Di economia verde molti parlano, ma pochi hanno le idee chiare su che cosa significhi

Cos’è la green economy: tra valore della natura e natura del valore

«Dobbiamo capirlo: la nostra vera legge di stabilità è dare finalmente valore al capitale naturale»

[8 novembre 2013]

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In un momento di crisi complessiva di un modello economico dominante che ha prodotto devastazioni ambientali e sociali di portata molto significativa, il dibattito sulla cosiddetta green economy diventa sempre più utile, interessante e stimolante.

Ma cosa significa veramente una green economy? È un ennesimo aspetto di quello che, sin dalla fine degli anni Ottanta, si definiva “greenwashing”, e cioè un tentativo di far credere che una “tinteggiatura” di verde delle attività produttive delle corporation – ben divulgata dal marketing e dalla comunicazione – potesse renderle più sostenibili per i sistemi naturali? E’ un semplice spostamento di investimenti da attività chiaramente negative per la salute e la vitalità dei sistemi naturali e sociali, come l’utilizzo dei combustibili fossili, ad altre più sostenibili come l’uso delle energie rinnovabili, del tipo eolico e fotovoltaico? Oppure è l’impostazione di una nuova modalità di fare economia che dia finalmente valore al capitale naturale e che ne faccia discendere prassi operative conseguenti?

A monte di questo dibattito è fortemente presente la straordinaria importanza che le culture delle nostre società attribuiscono alla continua crescita materiale dell’economia che, non a caso, ha prodotto anche modifiche dello stesso termine green economy in green growth o green growth economy.

Proprio su questi argomenti Politecnico di Torino, si è tenuto un convegno molto interessante, dal titolo “Science and the future. Impossible, likely, desirable. Economic growth and physical constraints”, che ha visto riuniti tanti esperti e studiosi che da anni si occupano dei ben noti limiti biofisici che il nostro meraviglioso pianeta presenta nei confronti della nostra continua crescita economica materiale e quantitativa.

Si tratta dell’argomento centrale che è stato sempre presente nelle riflessioni e nelle azioni di una figura dalle straordinarie qualità umane e intellettuali, Aurelio Peccei (1908–1984) nato proprio a Torino, fondatore e presidente fino alla sua scomparsa del famoso think-tank del Club di Roma. Grazie al visionario stimolo di Peccei il Club pubblicò nel 1972 il suo primo rapporto realizzato dal prestigioso Systems Dynamics Group del Massachussetts Institute of Technology (MIT), dal titolo “The Limits to Growth”, i limiti della crescita. A questo primo rapporto il Club ne ha fatto seguire decine di altri, tutti dedicati ad esplorare e cercare di capire e comprendere i futuri desiderabili e possibili dell’interazione sistemi naturali-ocietà umane (e, tra questi, sono usciti altri tre rapporti specifici sul tema dei limiti alla crescita che hanno aggiornato il primo del 1972).

Credo che il tema dei limiti alla crescita, così centrale per il futuro dell’intera civiltà umana, dovrebbe essere al primo posto delle agende politiche internazionali e, conseguentemente, dell’impostazione delle green economies.

Il fondatore della bioeconomia, Nicholas Georgescu-Roegen, ha scritto: «L’attività industriale in cui oggi è impiegata larga parte dell’umanità accelera sempre di più l’esaurimento delle risorse terrestri, fino ad arrivare inevitabilmente alla crisi. Prima o poi la “crescita”, la grande ossessione degli economisti, standard e marxisti, deve per forza finire. La sola questione aperta è quando». L’astrofisico del Politecnico, Angelo Tartaglia, nella sua relazione introduttiva al convegno ha in proposito ricordato come il primo rapporto per il Club di Roma sui limiti della crescita fu subito attaccato ideologicamente da “destra” e da “sinistra”, perché «l’idea che la crescita materiale dell’economia avesse dei limiti fisici era inaccettabile». Ma Tartaglia ha poi affermato: «Il fatto è che la materia: a) esiste; b) evolve secondo leggi che non dipendono né dalle scuole filosofiche né da quelle economiche e che non sono per nulla influenzate dalle vicende politiche. Accettabili o meno, nessun parlamento le può riformare e non sono nemmeno quotate in borsa».

