Il benessere degli italiani riassunto in 40 milioni di tweets

Altro che crisi, l’Italia è più felice: lo dice il web. Ma è davvero così?

L'indice iHappy calcolato da Voices from the Blogs offre un contributo importante all'analisi del benessere, ma non dice tutto

[10 gennaio 2014]

Dove eravate il 12 luglio scorso? Era un bel venerdì d’estate, con temperature fresche e, apparentemente, è stato il giorno più felice del 2013. A dirlo, una ricerca di un team dell’università Statale di Milano che, attraverso il progetto Voices from the Blogs, monitora il livello di felicità degli italiani attraverso un’analisi dei loro tweets. I cinguettii che affollano la rete, insomma.

Il progetto di ricerca, giunto già al suo secondo anno, vanta più di 40 milioni di tweets raccolti in tutte le province italiane, di cui viene monitorato il sentiment attraverso un algoritmo che decodifica gli emoticon (le faccine) usate dagli utenti. Il risultato è un indicatore tra 0 e 100 che rappresenta il livello di felicità.

Il valore per il 2013 è di 60,3%, più alto di diversi punti rispetto al 2012 (quando si attestava intorno al 46%). Come è possibile un tale balzo, se si considera la crisi in cui il nostro paese è ancora immerso?

Di fatto, la risposta non è banale, perché non è banale l’obiettivo di un filone di ricerca che si propone di trovare una metrica alla felicità. Misurare il benessere è problema che gli economisti affrontano dagli albori di questa disciplina, tradizionalmente identificando nel reddito (il PIL) l’approssimazione meno insoddisfacente nel rappresentare lo “stare bene”.

Ma il PIL, appunto, come nel bellissimo discorso di Bob Kennedy, è assolutamente incapace di cogliere le molteplici dimensioni del benessere. Di qui il proliferare di approcci volti a trovare misure alternative, tra cui anche il benessere psicologico.

Il benessere soggettivo è considerato infatti dall’Istat una delle dimensioni rilevanti del BES (Indice di Benessere Equo e Sostenibile), un nuovo indice dello stato di salute del paese fatto di 12 componenti strutturali.

La letteratura psicologica mostra che gli indicatori di benessere soggettivo sono misure piuttosto affidabili, correlati fortemente con lo stato di salute dei rispondenti e con le condizioni lavorative (persone più felici sono anche più sane e hanno un lavoro soddisfacente).

Uno dei limiti degli indicatori soggettivi sta, appunto, nel fatto di essere basati su risposte a questionari, assolutamente sensibili a variazioni del contesto.

Come cambia la mia risposta alla domanda “Quanto sei felice?” se fuori è una bella giornata o se, per esempio, ho appena avuto una brutta notizia?

Ricerche come quelle di Voices from the Blogs (o, per citare il caso americano, come gli studi fatti dalla università del Vermont) vanno proprio nella direzione di ovviare a questo problema. Il vantaggio di analizzare i cinguettii della rete, infatti, è l’avere a che fare con la ‘libera espressione di sè’ degli utenti. Nessuno è condizionato da un questionario, ma esprime liberamente in un post ciò che pensa. Il vantaggio, inoltre, di numeri così rilevanti, è di poter raggiungere conclusioni sufficientemente robuste sulla volatilità dei sentimenti in rete.

I dati di Voices from the Blogs confermano empiricamente quanto, di fatto, ci dice già il buon senso: le persone sono più felici quando è bel tempo, quando è primavera o quando è festa. Inoltre, si è più tristi di lunedì o al momento di pagare le tasse.

I dati dell’università Statale mostrano anche chiaramente la sensibilità del sentiment alle breaking news: il popolo della rete reagisce istantaneamente alle notizie, manifestando le proprie emozioni, siano esse positive o negative.

Quindi, il 2013 è stato un anno felice? Keep calm, e aspetta un attimo. La sentiment analysis è un po’ come la meteorologia: coglie perfettamente l’umore e il mood degli utenti, mostrando gli scostamenti di breve periodo da quello che ci si può aspettare. L’Organizzazione Meteorologica Internazionale, tuttavia, richiede 30 anni di osservazioni per poter parlare di clima. Altra cosa è dunque parlare di meteorologia o clima della felicità.

Il benessere psico-fisico, nel lungo periodo, tende a essere meno soggetto a scostamenti improvvisi e a essere influenzato da elementi più strutturali: la qualità delle nostre relazioni, la salute fisica, la stabilità economica e lavorativa.

Non sorprende, dunque, vedere questa diversità tra i dati dell’università Statale e non solo il PIL, ma anche il ranking del World Happiness Report 2013. L’Italia, infatti, scivola in un solo anno di 17 posizioni nella speciale classifica dell’ONU, occupando la quarantacinquesima piazza. La classifica del World Happiness Report è basata su indicatori di benessere soggettivi complessivi, in cui le persone sottoposte a indagine rispondono a domande sulla propria situazione generale e non sul benessere istantaneo.

L’indice iHappy calcolato da Voices from the Blogs offre comunque un contributo importante all’analisi del benessere, necessario anzi a sfruttare in modo scientifico la mole di informazioni che la rete ci mette a disposizione. Si tratta, semmai, di capire come usare questi dati per finalità politiche pubbliche: una volta trovato il giusto metro, bisogna provare ad allungare la felicità a tutti. Anche con qualcosa in più di 140 caratteri.