – la capacità del Paese di valutare i rischi geologici a cui andrà incontro e di difendersene efficacemente. Questa situazione ha origine come effetto combinato della crisi del Servizio Geologico d’Italia, storica istituzione oggi ospitata presso l’ISPRA, e dei dipartimenti universitari di Scienze della Terra, che a causa della loro dispersione e modesta dimensione media hanno subito in modo particolarmente grave le recenti riforme del sistema accademico. Le cose vanno abbastanza meglio per gli enti di ricerca italiani, molti dei quali prestano la propria opera a favore del Ministero dell’Ambiente e del Dipartimento della Protezione Civile, sia in campo preventivo che nella gestione delle emergenze. Lo stato complessivo del sistema delle Scienze della Terra, le sue prerogative, i suoi meriti e le sue criticità saranno oggetto della Tavola Rotonda introduttiva del convegno della FIST (da oggi lunedì 16 settembre, ore 10-12), alla quale parteciperanno rappresentanti della politica, del mondo accademico, degli enti di ricerca nazionali e delle professioni».

Quali sono le principali carenze nella mitigazione dei rischi – e nella comunicazione degli stessi – che corre il territorio del Paese, dal punto di vista geologico?

«Facendo seguito a quanto asserivo al punto precedente, una carenza certamente grave è l’interruzione del programma CARG (Cartografia Geologica), una iniziativa pluriennale che avrebbe dovuto consegnarci una nuova mappatura geologica d’Italia alla scala 1:50.000 e che invece si è bloccata ormai da diversi anni al 40%  del suo percorso. Questo implica che nel 60% del territorio nazionale la geologia è nota e documentata solo da mappe che hanno anche un secolo di vita. Analogamente, da diversi anni è stato interrotto il progetto IFFI (Inventario Fenomeni Franosi in Italia), che ha già permesso una prima identificazione di oltre 500.000 frane sul territorio nazionale, e il prezioso rapporto sulle conseguenze economiche e sociali dei disastri ambientali che il  Servizio Geologico d’Italia ha stilato per decenni non viene più aggiornato dal 1992.  C’è un problema di fondi, ma allo stesso tempo una profonda crisi di identità e di organizzazione delle Scienze della Terra nel loro complesso. Le tre mattinate del convegno FIST di quest’anno sono espressamente dedicate a esplorare questo stato di criticità, anche in relazione alla nuova domanda di dati e informazioni che vengono dal mondo delle attività produttive – si pensi solo alla grande sfera delle risorse energetiche – e dalla Società».

Nell’uso della risorsa geotermica il nostro Paese ha fatto la storia, a partire dalla Toscana. Per il presente e futuro, quali sono le possibilità latenti nello sviluppo di questa energia rinnovabile?

«L’Italia è ancora all’avanguardia nella ricerca in campo geotermico. Ad esempio, il Decreto Legislativo 3 marzo 2011 n. 22 ha introdotto la sperimentazione in Italia di impianti geotermici pilota con emissioni nulle in atmosfera e obbligo di reiniezione totale dei fluidi estratti nel sottosuolo, con una aspettativa di realizzare 50 MWe complessivi sul territorio nazionale. Il successo di questa sperimentazione può promuovere la produzione di energia geotermoelettrica totalmente ecocompatibile a partire dalle risorse di media e alta entalpia presenti in numerose zone del Paese. La legge prevede controlli serrati sul fatto che i nuovi impianti geotermoelettrici siano effettivamente ad emissione zero e sulla eventuale sismicità indotta dalla reiniezione dei fluidi. Oltre a essere economicamente vantaggioso, un ricorso massiccio alle risorse geotermiche di bassa entalpia, utili per il riscaldamento e il raffreddamento estivo di ambienti tramite pompe di calore, consentirebbe all’Italia di rispettare più facilmente sia il protocollo di Kyoto che gli obiettivi dell’European Strategic Technology Plan».

In Italia e in Europa, c’è chi si augura l’imminente sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi, fino all’esplorazione delle opzioni fracking e shale gas, trascurandone i rischi. Come valuta queste possibilità?

«L’Italia non ha risorse energetiche immense, ma ovviamente non può e non deve rinunciare a sfruttare ciò che può essere sfruttato senza causare danni all’ambiente. Si noti che il tema non riguarda solo le nostre risorse energetiche ancora da sfruttare, ma anche e forse soprattutto le operazioni di stoccaggio in serbatoi naturali di gas importato da altre nazioni, una prassi già operativa in Italia da molti anni. Ovviamente si tratta di un tema estremamente delicato, ma credo di poter affermare che ancora una volta l’Italia sta partendo con il piede giusto. Molti ricorderanno le polemiche innescate dai terremoti emiliani del maggio 2012 , quando si sostenne che quei terremoti erano del tutto inattesi e che per questo dovevano essere spiegati con un’azione dell’uomo, ad esempio come causa del fracking nei giacimenti di olio e gas di quella zona. Va intanto ricordato che erano stati proprio i geologi italiani esperti di tettonica attiva ad evidenziare che, a dispetto della limitatezza della storia sismica, quella zona possedeva un forte potenziale per terremoti naturali, dunque non indotti dall’uomo. Per esplorare comunque  il tema del possibile contributo antropico alla sismicità  attraverso pareri autorevoli la Regione Emilia-Romagna, di concerto con il Dipartimento della Protezione Civile, ha recentemente insediato una commissione internazionale ad hoc. Allo stesso tempo, il Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Geologi ha insediato un tavolo tecnico, al quale ha riunito professionisti ed esperti di numerose istituzioni italiane. In conclusione, se da un lato è auspicabile che questo tema cessi di essere vissuto in chiave ideologica e catastrofista, dall’altro ci aspettiamo che le iniziative messe in campo non tardino a portare valutazioni concrete sul reale ruolo dell’uomo nell’innescare terremoti nelle aree in cui è in corso l’esplorazione del sottosuolo per le finalità più diverse».