Da diversi decenni i più grandi programmi internazionali di ricerca che analizzano i cambiamenti globali e gli effetti dell’intervento umano sui sistemi naturali (riuniti nell’ampio partenariato dell’Earth System Science Partnership, e nel nuovo grande programma “Future Earth” coordinato dall’International Council for Science) ci forniscono una straordinaria documentazione che prova come le attività umane influenzano significativamente le funzioni del complesso sistema Terra in molti modi e come i cambiamenti antropogenici sono chiaramente identificabili oltre la naturale variabilità e sono equivalenti, per estensione ed impatto, alle grandi forze della natura che hanno modellato la nostra Terra nella sua intera storia.

Infatti è stato documentato che le attività umane provocano effetti multipli che interagiscono a cascata attraverso il sistema Terra in modi complessi. Gli effetti a cascata prodotti dalle attività umane interagiscono con molti altri effetti naturali e producono cambiamenti a scala locale e regionale in modi multidimensionali.

Le attività umane possono scatenare cambiamenti nelle dinamiche del sistema Terra, che è già caratterizzato da soglie critiche e cambi repentini, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per il genere umano. Inoltre le stesse pressioni umane sui sistemi naturali presentano le potenzialità di modificare il sistema Terra in modi operativi alternativi che possono dimostrarsi irreversibili e con evidenti difficoltà gestionali da parte delle società umane.

In poche generazioni l’umanità ha infatti consumato le riserve di combustibili fossili, generate in centinaia di milioni di anni, avvicinandosi alla soglia dell’esaurimento; la concentrazione in atmosfera di diversi gas che incrementano l’effetto serra naturale è aumentata pericolosamente, innescando rapidi cambiamenti climatici; circa il 50% della superficie terrestre è stata modificata direttamente dall’intervento umano, con conseguenze sulla biodiversità, sui grandi cicli biogeochimici, sul ciclo dei nutrienti, sulla struttura del suolo ed il clima; la quantità di azoto fissato sinteticamente nell’agricoltura è oggi superiore a quella fissata naturalmente negli ecosistemi; più della metà della quantità globale di acqua dolce accessibile è utilizzata direttamente o indirettamente dalla nostra specie; i tassi di estinzione delle forme di vita sono notevolmente aumentati tanto da far dichiarare gli esperti che ci troviamo nel mezzo di un grande evento di perdita della biodiversità (la cosiddetta sesta estinzione di massa) provocato, per la prima volta nella storia della vita sulla Terra, dalle attività di una singola specie vivente: la nostra.

E’ quindi di tutta evidenza che l’impostazione dell’economia del futuro non può assolutamente essere la normale prosecuzione di quella attuale. Come ci ricordano Johan Rockstrom e Jeffrey Sachs in uno dei background research paper per l’High Level Panel on the Post-2015 Development Agenda delle Nazioni Unite, dal titolo “Sustainable Development and Planetary Boundaries” se il reddito dei paesi attualmente a livello medio e basso dovesse salire a quello dei paesi ad alto reddito (che si aggira intorno ai 41.000 dollari pro capite annui) l’economia globale dovrebbe crescere di 3,4 volte passando dagli attuali 87.000 miliardi di dollari a 290.000 miliardi di dollari annui. Le possibilità rigenerative e quelle ricettive dei sistemi naturali, per fare fronte sia all’utilizzo di risorse sia alla produzione di scarti da parte dei metabolismi delle società umane sono limitate, e proseguire su questa strada è impossibile.

Ecco quindi che la green economy dovrebbe muoversi nell’ambito di una complessiva reimpostazione dell’attuale sistema economico che certamente non può considerare la crescita materiale e quantitativa come un obiettivo futuro perseguibile. E qui emerge un altro elemento fondamentale che è stato lucidamente messo a punto in questi ultimi anni dal grande programma mondiale del TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity): la centralità del valore del capitale naturale, senza il quale non è possibile alcun benessere e sviluppo delle comunità umane.

