Riceviamo e pubblichiamo

Inquinamento e ricatto occupazionale, un paradosso che arriva da lontano

[27 luglio 2015]

valutazione d'impatto ambientale via inquinamento

Portavo i calzoncini corti, professionalmente, e facevo il giovane pretore quando mi sono imbattuto a tutto campo in quel male silente ed endemico del nostro Paese che sarà poi la causa madre dei grandi futuri disastri ambientali e dei conseguenti danni alla salute pubblica: l’inquinamento e il ricatto occupazionale, il costringere la gente a scegliere tra il lavoro e la salute. Due diritti fondamentali, questi ultimi,  che – tutelati  ambedue di pari grado solo sulla carta e a chiacchiere – dagli anni ’80 sono stati posti forzatamente, progressivamente ed inesorabilmente – nei fatti –  in permanente antitesi tra di loro.

Era il tempo dei “pretori d’assalto” (così erano bollati in senso denigratorio i pretori che  iniziavano a contrastare gli albori di quelli che poi diventeranno ai giorni nostri gli attuali, diffusi traffici di rifiuti e scempi ambientali) e delle prime grandi inchieste contro gli inquinatori di prima generazione. Era il tempo delle prove generali degli scarichi abusivi, dei traffici di rifiuti, degli inquinamenti diffusi, degli scempi edilizi/paesaggistici e delle prime timide leggi che – con colpevole ritardo – iniziarono ad essere emanate nel settore.

E proprio questa “novità” inaspettata, dopo anni di praticata anarchia nel settore del contrasto agli inquinamenti (si pensi che i “vecchi” pretori “d’assalto” per contrastare le antiche forme di inquinamento nel mare dovevano applicare forzatamente la legge a tutela  commerciale dei… pesci), quando qualcuno iniziò a far valere i principi in base ai quali era finito il tempo nel quale ognuno poteva fare quello che voleva e come voleva (molte grandi discariche micidiali che emergono oggi dal ventre della terra sono state realizzate tra gli anni ’60 e gli anni ’70) e che chi scaricava e inquinava doveva iniziare a rispettare le prime seppur blande e annacquate regole ambientali, iniziò a generare come reazione immediata il ricatto occupazionale.

Il concetto era (ed è ancora oggi) molto semplice ed elementare: volete che rispetti le regole ambientali e a tutela della salute pubblica, che hanno dei costi? E io chiudo e licenzio i dipendenti… Oggi la versione aggiornata come variabile è: e io chiudo in Italia (licenziando) e riapro all’estero dove tutto è “semplificato” (leggi: dove come regole siamo al tempo dell’Italia anni ‘60/’70 e possiamo fare quello che ci pare).

Ricordo i primi casi molto significativi. Se ti trovavi di fronte a un insediamento suinicolo che utilizzava un torrente di acqua (all’origine limpida) come fogna personale del titolare dell’azienda che non sapeva neppure cosa fosse un depuratore (una specie di oggetto alieno misterioso), e gli si contestava che stava distruggendo un intero ecosistema con riflesso poi anche sulle acque potabili, la risposta era chiara e semplice: allora chiudo… amen.

E il sistema era efficacissimo perché attivava immediatamente un contenzioso durissimo tra il pretore (e la polizia giudiziaria allora da lui dipendente) e gli operai. Era il tempo in cui i cittadini ancora non avevano minimamente consapevolezza del concetto di disastro ambientale, dei danni conseguenti per la salute pubblica e dei rischi che i propri figli correvano (oggi se non altro questa consapevolezza almeno in parte è più diffusa) e la stampa era analogamente poco lungimirante in tal senso; dunque il ricatto occupazionale faceva presa subito. Chi agiva per tutelare ambiente e salute pubblica era visto come un sovversivo o un estremista esagerato, e a fronte del danno (immediatamente percepibile) della perdita del posto di lavoro messo in contrapposizione a un danno allora non visibile (nei termini drammatici odierni) per la propria salute, il fronte era automatico e inevitabile.

I pretori del tempo per evitare questo continuo ricatto occupazionale furono costretti dunque ad elaborare quella “giurisprudenza satellite” che per anni operò come cuscinetto di bilanciamento tra diritto al lavoro e diritto alla salute pubblica.

