Altro che deficit zero, occorre investire in R&S ed innovazione tecnologica

Imu, Iva, tasse sul lavoro: la risposta che serve all’Italia passa da una riforma fiscale verde

Le stime dell’European Environment Agency parlano di un potenziale di 25 miliardi di euro

[17 luglio 2013]

Il dibattito di politica economica è ingessato in uno sterile e concettualmente poco proficuo ‘balletto’ di cifre e posizioni che gira intorno alle tasse Iva, Imu e Tares. Sterile perché miope e di breve periodo, volto a dare (forse) ossigeno ma non a risollevare il malato. Un dibattito di breve periodo peraltro impostato malamente: infatti se è vero che occorre riposizionare lo sforzo di policy più sull’obiettivo di breve, la disoccupazione e la crescita oggi, piuttosto che al lungo periodo al quale pare ambire la sostenuta austerità di bilancio in Europa, è anche vero che la teoria economica, vari premi Nobel (Sen, Krugman, Stiglitz) e il buon senso ci dicono che occorre un’espansione fiscale piuttosto che il deficit zero in un momento di recessione.

Un’espansione fiscale piuttosto che una prolungata – ormai da un decennio – politica monetaria lasca, che è evidente non riesca ad attivare il ciclo economico anche a tassi di interesse ormai negativi. Il conformismo è crescente. Servono politiche fiscali espansive agendo su ‘buona spesa pubblica’ (cioè investimenti, soprattutto in Ricerca&Sviluppo, arrivando ad esempio ad ottemperare l’agenda di Lisbona, che fissava un 3% di spesa in R&S sul Pil). Le eventuali riduzioni d’imposte, infatti, otterrebbero effetti incerti sulla crescita; ogni euro in più nelle tasche infatti può essere risparmiato e/o usato per acquistare beni prodotti in paesi esteri.

Le cifre dominano tuttavia la cronaca economica: servono 3-4 Miliardi per abolire l’Imu, altri 4 per evitare aumento dell’Iva, forse 12 per una piccola manovra di presunta crescita. Da queste cifre, seppure sempre incerte e non appassionanti, sicuramente non risolutive, si può partire per impostare un ragionamento serio e strutturale su una politica fiscale ambientale. Può essere il momento giusto per implementare riforme che alcuni paesi nordici, oggi peraltro tra i più competitivi al mondo, introdussero all’indomani della proposta contenuta nel libro bianco di Delors, a inizio anni ‘90.

Per fugare inutili illusioni, occorre dire che questo è solo uno dei pezzi di politica economica da adottare per riportare competitività in Italia ed Europa, su scenari maggiormente sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale. Altri pezzi di policy fiscale ed industriale devono affrontare il drammatico problema della crescente diseguaglianza dei redditi, fonte essa stessa della recessione (anche The Economist l’ha riconosciuto) e della disoccupazione.

La ratio di questo pezzo importante di politica economica è semplice ma va ricordata. Si aumentano le tasse sulle risorse ambientali (CO2, emissioni, materiali, rifiuti, risorse) al fine di abbattere quelle sul lavoro, cioè il cuneo fiscale, che nessuno riesce a ridurre nonostante continui proclami. Vogliamo evitare l’aumento dell’Iva o addirittura ridurla? Si possono usare a compensazione elementi di tassazione ambientale – che parte da livelli ora nulli in Italia -, meno distorsiva e che genera potenzialmente riduzioni di inquinamento, cioè benefici pubblici. Vogliamo ridurre l’Irap? Idem, sottolineando spazi di gestione di riforme fiscali verdi da parte delle regioni, che hanno elevate competenze sulle risorse naturali.

Le cifre sopra citate sono ampiamente alla portata. Le stime dell’European Environment Agency presentate ad un convegno organizzato al Tesoro a Roma già nel dicembre 2011 parlano di un potenziale di 1-2% del Pil, tra introduzione di tasse ambientali e rimozione di sussidi impropri. Si tratta di 25 miliardi di euro di tasse ambientali che generano da un lato benefici pubblici, attivano processi di innovazione ‘verde’, riducono altre tasse e il costo del lavoro.

Sul livello del tema cambiamento climatico, alle risorse derivabili da una carbon tax sui settori non coperti dall’emission trading – da introdurre finalmente nell’agenda politica italiana visto che l’obiettivo 2050 sarà un taglio delle emissioni del 80-90% – si aggiungono gli introiti delle future aste delle quote legate al mercato emission trading. Oggi in sofferenza, ma con una prospettiva importante. La sostituzione di una carbon tax all’emission trading potrà eventualmente essere pensata nel futuro.

Con una riforma fiscale verde, la riduzione del debito o delle tasse sul lavoro sono opzioni percorribili. Ma tornando all’agenda di Lisbona, nel tentativo di unire politiche sul clima, politica fiscale e innovazione, occorre dire che l’alternativa alla riduzione del costo del lavoro è un utilizzo del gettito verde per sussidiare in modo proprio adozione di innovazione tecnologica e R&S: vari schemi sono possibili e imitabili sulla base delle esperienze europee. Lo stesso Kyoto Fund italiano potrebbe, in presenza di maggiore trasparenza, essere finanziato dalla fiscalità verde.

Meno inquinamento, più innovazione, investimenti in infrastrutture e beni pubblici, ricerca di vera competitività strutturale per le future generazioni sono alternative piene di slancio e ottimismo sul futuro, al posto di una politica asfittica piegata sul breve periodo, alla ricerca di palliativi, basata su pezzi incoerenti di politica economica e generatrice quindi di ‘toppe’, che non riescono a ridurre la paura del presente economico-finanziario e a incrementare il livello delle nostre aspettative.

Da qui le basi per tentare di costruire un ‘progetto’ di economia più verde ed equa, e per questo anche più competitiva. Le soluzioni adottate da anni (e anche adesso) non sembrano portare a questo. Sembra ora ragionevole provare altro, altre politiche, altri progetti, altre società. Una politica fiscale verde è un ombrello che può comprendere alcuni di questi elementi progettuali e ripararci da ulteriori delusioni.