Governo, dimissioni in arrivo? Magari!

[26 settembre 2013]

Che le diano queste dimissioni. Che cada questo governo. Che si vada alle elezioni e che vinca finalmente qualcuno. Basta che si esca da questo impasse che sta minando la tenuta sociale e ambientale – verrebbe da dire anche mentale, se fosse possibile – di questo dannato Paese.

Quanto ancora si potrà infatti andare avanti con una coalizione di larghe disattese come questa? Dove si naviga a colpi di decreti del fare, sì, ma solo rinvii, perché tanto non solo non hai la forza, ma neppure le idee per uscire da una crisi che è prima di tutto politica. Con l’aggravante di doverti occupare pure di un condannato vecchio e insonne – insieme alla sua pletora di “collaboratori”, pronti a tutto per il capo e a nulla per gli italiani –, che non si sa per quale legge divina tiene per le parti basse l’Italia intera.

Almeno noi, orfani di un partito che accogliesse davvero la sostenibilità come perno della sua proposta di governo, negli anni abbiamo cercato improbabilissimi compagni di letto – tipo il Pd – pur di strappare un qualche segnale “verde”, sconfitti tra gli sconfitti almeno abbiamo la coscienza pulita per poter dire che queste larghe intese non le abbiamo di certo caldeggiate e – come sempre dopo una valutazione sul quanto fatto – non hanno ragione di esistere un giorno di più. Non è un giudizio su Letta e la sua squadra, non è neppure il tentativo di tirare la volata a chicchessia, visto che come noto non abbiamo mai guardato a Renzi nemmeno come a una risorsa per uscire dalla crisi.

Constatiamo soltanto, ed è il nostro punto di vista ovviamente, che questo governo non riesce a fare atti, e soprattutto fatti, l’unica cosa che invece conterebbe, ma solo annunci, con l’altra parte delle intese affaccendata nelle suddette faccende (parliamo del Pdl, of course), e con il partito del presidente del Consiglio che se la mena sulle regole, sulle date, ma non dà uno straccio di programma sul quale discutere, men che meno pone la questione ambientale e la bomba sociale al suo centro.

Con la politica scavalcata a sinistra da un Papa argentino che non dimentica di essere figlio di migranti italiani e che fa apparire questo teatrino come qualcosa di sideralmente lontano da parole ed atti che stanno parlando finalmente al cuore e non più alla pancia degli italiani, non solo ai credenti.

Finiamola quindi con il ricatto del signor B. e dei mercati, riandiamo a contarci tra chi vuole esercitare questo diritto e chi invece preferisce non sporcarsi le mani e lasciar fare gli altri, e poi chi vince dia soluzioni.

Questo per la politica, ma l’industria non si senta assolta. Confindustria in questi anni ha rappresentato una classe dirigente alla quale non le è parso vero di andare a investire quasi ovunque tranne che in Italia, non solo per problemi burocratici certamente reali (anche se la monntagna di incentivi ricevuti qualcosa avrebbe meritato che tornasse indietro), ma soprattutto per puro profitto, sposando un governo – quello Berluisconi – con il quale si era ufficialmente fidanzata quando in piena campagna elettorale non replicò di certo alle parole  «il vostro programma sarà il nostro», riferendosi a quanto appena proposto dalla  ex presidente Marcegaglia. E’ dal quel rapporto incestuoso tra berlusconismo e grande imprenditoria, dai “Capitani coraggiosi” che dovevano salvare un’italianità svenduta nei paradisi fiscali, dalla quasi assoluta mancanza di una politica sociale ed innovativa, dal denunciare l’evasione fiscale mentre la si compie, che nasce la crisi all’italiana, che diventa normale chiudere le fabbriche mentre gli operai sono in vacanza per portarle all’estero, che nasce l’arroganza dei padroni dell’Ilva e di Marchionne.

Per quasi vent’anni siamo stati sotto scacco di quest’uomo e del suo legittimamente votato governo: ora che si debba pure seguire la processione verso il suo trapasso – politico, ci mancherebbe – è qualcosa che ha più a che fare con zombi che con persone “normali”.

Detto questo, se alle elezioni future Silvio Berlusconi si ricandiderà e dovesse pure rivincerle, abbiamo già il titolo “A volte ritornano”. Ma almeno una maggioranza contro cui scagliarsi ci sarà. Per decenza non abbiamo citato il Movimento5Stelle, che potrebbe invece verosimilmente battere entrambi gli schieramenti, ma tanto pure per loro vale lo stesso concetto: volete il volante, prendetelo, ma poi non facite pure voi “ammuina”.

Della sinistra, di quella vera e che manca, vorremmo sentirne parlare, ma le voci arrivano flebili, forse troppo per costruire quel partito del lavoro e dell’ambiente di cui avrebbe bisogno l’Italia.