La pluralità delle correnti è da sempre una costante

Il seme anglosassone, laboratorio mondiale del moderno ambientalismo

Continua il percorso nella storia lanciato all'interno del nostro think tank

[29 novembre 2013]

Se l’ambientalismo odierno ci appare caleidoscopico per culture e per obiettivi, non dobbiamo pensare che quello delle origini fosse diverso: la pluralità delle anime è stata una delle costanti della storia dell’ambientalismo, come mostra il classico libro di David Pepper Modern Environmentalism: an Introduction, uscito per la prima volta nel 1984 e poi ripubblicato più volte.

Già nelle sue due culle – l’Inghilterra e gli Stati Uniti degli ultimi decenni dell’Ottocento – l’ambientalismo mostra ispirazioni molto diverse tra loro.

Alla metà dell’Ottocento esistono infatti in Inghilterra diverse tradizioni di rispetto e di attenzione per la natura, e alcune sensibilità già molto forti. In un altro libro famoso, ma fortunatamente tradotto anche in italiano (L’uomo e la natura. Dallo sfruttamento all’estetica dell’ambiente, 1500-1800), il grande storico della cultura Keith Thomas ha raccontato da dove vengono, come si sviluppano storicamente e come si presentano alle soglie della nascita dell’ambientalismo il culto degli alberi, il richiamo della vita rurale, la passione per i giardini, l’interesse per l’osservazione scientifica della natura, la compassione per gli animali.

Ma l’Inghilterra degli anni Sessanta dell’Ottocento è anche la terra che celebra i primi cento anni di industrializzazione, che ospita una concentrazione di fabbriche che da sola è forse ancora superiore a quella di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme e che quindi soffre di problemi di inquinamento e di insalubrità gravissimi, sconosciuti al resto del mondo. Così nel 1863 il governo britannico è costretto ad approvare una delle primissime leggi contro l’inquinamento atmosferico, l’Alkali Act, provvedimento che segnala una già robusta presenza di preoccupazioni e di movimenti in favore non solo della salute e dell’igiene, ma anche dell’integrità dell’ambiente.

È ancora dai disagi dell’urbanizzazione e dalle nuove domande sociali che essa pone che ha origine un altro tassello cruciale dell’ambientalismo inglese, assolutamente originale: quello che si batte per il libero accesso ai sentieri di campagna, soprattutto nei dintorni delle città. Da questa battaglia, che è volta a riannodare i rapporti sempre più flebili tra città e campagna, tra vita urbana e natura, ha origine una delle prime associazioni ambientaliste inglesi, la Commons Preservation Society. La sua nascita, nel 1865, segna un vero punto di svolta nella storia del moderno ambientalismo. La CPS è infatti un sodalizio ben organizzato, capace di iniziativa giudiziaria, di utilizzo della stampa, di reclutamento e di pressione politica: come ha scritto Charles-François Mathis nel suo ampio studio sulle origini dell’ambientalismo inglese (In Nature We Trust. Les paysages anglais à l’ère industrielle, Parigi 2010) con la CPS siamo all’origine della professionalizzazione dell’iniziativa ambientalista.

Come si vede, l’industrializzazione e l’urbanizzazione in un territorio relativamente ristretto come quello inglese generano in Inghilterra delle reazioni ancora impensabili in altri paesi: contro l’inquinamento, contro la mancanza di verde nelle città, contro la crescente segregazione fisica tra città e campagna.

Ma fondendosi con la forte sensibilità paesaggistica maturata nei secoli precedenti, il disagio verso la modernizzazione tecnologica genera anche un rifiuto più generale verso le novità del capitalismo e dell’industria il cui principale alfiere è il critico e storico dell’arte John Ruskin, uno degli intellettuali europei più famosi della seconda metà dell’Ottocento. Una parte del movimento ambientalista inglese, che avrà una forte influenza su quello continentale dei decenni successivi, si batte contemporaneamente per la difesa del paesaggio e dell’aspetto storico delle città e delle campagne in una rivendicazione della superiorità delle società preindustriali e della vita a stretto contatto con una natura integra, non “sfigurata”. Di qui importanti battaglie per la salvezza di aree naturali o di paesaggi di grande valore estetico o storico, battaglie che contribuiscono alla crescita e al rafforzamento del movimento e portano infine all’istituzione di associazioni ancor oggi importanti e famose nel mondo come il National Trust, che viene fondato nel 1894 per acquisire e preservare monumenti, edifici tradizionali e zone ad alto valore paesaggistico o naturalistico.

