Il riciclo ai tempi dei Neandertal parla toscano

Boschian, antropologo dell’università di Pisa, rintraccia le origini del moderno processo industriale più di tremila anni fa

[17 ottobre 2013]

Anche l’uomo di Neandertal riciclava. Allora non c’era né la Tarsu, né la Tia. Della Tares nemmeno si parlava, figurarsi della nuovissima Tari (o addirittura della ventura Tarip), ma i nostri antenati già si occupavano in qualche modo di rifiuti, e alcuni di essi potevano già allora trasformarsi in risorsa.

Della scoperta, presentata a Tel Aviv da un gruppo di ricerca internazionale, greenreport ha già parlato. Il convegno ha visto la partecipazione di cinquanta antropologi e paleontologi da tutto il mondo, ma adesso ci pensa anche l’università di Pisa a mettere i puntini sulle “i”. L’importante ricerca, infatti, parla anche toscano, con l’antropologo Giovanni Boschian.

Boschian, che insegna a Pisa, ha condotto le sue ricerche a Castel di Guido, un sito archeologico presso Roma, risalente a circa 320-270.000 anni fa. La peculiarità di questo luogo è la presenza di attrezzi – detti bifacciali per la loro forma – non solo in pietra, ma anche in osso di elefante. Il sito, infatti – spiega l’ateneo pisano in una nota – era ricco di pozze d’acqua usate come abbeveratoi naturali da elefanti e altre specie (incluso l’uomo), una situazione ideale per gli umani che, comunemente dediti allo sciacallaggio, prelevavano cibo dalle carcasse degli elefanti già morti, o che forse loro stessi avevano finito.

«L’uso di questa materia prima, decisamente raro, era dovuto alla scarsezza di materie prime come la selce e altre pietre nella zona – dice Boschian – Per realizzarli venivano utilizzate, oltre alla pietra, grosse schegge di osso di elefante, derivanti dall’estrazione del midollo, complemento alimentare fondamentale nella dieta dell’epoca. Già questa può essere considerata una forma iniziale di riciclaggio, ma dallo studio di questi oggetti si scopre che a Castel di Guido essi venivano spesso riutilizzati a distanza di tempo, o che una volta rotti erano riciclati per altri scopi».

L’uso di carcasse di animali uccisi da cause naturali come siccità o predazione da parte di altri animali era relativamente comune nelle società del Paleolitico, sin da almeno 2,5 milioni di anni fa, per procurarsi cibo come carne, grasso e midollo. Tuttavia quest’aspetto non viene normalmente considerato come vero e proprio riciclaggio, ma semplicemente un modo di procurarsi cibo. Anche il riuso di utensili, per mezzo di una sorta di “riaffilatura”, non è considerato strettamente riciclaggio.

«Il riciclo vero e proprio è inteso come uso per scopi completamente nuovi di oggetti scartati dopo una precedente utilizzazione – specifica Boschian – Ciò comporta ripensare e riprogettare il nuovo uso e in certi casi modificare la forma iniziale dell’oggetto, con un’operazione che implica attitudini mentali avanzate, in particolare la capacità di previsione e la progettualità, ravvisabili in alcune tecniche di lavorazione che sembrano esser state mirate a ottenere oggetti che in futuro potessero essere riutilizzati».

Niente di comparabile ai moderni processi industriali che definiscono il riciclo come manifattura qual è, ma avere «indizi che già 300.000 anni fa l’uomo di Neandertal avesse la consuetudine di riutilizzare utensili precedentemente scartati» offre una prospettiva storica sul fenomeno incredibilmente più ampia. «Gli uomini davano a questi oggetti una nuova forma e un nuovo impiego – spiega Boschian –  per questo possono essere considerati gli iniziatori della pratica del riciclaggio».