La “buona scuola” è quella delle responsabilità collettive

[9 luglio 2015]

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La “buona scuola” è legge. Dopo una seduta quanto mai tesa il testo è passato con l’approvazione di 277 deputati e il voto contrario di altri 173 e 4 astenuti (con Bersani e Cuperlo che non hanno votato). A dargli il benvenuto fuori dalle aule parlamentari, prima ancora delle proteste, c’era la cruda realtà cristallizzata oggi dall’Ocse nel suo nuovo report sull’occupazione: dal 2007 a oggi quella giovanile è più che raddoppiata, arrivando a quota 42,7%.

Al di là delle laceranti battaglie tra governo e insegnanti che hanno diviso in questi mesi la platea dei pro e contro riforma della scuola, la domanda principale cui è chiamata a rispondere la legge si confronta con una crescente platea di giovani verso cui si moltiplicano le porte chiuse nel mondo del lavoro.

Al netto del fatto che il mismatch di competenze classicamente inteso – ovvero la distanza tra quelle richieste dal mercato e quelle effettivamente a disposizione dei ragazzi – in Italia esiste ma non certo alla base della crescente disoccupazione (anzi, spesso è il sistema produttivo a non offrire sbocchi all’altezza), questa “buona scuola” quali risposte offre a ragazze e ragazzi che dovranno affrontare un futuro di incertezze?

La prima, forse scontata, è che per quanti coltivano il sogno di divenire a loro volta insegnanti, non si prospettano giorni rosei. Con l’immissione in ruolo di 100mila insegnanti (questo prevede la “buona scuola”, che pure parte con una prima tranche da 36mila posti entro il 15 settembre), non è chiaro quanti e quali spazi rimarranno disponibili.

Gli stessi ragazze e ragazzi, insieme a tutti gli altri, adesso hanno inoltre la certezza che lo Stato – una volta terminato il classico percorso formativo – non crede sia importante garantire agli adulti una formazione costante durante tutto l’arco di vita (lifelong learning, totalmente ignorato dalla riforma), e questo nonostante la platea di quanti non riescono a coltivare durante l’attività lavorativa le competenze acquisite a scuola – ed esponendole così a rapido deterioramento – sia in crescita.

In molti vedono in questa riforma una deriva dittatoriale, concretizzata in un vortice indecoroso che ha già messo docente contro docente, affidando a presidi-sceriffi il controllo delle singole istituzioni scolastiche; altri addirittura suggeriscono la presenza di ombre di incostituzionalità. Per gli strascichi giudiziari c’è ancora tempo, ma con la riforma della scuola è imperativo fare i conti da subito.

«Adesso che è stato approvato occorre leggere con attenzione tutto il testo, ma la “buona scuola” mi preoccupa – commenta per greenreport Vittoria Gallina, responsabile italiana per le indagini Ocse IALS  e ALL, nonché membro del think tank di questo giornale – L’unico aspetto che trovo positivo nell’iter che ha portato alla sua approvazione è stata la fermezza da parte del governo nel rifiutare l’ipotesi di un decreto legge di sanatoria, per l’inserimento a sé stante di 100mila insegnanti in più, senza l’idea che servisse cambiare altro nella scuola. Per il resto ci sarebbe da piangere: nella “buona scuola” non trovo appigli di cultura formativa, orientativa; d’altra parte, chi i grandi piani culturali in passato ha provato a portarli avanti, si è spesso rivelato persona assai pericolosa. Quella della “buona scuola” è comunque una riforma debole, contraddittoria, ma sarebbe stato ancora peggio un decreto per l’inserimento in ruolo di insegnanti trattati come numeri per riempire sedie vuote, da imporre sopra altri numeri (gli studenti) senza alcuna considerazione di tipo qualitativo».

Ora è dunque il momento di provare a rendere il dibattito sulla scuola meno strumentale e più costruttivo, soprattutto da parte del governo: un testo pieno di falle non potrà che affondare, senza cure. È il momento di provare a mettere a frutto quello (poco) che di buono comunque c’è, nella “buona scuola”. Come i margini di flessibilità nei curricoli previsti per gli studenti, che potranno prendersi adesso la possibilità di fare delle scelte, intervenire sulla propria formazione. Dall’altra parte hanno però bisogno di un corpo docente preparato, e una società aperta. È il momento, in definitiva, di fare ciò che in Italia raramente riesce spontaneo: prendersi delle responsabilità collettive.