Un altro filone che rende originale l’ambientalismo inglese in quanto ha un seguito molto maggiore che altrove è quello che possiamo definire “compassionevole”. Radicato in fenomeni settecenteschi ben studiati da Keith Thomas come l’osservazione diretta della natura, la crescente importanza degli animali da compagnia, le discussioni teologiche e filosofiche sulla possibilità o meno che le bestie siano dotate di sensibilità e di intelligenza, questo filone porta alla metà degli anni Ottanta alla nascita di associazioni come la Selborn League e la Plumage League e soprattutto al grande successo popolare della Society for the Protection of Birds, fondata nel 1891, che si impone da subito e resterà fino ad oggi una delle più forti associazioni ambientaliste britanniche, anzitutto in termini di iscritti.

L’Inghilterra ricca e imperiale, l’Inghilterra che per prima e in pochi decenni ha reciso in gran parte il legame con la campagna, l’Inghilterra delle grandi città sporche e insalubri, del lavoro salariato, delle fabbriche e dei miasmi, ma anche l’Inghilterra colta che ha visto nascere e coltivato tante acute sensibilità verso il mondo naturale diventa insomma a partire dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento il primo laboratorio mondiale del moderno ambientalismo e ne anticipa la varietà di correnti e di ispirazioni.

Il caso statunitense si avvicina per alcuni aspetti a quello inglese e se ne allontana per altri. Come quello inglese, l’ambientalismo statunitense è molto precoce perché anche qui le sue prime manifestazioni importanti risalgono agli anni Sessanta dell’Ottocento. Anche qui, inoltre, il disagio urbano si avverte presto e già a partire dagli anni Sessanta si sviluppano iniziative e provvedimenti contro l’inquinamento, per una gestione razionale dei rifiuti e per la creazione di verde pubblico. Anche qui, infine, i vari filoni dell’ambientalismo nascente si appoggiano a tradizioni culturali, a riflessioni e a sensibilità verso la natura già consolidate da tempo, come nel caso della scuola filosofica trascendentalista di Henry David Thoreau e di Ralph Waldo Emerson, che sin dagli anni Trenta e Quaranta sostiene la necessità di un rapporto spirituale fondativo tra individuo e ambiente naturale.

Gli Stati Uniti sono però un paese molto diverso dalla piccola e “antica” Inghilterra, con una enorme quantità di spazi “vuoti” – o immaginati come tali – e quindi “selvaggi”, che da un lato possono essere presi a esempio della natura primigenia, con tutte le sue virtù morali e il suo fascino, da un altro lato possono essere considerati, nella loro imponenza e magnificenza, come quei monumenti che l’Europa ha e il Nuovo Mondo no. Dall’altro lato ancora possono essere proposti come quei grandi polmoni verdi di cui le città, sempre più grandi e industrializzate, hanno crescente bisogno. Questo intreccio di motivazioni fa in modo che l’ambientalismo statunitense assuma alcuni caratteri che ancora oggi lo rendono in qualche modo unico, che sono diventati celebri e in qualche caso sono stati esportati con successo in tutto il mondo. Due in particolare: il culto della wilderness, cioè della natura selvaggia, e l’istituzione dei parchi nazionali, che poi sono i primi e ancor oggi più prestigiosi esempi di aree protette.

Wilderness e parchi nazionali sono tra l’altro le due facce di uno dei due filoni che alla fine dell’Ottocento si contendono l’egemonia sull’opinione pubblica statunitense in materia di politiche ambientali: il preservazionismo e il conservazionismo. Il primo è appunto quello più radicale, romantico, che va indietro a Thoreau e a Emerson, che vede nella natura incontaminata una fonte di ispirazione e di rigenerazione culturale, e che si batte per estendere la rete dei parchi nazionali americani come simbolo del paese e come luoghi di simbiosi tra uomo e natura. Il conservazionismo, invece, si ispira anzitutto alle scienze forestali e alla gestione della selvaggina e vede nella protezione della natura uno strumento per il controllo razionale delle risorse, minacciate da uno sfruttamento eccessivo o scriteriato. Queste due correnti si affronteranno soprattutto fino alla Prima guerra mondiale, avranno un seguito tra scienziati, amministratori e politici (il presidente Theodor Roosevelt è un ambientalista convinto) inimmaginabile altrove e contribuiranno per tutto il corso del Novecento – a volte contaminandosi reciprocamente – a plasmare il volto dell’ambientalismo statunitense.

Considerata la precocità e la forza di questo movimento e l’inarrestabile avanzata dell’egemonia culturale planetaria degli Stati Uniti nel corso del Novecento, si capisce bene come questi momenti fondanti e poi queste correnti dell’ambientalismo Usa possano aver influenzato l’evoluzione dell’ambientalismo mondiale.