Ad esempio i c.d. “sequestri condizionati”, tanto criticati da fonti cattedratiche ma efficaci sul territorio per porre almeno in parte argine agli inquinamenti dilaganti. Perché, a fronte di quell’insediamento che scaricava in modo brutale, avevi due possibilità: sequestrare tutto l’insediamento per bloccare lo scarico selvaggio (e automaticamente scattava il ricatto occupazionale e si creava il logico fronte ostile da parte di dipendenti e opinione pubblica) oppure vedere la palese violazione di legge e lasciar perdere e consentire al titolare di continuare ad inquinare come voleva.

Si ideò allora una terza ipotesi: sequestrare lo stabilimento, ma consentire la continuazione del ciclo produttivo in atto nel caso in cui il titolare avesse adottato almeno alcune minime, urgenti ed economicamente accettabili misure per tamponare e ridurre il flusso brutale degli inquinamenti nell’ambiente naturale. Il ricatto occupazionale veniva così in parte disinnescato.

Questa ipotesi non era prevista dal codice, e iniziò così l’elaborazione di una giurisprudenza realmente supplente rispetto a un assetto normativo che non affrontava il problema e faceva finta di non percepirlo nei dettati legislativi, scaricando sui pretori la patata bollente (ma questa patata dentro era avvelenata, e solo oggi molti se ne stanno rendendo conto).

Oggi credo che il quadro di fondo sia rimasto sostanzialmente immutato come principi di base, solo che tutto è ingigantito dai macrosistemi del tempo attuale. Sono macro i disastri ambientali (che negli anni ’80 erano iniziali e se li avessero bloccati adesso non saremmo in queste condizioni), sono macro le conseguenze di danni alla salute pubblica (dove solo un negazionismo di maniera può ignorare nella realtà delle cose concrete la connessione tra inquinamenti e tumori e altre malattie diffuse), sono macro gli interessi economici e politici in gioco, sono macro gli attori in campo (al posto dei pretori ci sono magistrature di elevato livello e al posto del singolo titolare di azienda ci sono intere categorie strutturate), sono macro alcuni nuovi soggetti che sono entrati nella partita (i criminali delle ecomafie).

Dalle prove generali degli anni ’80 a oggi il meccanismo è sempre lo stesso: scegliere tra lavoro e danno ambientale/salute pubblica. Con criteri diversi, oggi a volte di massa, oggi nei meccanismi di numeri e dati elevati, ma il nocciolo della questione è quello.

Il profitto (di pochi) è l’elemento portante di questo (dis)equilibrio che ci sta portando al progressivo peggioramento della situazione attuale. Finché l’opinione pubblica e la stampa non troveranno una chiave di lettura ragionevole per spezzare questo male endemico, continueremo ad ammalarci di livelli tabellari sulla carta rispettati ed adattati alle emergenti e mutevoli esigenze produttive, in nome di un diritto al lavoro che ha abdicato al diritto parallelo alla tutela della salute dei lavoratori stessi e dei cittadini terzi. Questa chiave è solo quella di imporre a chi trae immensi profitti dalle attività che generano gli inquinamenti di dedicare una parte di questi profitti alla messa in regola (sostanziale e non sulla carta ed a chiacchiere) degli impianti per diminuire gli inquinamenti. Tecnicamente questo è possibile, e lo dimostrano esperienze in altri Paesi ed in alcuni casi (rari) anche in Italia.

Ma il migliore alleato del ricatto occupazionale è la rassegnazione. Soprattutto quella dei dipendenti e dei giovani. Ho conosciuto dipendenti consapevoli dei rischi (certezze) di danno a cui vanno incontro, ma pur di lavorare accettano tutto. Non si può accettare di andare a lavoro come andando in una guerra.

Ho conosciuto giovani universitari in città a forte e conclamato tasso di tumori da inquinamento endogeno che, infastiditi, cercavano di evitare di parlare della cosa. Ma perché vieni qui a parlare di questo? Li hai visti i bei monumenti che ha la nostra città? Parliamo di quelli… Il più bel monumento che oggi possiamo avere è il diritto a non ammalarci per cause ambientali. Ma quale sovrintendenza tutela questo monumento, che ancora è nella roccia e dobbiamo iniziare a scolpirlo?

di Maurizio Santoloci – Diritto all’ambiente

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