Il più bel regalo di Natale

Riconoscere il valore della ricerca per dare un futuro migliore al Paese

[23 dicembre 2013]

Mancano ormai poche ore alla vigilia di Natale, ma questa non sarà un’occasione di festa per tante, troppe persone. La povertà è in feroce aumento, e riguarda ormai un terzo della popolazione italiana: per questa fetta crescente di cittadini sono giunte ben poche consolazioni nel corso dell’anno, e l’approvazione della legge di Stabilità certo non fa molto per migliorare la situazione. Ma questi freddi giorni di fine dicembre sono per molti il simbolo stesso della speranza, e a questa non possiamo rinunciare.

Il miglior modo di chiudere un anno per molti versi da dimenticare è probabilmente quello di guardare con rinnovata fiducia al futuro, comunque sia. Per farlo scegliamo un simbolo di riscatto, ed è quello del ricercatore. Bistrattato quando non apertamente deriso, il volto umano della ricerca non ha più santi nel paradiso italiano se non San Precario, ma rappresenta ancora un’eccellenza nostrana. Nonostante tutto.

Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istat, la spesa per ricerca e sviluppo intra-muros sostenuta da imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università risulta pari a 19,8 miliardi di euro. Non ha superato l’1,25% del Pil, addirittura in calo rispetto al passato, quando la media europea già si muoveva verso quota 2%. I magri crediti d’imposta previsti dal recente provvedimento Destinazione Italia non fanno granché per mutare situazione. Eppure c’è chi resiste, e nel farlo miete pure grandi successi.

Di fronte ad una percezione pubblica di desolazione totale, infatti, il mondo della ricerca italiana rappresenta ancora sotto molti aspetti una realtà di cui vantarsi. Come è stato evidenziato durante il recente II National Research Policy Forum, con solo lo 0,8% della popolazione mondiale, nel 2012 l’Italia ha prodotto ben il 4% del totale delle pubblicazioni scientifiche mondiali, con il considerevole apporto di 88.845 articoli, un numero già raddoppiato rispetto a 10 anni fa. E notiamo come, nonostante in questo contesto d’espansione gli articoli riguardanti le scienze ambientali siano purtroppo diminuiti rispetto al totale (grafico 1), il peso scientifico dell’Italia in questo campo di ricerca è comunque aumentato (grafico 2).

Queste di cui sopra sono soltanto alcune delle considerazioni emerse nel forum napoletano, cui hanno collaborato la Regione Campania e l’università degli Studi Federico II. Organizzato da Elsevier, una compagnia leader mondiale per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche (edita anche Ecological Economics, la rivista punto di riferimento per l’economia ecologica nel mondo), quella del forum è stata un’occasione per riconoscere quanto di buono siamo in grado di fare. Investiamo poco in ricerca, troppo poco, ma i nostri alfieri in camice bianco riescono ora più che mai a far di necessità virtù, mettendo sul piatto una delle migliori performance a livello mondiale nell’incremento di articoli pubblicati per unità di investimento disponibile (grafico 3).

Schivando un’avversità dietro l’altra, i ricercatori italiani hanno permesso al Paese di affermarsi come leader in numerose aree di ricerca. Si pensi ad esempio alla vulcanologia – dove troneggia l’Istituto italiano di Geofisica e Vulcanologia di Roma -, con l’Italia che si classifica prima sia in termini di produttività che in termini di qualità, misurata dal numero di citazioni ricevute (grafico 4). Sono valutazioni che ci impongono di soppesare appieno le potenzialità del Paese nel campo della ricerca, senza soffermarsi soltanto sui temi più amari, come l’arcinota fuga dei cervelli.

Piangersi addosso, infatti, non sarà mai una soluzione. Invertire la rotta significa riconoscere in primo luogo che questi ragazzi e ragazze lasciano le patrie terre non (solo) per un problema di soldi che mancano, ma per un ecosistema che non riconoscono come congeniale alla realizzazione delle loro ambizioni. Anche Natale i ricercatori venissero esauditi nel chiedere come regalo al Paese un salto in avanti nei fondi stanziati per R&S mancherebbe ancora l’humus adatto a farli crescere.

Finché le aspirazioni frustrate dello 0,37% della popolazione (è questa la dimensione dei ricercatori secondo l’Istat, una cerchia estremamente ristretta ma evidentemente troppo choosy) saranno considerate un problema, anziché la consapevolezza azzoppata del 70% e più di quei cittadini italiani che ancora oggi sono analfabeti funzionali, allora non ci saranno fondi che tengano a poter dare un sogno di futuro migliore (e più sostenibile socialmente, ambientalmente, economicamente) al Paese.

In questo cambio di prospettiva tutti abbiamo una responsabilità, e tutti possiamo avere un ruolo. Prenderlo sul serio è il miglior regalo che in questo Natale possiamo fare a noi e a chi ci sta vicino. Ed è anche gratis.