Grecia, tre motivi per la clamorosa vittoria del NO al referendum. E adesso?

La "domenica più lunga" per la Grecia e l'Ue, vista da Atene

[6 luglio 2015]

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La “domenica più lunga è finta da poche ore”, e da poche ore si è spento in piazza Syntagma, la piazza della Costituzione, il clamore dei vincitori, i sostenitori del no al referendum.

Un risultato clamoroso: il no, dato indietro di stretta misura su tutti i sondaggi, ha vinto raggiungendo il 61,31%. Come spiegare un consenso così plebiscitario a un governo che alle ultime elezioni aveva raggiunto poco più del 42% dei consensi e sta governando grazie a un generoso premio di maggioranza garantito dalla legge elettorale del paese?

A mio avviso ci sono tre motivi principali. Il primo è che il tentativo dell’opposizione, supportata da tutte le cancellerie europee con in testa quella tedesca, di far passare (conoscendo la vocazione europeista dei greci) il sì o il no al referendum come un sì o un no alla permanenza nell’Unione Europea è fallito. Il governo chiedeva col referendum il consenso per sottoscrivere o no un accordo – definito da Tsipras un ultimatum e dalla Merkel un “buon accordo” – su una serie di pesanti misure economiche richieste dalla “troika”.

Il secondo è che l’opposizione non è riuscita a smuovere e a portare a votare sì quella grande massa di greci, che tradizionalmente votava al centro o a destra, e che ormai non si reca più a votare. Al referendum, vissuto specialmente nella seconda parte della scorsa settimana in maniera estremamente emozionale, alla fine hanno votato meno degli elettori delle ultime elezioni politiche.

Il secondo è che la chiusura delle banche, le file ai Bancomat dove i prelevamenti avevano un tetto massimo di 60 euro giornalieri, non hanno indotto la popolazione a “più miti consigli” come speravano l’opposizione e gli ambienti finanziari europei, e come temevano anche molti sostenitori del no; al contrario, hanno suscitato un esplodere dell’orgoglio nazionale e spinto molti a votare no. Non amo e non voglio scendere nella retorica, ma popolazione greca ha dimostrato di essere un “osso duro”, di saper dire no anche in situazioni estremamente sfavorevoli e difficili, e non è la prima volta nella sua storia.

Finiti i festeggiamenti, lo sventolio delle bandiere biancoazzurre, i salti di gioia, per il governo Tsipras riprende una strada che non può essere che in salita. Per cogliere i frutti del suo successo deve raggiungere al più presto un accordo per ottenere gli aiuti di giugno con cui continuare saldare una delle infinite scadenze dei debiti che soffocano il Paese. Deve trovare il modo di rimediare ai pagamenti non saldati, sempre a giugno, che pongono la Grecia in situazione di insolvenza e quindi con un piede e mezzo nel baratro del default. Deve convincere, e questo nelle prossime ore, la BCE a far ripartire il sostegno ELA (la fornitura di liquidità d’emergenza) alle banche greche. Senza liquidità, il governo sarebbe infatti costretto a battere moneta uscendo di fatto dall’euro, e aprendo in questo una fase ancora più incerta e difficile e sicuramente molto più dolorosa almeno in un primo periodo, da misurare in anni e non certo in mesi. Il momento è così difficile che il  ministro dell’economia Yanis Varoufakis, inviso da BCE e FMI, si è dimesso stamattina per facilitare le trattative e raggiungere un accordo.

Il momento è cruciale, Tsipras forse fin da oggi si presenterà a Bruxelles con in mano un pacco di voti che hanno sostenuto la sua scelta, una piccola carta in più in questa estenuante partita a poker che dura ormai da cinque mesi. Ma questo determinerà ben poco le trattative, che dipenderanno dalle valutazioni delle cancellerie europee e dei centri finanziari: se è conveniente tenersi nella moneta unica una Grecia “inaffidabile, indisciplinata e ribelle” o se abbandonarla a se stessa.