Grillo, una giuria popolare per le bufale. Ne può far parte anche chi le diffonde?

[3 gennaio 2017]

A due ore dalla sua pubblicazione, il post di Beppe Grillo “Una giuria popolare per le balle dei media” ha raccolto oltre 2.300 mi piace e più di 2.000 condivisioni su Facebook (dove è stata rilanciata con la sobria titolazione “ULTIM’ORA! LA PROPOSTA DI BEPPE GRILLO CHE FA TREMARE TV E GIORNALI! CONDIVIDI SE SEI D’ACCORDO! Altro che web. Le vere balle sono quelle di tv e giornali! Questa è la mia proposta per smascherarli!”).

Il leader del Movimento 5 Stelle vi sostiene che «i giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali».

Sebbene greenreport rientri nella categoria dei giornali online (evidentemente tenuti fuori dalla polemica: perché?), e benché non possa certo venir tacciato di essere tra quelli pro- o contro-M5S – basta consultare il nostro archivio –, riteniamo utili al dibattito in corso alcune precisazioni. La categoria professionale dei giornalisti, compreso naturalmente chi scrive, non è evidentemente esente da colpe se offre il fianco a simili calunnie. La tentazione di presentarsi come tuttologi rientra certo tra queste. Molto rimane da migliorare, ma passare dalla ricerca della professionalità al sorteggio popolare non appare la più brillante delle idee, soprattutto in un Paese come l’Italia dove oltre il 70% della popolazione adulta è assimilabile alle categorie dell’analfabetismo funzionale.

Non si tratta di difendere le vestigia di quella che una volta avrebbe potuto chiamarsi élite: in un’era dove il problema non è più quello di accedere all’informazione ma poterla filtrare efficacemente, gli strumenti del fact checking sono già a disposizione dei lettori.

Quanti non si fidano dell’autorevolezza di una testata possono agilmente cambiare canale o pagina web. Il problema sta semmai nella capacità – e nella volontà – di metterlo in atto, questo fact checking: come nostrano le conclusioni di uno studio diretto da Walter Quattrociocchi dell’IMT Alti Studi di Lucca, su Facebook «in assenza di qualsiasi intermediazione – è la sintesi fornita dall’edizione italiana di Scientific American – false notizie scientifiche e teorie del complotto tendano a diffondersi in modo virale, facilitate dalla tendenza degli utenti a prestare selettivamente attenzione solo alle informazioni che confermano i propri pregiudizi». È questo il modello di “giornalismo” rilanciato oggi da Beppe Grillo.

La redazione