Il Piano paesaggistico toscano tra cave di marmo e marxismo in villa

[27 febbraio 2015]

In attesa che la decisione finale sul Piano paesaggistico toscano venga presa, riceviamo e pubblichiamo questo intervento che ci viene rivolto – lontano dalle posizioni già e più volte espresse sul tema dalla nostra redazione –, in quanto funzionale al dibattito in corso.

L’avvicinarsi della data del voto finale anima il dibattito. Le cave di marmo costituiscono scandalo  e hanno valenza politica, ancor più delle questioni del territorio agricolo, non certo sedate, come testimoniato da Cinelli Colombini su La Repubblica dei giorni scorsi. Sembra che le posizioni che i vari contendenti vanno assumendo servano a regolare conti, a favorire riposizionamenti politici in vista delle prossime elezioni regionali.

Tutti i problemi, tutte le osservazioni hanno una loro dignità ma, certamente, tutto ciò appare inferiore rispetto all’occupazione diretta e indotta che muove un settore come il lapideo, la filiera del marmo. Per questo convince il presidente Rossi quando afferma che vuole tutelare la filiera e l’occupazione, regolamentando e legando estrazione e lavorazione in loco per incrementare l’occupazione, mantenendo anche alcuni vincoli, delle tutele ambientali e paesaggistiche.

Meno convincenti appaiono altre reazioni, a prescindere, di tutela. Una tutela che non intende farsi carico di altre considerazioni, come per esempio, il fatto che le Apuane sono tali perché l’uomo ha estratto il marmo, perché Michelangelo è andato a prenderlo lì; che le Apuane non sarebbero state tali se non ci fosse stata quella storia e anche quel sacrificio territoriale e ambientale e, se non ci fosse stata l’estrazione del marmo, forse, non avremmo avuto neppure il lardo di Colonnata e neppure i paesi appesi alla montagna, il  turismo naturalistico, culturale ed enogastronomico, perché si va a vedere dove si tirava via il marmo di “Michelangelo” e poi si gode il panorama e una gastronomia particolare.

In questo contesto ove il dibattito sembra aver assunto toni da tifoserie calcistiche, preoccupano prese di posizioni di esperti, che in qualche modo hanno partecipato alla formazione degli strumenti e non lo dichiarano (vedi intervento Poli-Morisi su La Repubblica di giovedì 26), che fanno lezioni sulla diversità tra risorsa e patrimonio per asserire che il territorio è un bene comune (la scoperta dell’acqua calda si direbbe), che non si può erodere. Ovvero, di fatto, sanciscono l’immutabilità, dimenticando che territorio e paesaggio sono il prodotto dell’attività umana, nel bene e nel male. Un continuum in evoluzione e trasformazione, anche se tendono a sottolineare che il piano paesaggistico è finalizzato a condividere, contro interessi e rendite, la consapevolezza che il territorio è finito, che quel patrimonio non si può erodere,

Ma, prescindendo dal fatto che le “rendite” sono rappresentate anche e non in parte minimale da chi possiede e gode di ville agricole, cioè di vecchie case coloniche recuperate, anche meritoriamente, come residenza, magari con tanto di prati all’inglese, piscine e fuoristrada, forse non è chiaro che in Toscana non è mai venuta meno, forse da tempo immemore, la consapevolezza che lo sviluppo è conseguenza di tutela e innovazione (e non sempre le innovazioni, anche dei “professori”, sono state successi)

Il problema non è fare regole, dare criteri, e porre anche limiti, ma il modo e i contenuti di questo apparato. Perché potremmo discutere a lungo del livello invero insufficiente delle analisi, delle conoscenze, della storia e delle trasformazioni del territorio rurale, come dovremmo discutere, e ciò non è stato consentito, della gestione ultracinquantennale dei vincoli paesaggistici perché tanto è stato fatto per responsabilità certa dei comuni, ma per corresponsabilità altrettanto certa e forse maggiore di chi i piani regolatori  li approvava prima delle riforme degli anni 2000, di chi approvava i progetti nelle stanze ovattate delle Soprintendenze per poi recapitarli nei comuni.

Non si vorrebbe insomma che si ci si attardasse nell’interrogarsi e scontrarsi sull’effetto dirompente, per alcuni, del vigneto a tutto campo a ritto chino, delle arature meccaniche, tacendo di case coloniche divenute ville con giardino un po’ ovunque trasformando campi aperti in campi chiusi e recinti più o meno impenetrabili. Non vorremmo ci si fermasse a combattere ogni mq. di area estrattiva, invece che interrogarsi sul come ridare fiato a zone di crisi occupazionale ed economica dura come Massa e Carrara o Livorno, su come ridefinire un’area metropolitana costiera capace di competere con la città metropolitana fiorentina, di disporre un proprio alto grado di accessibilità e attrattività, e forte economicamente, per non ridurre la Toscana ad un’area metropolitana da una parte, ad una la spiaggia per le vacanze estive e a ville rurali per il weekend, dall’altra.

E’ una eresia chiedere di pensare al territorio come la nostra casa dal quale trarre vita e ricchezza, anche con qualche sacrificio di alcune risorse, oppure si deve pensare che la nostra “alta costruzione culturale” costituisca il viatico di un nichilismo che di fatto non avrebbe altro effetto che premiare chi più ha, lasciando irrimediabilmente sempre più indietro chi già oggi meno ha?

Cioè, non sarebbe meglio parlare di un piano strategico per la Toscana equa e solidale, diffusa, invece che attardarsi in una disputa dove non si esclude, viste parole e  toni del confronto, mera strumentalità? Poi, se proprio la dovessimo buttare in politica, non potremo esimerci da evidenziare che non manca il sospetto del trionfo di “un marxismo in villa”, riflusso deludente di altre stagioni in eskimo dentro fumose riunioni nelle sezioni di partito.

di Mauro Parigi