Jobs Act, il governo abbatte l’articolo 18 nella Giornata mondiale per il lavoro dignitoso

Per i sindacati di tutto il pianeta la chiave di volta è la green economy. Ma in Italia si parla d’altro

[7 ottobre 2014]

Il destino gioca brutti scherzi, si sa, e caso vuole che  il governo abbia concesso un’ora di incontro ai sindacati per discutere sul Jobs Act proprio oggi, quando – nella generale indifferenza – ricorre la Giornata mondiale per il lavoro dignitoso. Istituita dalla Confederazione internazionale dei sindacati (Ituc-Csi) proprio a partire da quel 2008 in cui la crisi economica cominciò a dilagare senza freni in tutto il mondo, Italia compresa, questa dovrebbe essere l’occasione per difendere ciò che è inscritto anche nel primo articolo della nostra Costituzione.

Non un’esigenza prettamente nazionale, quindi, ma assolutamente globale: «Si tratta di una giornata di mobilitazione per tutti i sindacati di tutto il mondo – annunciano gli organizzatori – dalle Fiji in Oriente per le Hawaii in Occidente». Alle nostre latitudini oggi si discute invece di percorre la stessa strada, ma in senso contrario. Si parla di abolizione dell’articolo 18 (un «totem» secondo il premier Renzi, ed è vero, che un significato però ce l’ha e che si sta cercando di cancellare) e di maggiore flessibilità del lavoro: «Dall’incontro nessuna risposta – fanno sapere dalla Cgil – Il governo va avanti su scelte sbagliate». Qualcosa non torna, se al contempo – come riporta l’Ansa il premier Renzi ha chiuso l’incontro coi sindacati affermando di aver trovato «sorprendenti punti d’intesa». Tant’è che ha scelto di imporre il voto di fiducia, domani, sul Jobs Act

Un’occasione persa due volte, se si guarda allo slogan che i sindacati hanno scelto quest’anno per la loro Giornata mondiale: «Giustizia per i lavoratori, giustizia climatica».

«Il modello economico globale dominante – accusa l’Ituc-Csi – sta distruggendo posti di lavoro e il pianeta. Questo indebolisce la democrazia e mina la giustizia per tutti. Troppi governi non riescono a proteggere le persone che lavorano adesso, e non riescono neanche a costruire un futuro sostenibile per le generazioni a venire. Eventi meteorologici catastrofici causati dai cambiamenti climatici stanno già rovinando vite e i mezzi di sussistenza, ma i leader politici devono ancora trovare il coraggio di stipulare un accordo globale sul clima».

Il Jobs Act, quand’era stato annunciato da un Renzi ancora sindaco di Firenze, sembrava voler far propria quest’ambizione. Annunciando piani industriali per creare posti di lavoro in settori nevralgici come quelli della green economy, della cultura, del made in Italy, aprendosi al contempo a un confronto – mai davvero concretizzatosi – con le forze esterne al cerchio magico renziano, il Jobs Act appariva come una speranza alla quale tutti avrebbero potuto contribuire affinché potesse crescere.

A vederlo oggi, l’amara sensazione è che si tratti invece di un aborto. Concentrato in via pressoché esclusiva sul lato dell’offerta, ridefinendo i termini dei contatti di lavoro in modo esaltare il “valore della flessibilità”. Poco importa se questo stesso principio viene criticato finanche dallo stesso ministero dell’Economia, che in uno studio redatto insieme all’università Roma Tre riconosce come questa strada intrapresa ormai da anni non abbia affatto portato i risultati sperati, anzi.

Sarebbe comunque ingiusto dire che nel provvedimento del governo è tutto da buttare. Qualche sorpresa positiva potrebbe nascondervisi, da quanto si può intuire, ma per un giudizio misurato è necessario attendere la fine dell’iter legislativo – ancora lungi da essere terminato.

Quel che a oggi è senza dubbio possibile vedere rispecchia l’allontanarsi dell’operato governativo da quella strada di sviluppo e investimenti in un’economia più verde che avrebbe potuto – e potrebbe ancora – essere realizzata. Per usare la chiosa dell’Ituc-Csi «non ci sono posti di lavoro su un pianeta morto, mentre quando i governi agiscono per ridurre l’inquinamento ed equipaggiare le comunità e industrie per far fronte alle sfide climatiche, molti più posti di lavoro vengono creati». Ma su questo punto l’Italia rimane ancora molto, molto indietro: tant’è che oggi il governo (e i sindacati) sul tavolo cruciale della trattativa ha scommesso tutt’altro.