Con l’avvio dell’anno scolastico l’analisi di Vittoria Gallina, del think tank Ecoquadro

La “Buona scuola” oltre gli slogan: cosa cambia per i protagonisti, gli studenti

Niente per gli adulti, ma il 70% è analfabeta funzionale. La riforma dell’innovazione mancata

[15 settembre 2015]

scuola educazionea apprendimento università

Nel dibattito sulla “Buona scuola” i protagonisti sono stati governo, professori, sindacati. Quali potranno essere, piuttosto, le ricadute della riforma sui primi protagonisti della scuola, gli studenti?

«La questione mi pare un po’ più complicata di come è posta nella domanda, messa così infatti la risposta è che per gli studenti non cambierà nulla. Nel confuso, agitato e drammatizzante accavallarsi di notizie di questi giorni si è capovolta la prospettiva contenuta nel Ddl e poi nella legge approvata: legare l’operazione di immissione in ruolo del personale a un cambiamento della scuola. Formalmente il governo su questo punto ha tenuto e ha evitato che venisse approvato un secco decreto legge di immissione in ruolo, ma incertezze, ambiguità, omissioni, marchiane contraddizioni, soprattutto assenza di una proposta  culturale, si evidenziano proprio ora che i giornali denunciano il disagio di chi si dovrà spostare, mentre nello stesso tempo si conferma la stessa scuola di sempre, fatta di orari, discipline rigide, canalizzazione precoce… al di là della retorica sui bisogni dei più deboli, sul problema della dispersione e altri ancora.

Quello che oggi occupa l’attenzione di tutti è il disagio del personale che dovrà cambiare sede; per carità non parliamo di deportazioni, ma teniamo conto della condizione di una categoria mortificata da miopi provvedimenti palliativi che per moltissimi anni non hanno premiato né promosso professionalità e ricerca, tanto da far scoprire nei discorsi di alcuni docenti che “nella scuola precario è bello, o forse no, ma sicuramente comodo”, mentre non stupisce il totale silenzio dell’accademia, dell’associazionismo professionale e del sindacato, che ha grosse responsabilità in relazione alle sciagurate politiche delle graduatorie  e dei punteggi. Silenzio che denuncia l’incapacità di proporre e sostenere l’innovazione di cui la scuola italiana ha avrebbe assoluto  bisogno. Anche gli studenti, al di là della ripetizione degli slogan delle varie opposizioni, non hanno espresso nulla. Al solito hanno protestato contro i test invalsi, soprattutto al Sud, ma non sembrano neanche interessati a quel poco di novità che potrebbe essere introdotto dalla programmazione triennale dell’offerta formativa e da una certa flessibilità degli organici dei docenti; tutto questo potrebbe essere occasione per introdurre contenuti e modalità nuove e più efficaci di fare scuola, che potrebbe vedere gli studenti responsabilizzati e protagonisti. Sembra strano, ma è proprio su questi aspetti che, finora, gli studenti tacciono».

La “Buona scuola” aiuta a conciliare la formazione scolastica con le competenze richieste dal mondo del lavoro? Oppure ritiene più utili approcci alternativi?

«Si possono inventare marchingegni istituzionali di vario genere, che pure nella “Buona scuola” sono assenti o solo vagamente accennati. Ma se non si costruisce un percorso di studio di 10 anni obbligatorio veramente orientante  al lavoro e/o alla prosecuzione degli studi e non si offre agli studenti la opportunità di fare scelte di studio e di apprendimento, non solo teorico, in vista del futuro  impegno nella società, i valori formativi di esperienze anche precoci di lavoro restano lì, come le gite scolastiche. Al di là delle parole la scuola italiana continua a restare un corpo separato, che difficilmente forma alla assunzione di responsabilità individuali e collettive. Non si tratta di approcci alternativi, ma di aprire la scuola e di favorire una continuità di confronto tra società, e quindi luoghi di lavoro, e luoghi specificamente dedicati all’apprendimento».

La “Buona scuola” si concentra sugli anni della formazione obbligatoria, ma ignora la dimensione di un Paese che ha il 70% degli adulti etichettati come analfabeti funzionali. Quali crede siano le principali conseguenze di questa condizione, e quali i possibili interventi?

«Dalla pubblicazione della prima indagine internazionale dell’Ocse sulle competenze alfabetiche funzionali della popolazione adulta (erano gli ultimi anni del secolo scorso) fino alla più recente indagine Piaac, lo scenario è sempre lo stesso: un po’ di titoli di giornali, qualche commissione interministeriale… poi il tutto tace. La finanziaria del 2007, stabilendo la scolarità obbligatoria di 10 anni, prevedeva anche l’istituzione dei Cpia – Centri provinciali per l’istruzione degli adulti – ma fino all’anno scolastico  2014-15  non ne è stata avviata l’attuazione che, del resto, non pare porti elementi di novità rispetto ai vecchi centri territoriali Cpt; la legge Fornero del 2012 riconosce il diritto alla formazione permanente e continua, ma al di là dell’attivazione di tavoli e confronti tra ministeri, enti locali, associazioni di volontariato, parti sociali, non si è andati molto avanti. La “Buona scuola” su questo tace, salvo rimandare a una o più delle numerose deleghe. Al solito belle parole sull’apprendimento per tutta la vita e carenza di idee, di strumenti operativi e anche purtroppo di volontà politica».