Come scrive Pavan Sukhdev, il noto economista indiano direttore del TEEB ed anche direttore del programma green economy dell’Unep (il Programma Ambiente delle Nazioni Unite) nel primo rapporto del TEEB rilasciato nel 2008: «Non sempre a tutto ciò che è molto utile viene attribuito un gran valore (ad esempio, l’acqua) e, viceversa, non tutte le cose che hanno un grande valore sono automaticamente molto utili (si pensi ai diamanti). Questo esempio illustra ben due sfide in termini di apprendimento che oggi la società si trova a dover affrontare. Innanzitutto, stiamo ancora imparando a conoscere la “natura del valore”, ampliando il nostro concetto di “capitale” fino a includere anche il capitale umano, sociale e naturale: riconoscendo l’esistenza di questi diversi capitali, e cercando di aumentarli o conservarli, possiamo avvicinarci alla sostenibilità. In secondo luogo, abbiamo ancora difficoltà nell’individuare il “valore della natura”. La natura è infatti la fonte di molta parte di ciò che definiamo “valore” al giorno d’oggi, eppure solitamente aggira i mercati, sfugge alla fissazione di un prezzo e si ribella alla valutazione. Proprio questa mancanza di valutazione si sta rivelando una causa soggiacente al degrado degli ecosistemi e alla perdita di biodiversità ai quali assistiamo».

Purtroppo non abbiamo messo al centro dei processi economici il capitale fondamentale che ci consente di perseguire benessere e sviluppo e cioè il capitale naturale, costituito dalla straordinaria ricchezza della natura e della vita sul nostro pianeta, grazie al quale la specie umana vive.

Non abbiamo sin qui fornito un valore ai sistemi idrici, alla rigenerazione del suolo, alla composizione chimica dell’atmosfera, alla ricchezza della biodiversità, al ciclo del carbonio, dell’azoto, del fosforo, alla fotosintesi, solo per fare qualche esempio. La perdita della ricchezza della biodiversità provoca il progressivo impoverimento della struttura, delle funzioni e dei processi degli ecosistemi che, a loro volta, consentono alla nostra specie l’utilizzazione dei servizi offerti.

Dagli inizi degli anni Novanta il Wwf, insieme al Parlamento Europeo, alla Commissione Europea, all’Ocse e al Club di Roma, ha lanciato un ampio programma di approfondimento e di iniziativa politica dal titolo “Beyond GDP” (andare oltre il PIL), che ha portato, tra l’altro, all’apposita comunicazione della Commissione del 2009 “Non solo PIL: misurare il progresso in un mondo in cambiamento”, dove si riconosce la necessità di rafforzare gli indicatori esistenti con dati che incorporino gli aspetti ambientali e sociali in grado di mettere a disposizione una capacità politica più coerente e comprensiva della realtà.

Nel 1996 il Wwf ha reso noto uno studio pioneristico in collaborazione con la Fondazione ENI Enrico Mattei che ha riconsiderato il PIL italiano dal 1960 al 1990, secondo un noto indice correttivo definito RIBES (Ricostruzione dell’Indice di Benessere Economico Sostenibile). Dalla ricerca si è evidenziato un discostamento del RIBES dal PIL negli anni Sessanta. Negli anni Settanta e Ottanta il RIBES restava del 30-40% inferiore al PIL (nel 1990 un milione di lire di PIL italiano valeva 620.000 lire in termini di benessere economico sostenibile).

La presentazione di questi dati diede il via ad una serie di proposte di legge sulla contabilità ambientale che, in tutti questi anni, non hanno mai visto l’approvazione definitiva (nel 2007 il governo Prodi approvò un disegno di legge delega in materia di contabilità ambientale che non terminò la sua strada a causa dell’anticipata chiusura della legislatura).

Oggi la comunità internazionale, attraverso la Divisione Statistica delle Nazioni Unite, ha approvato un sistema di contabilità ambientale-economico, come standard statistico internazionale da adottare nei sistemi di contabilità nazionale (si veda in proposito il sito  http://unstats.un.org/unsd/envaccounting).

Dobbiamo capirlo: la nostra vera legge di stabilità è dare finalmente valore al capitale naturale. E questa la strada maestra di una green economy.

E’ venuto il tempo di modificare drasticamente le modalità con cui abbiamo sin qui elaborato politiche economiche e di sviluppo. Una politica sana che mira al benessere ed allo sviluppo delle persone la possiamo avere solo mettendo al centro il capitale naturale e gli straordinari servizi che gli ecosistemi ci offrono gratuitamente, tutti i giorni, e su questo la politica dovrebbe discutere ed agire, tutti i giorni.