I compromessi della green economy e le materie (prime) dei sogni

[9 dicembre 2013]

Anche il sogno della green economy deve scendere a compromessi con la realtà se vuole realizzarsi. Una volta alzata la testa affondata nel cuscino si vede più chiaramente come anche pale eoliche, pannelli fotovoltaici o impianti di riciclaggio non sono a impatto zero – mai potranno esserlo – a partire dai materiali che servono per metterli in piedi. Sono sempre le materie prime, per parafrasare la Commissione europea, le materie di cui sono fatti (questi) sogni. Ma occorre molta attenzione perché da questi compromessi non nascano dei voltafaccia mascherati.

Come racconta l’Ansa, durante la prima giornata universitaria delle materie prime (tenutasi a Roma), è emerso come in Italia siano presenti alcuni dei più grandi bacini al mondo di antimonio e titanio (e i più grandi in Europa) due elementi rari e fondamentali per l’industria tecnologica come smartphone e pannelli solari. Dei giacimenti che attualmente non vengono sfruttati.

«Abbiamo una cassaforte piena di ricchezza sepolta nel terreno e non la tiriamo fuori», ha dichiarato Andrea Ketoff, direttore generale di Assominerari, parlando delle due terre rare.

Mattia Pellegrini, responsabile per le materie prime nella Commissione europea, ha rincarato la dose ricordando come nel 2011 l’Ue abbia pubblicato «una lista delle materie da cui dipendiamo per tutte le tecnologie, e alcune di queste le importiamo al 100. Bisogna inoltre comprendere che non è possibile sostenere l’industria delle tecnologie verdi, così come tutto il mondo digitale, senza l’estrazione di questi minerali. Sono infatti insostituibili per realizzare celle fotovoltaiche o le turbine eoliche».

Una constatazione veritiera, ma non implica automaticamente che l’estrazione delle terre rare in questione sia ottimamente perseguibile anche nel nostro Paese: sicuramente avrebbe dei vantaggi economici dare il via libera ai cantieri, ma i costi ambientali potrebbero benissimo surclassare i benefici della bilancia commerciale. Non è possibile saperlo a priori di un’attenta valutazione ambientale, e non rassicura la constatazione successiva: «L’Italia è uno dei più grandi produttori di marmo, sabbie e cemento ma è anche ricca di idrocarburi e molti elementi preziosi che non vengono sfruttati». Preziosi sì, ma a che prezzo? Nei riguardi degli idrocarburi in particolare, il gioco non vale la (inquinante) candela.

Riportare coi piedi per terra la green economy non significa doverla appiattire su criteri di valutazione economicisti. Come i no a priori del fenomeno Nimby – Not in my backyard – sono deleteri per la concreta realizzazione di un’economia più sostenibile, altrettanto lo sono i desideri di bucherellare il nostro territorio con pozzi o miniere quali che siano. Ben vengano le prospezioni geologiche, ma con precisi criteri di sostenibilità ambientale e sociale, oltre che economica. Proverbiale, in merito, il non-esempio della Sen, la Strategia energetica nazionale.

Approvata dal governo Monti in scadenza di mandato, la sua effettiva operatività è ancor oggi oggetto di mistero, ma quel che è sicuro è che l’insistenza con la quale il documento si rivolge al potenziamento della struttura energetica fossile italiana. Alla presenza di una Strategia (o, forse più correttamente, di una sua bozza) che mancava da anni sullo scenario italiano si affianca così la presenza di ampi passaggi al suo interno decisamente criticabili.

Una commistione che finisce per trascinarsi ovunque, come nelle parole di Giovanni Lelli, Commissario dell’ENEA, che in apertura del convegno “La ricerca energetica in Italia: nodi e prospettive” sostiene giustamente che «solo il rafforzamento del sistema della ricerca e la sua armonizzazione con il tessuto industriale possono consentire alla green economy di affermarsi in Italia», per poi precisare però subito dopo che questo può avvenire anche «grazie agli strumenti operativi e legislativi della Strategia energetica nazionale».

Se la realtà non è mai bianca o nera, men che meno quella della green economy – e nello specifico della Strategia energetica nazionale – occorre ricordarsi di tracciare una linea tra ciò che in coscienza può essere definito economia sostenibile e ciò che non lo è. Ragionandone le opportunità in termini di valutazione scientifica, ma ricordando che infine il giudizio sarà di stampo squisitamente politico e, dunque, anche morale. Un qualcosa che i criteri economici ancora non riescono a misurare, per fortuna.