La Cia mette in guardia sulle nuove forme di colonialismo: un focus sul land grabbing

[21 giugno 2013]

Il neo colonialismo economico del terzo millennio si chiama land grabbing, cioè la sottrazione ai popoli locali del Sud del mondo di terra e diritti acquisiti da parte di investitori stranieri, soprattutto multinazionali (ma anche governi e fondi di investimento). Al fenomeno, che negli  ultimi anni ha assunto dimensioni impressionanti, la  Cia ha dedicato l’apertura della VII Conferenza economica di Lecce con l’anteprima del documentario del giornalista Francesco De Augustinis e la lettura dell’attrice Maria Amelia Monti sul land grabbing.

«E’ immorale fare affari e speculazioni sul cibo togliendo risorse e nutrimento ai Paesi poveri», ha affermato la Confederazione italiana agricoltori, che nell’occasione ha fornito i numeri principali del fenomeno. Nell’ultimo decennio, secondo l’International Land Coalition, sono stati venduti, affittati o concessi in uso a 40-50 e fino a 99 anni ben 203 milioni di ettari, oltre 20 milioni l’anno: vuol dire una superficie pari a 7 volte quella dell’Italia, più o meno le dimensioni dell’Europa nord-occidentale. E il primo obiettivo delle negoziazioni è l’Africa, in particolare quella sub-sahariana, che rappresenta con 134,5 milioni di ettari quasi il 50 per cento delle trattative. Seguono l’Asia con il 33 per cento (43,5 milioni di ettari) e l’America Latina (18,3 milioni). Ma una piccola quota, circa 5 milioni di ettari, riguarda anche la campagna europea, soprattutto Romania, Bulgaria, Ungheria, Serbia e Ucraina.

«Alla base di questa “fame di terra”, che diventa oggetto di speculazioni economiche e finanziarie internazionali, c’è prima di tutto la crescita della domanda di cibo, con il suo effetto moltiplicatore sui prezzi delle materie prime agricole- hanno spiegato dalla Cia- Nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a toccare 9 miliardi, un terzo in più di oggi, e per soddisfare la domanda globale di generi alimentari la produzione agricola dovrebbe aumentare del 70 per cento. Ora, se è vero che queste previsioni hanno finalmente portato il tema della sicurezza alimentare nelle agende politiche dei vertici internazionali, come l’ultimo G20 di Parigi, dall’altro hanno scatenato la corsa alla terra in Paesi fortemente importatori.

Paesi ricchi che però non hanno terre coltivabili e acqua (come ad esempio l’Arabia Saudita) o che contano su un’alta densità di popolazione (come il Giappone) o che vedono crescere in maniera esponenziale la domanda interna (come la Cina). Non solo produzione agricola però. Dietro il land grabbing spesso c’è anche il business delle agro-energie: nel 37 per cento dei casi, infatti, a risvegliare l’interesse per la terra c’è la produzione di biocarburanti, cioè i carburanti derivati dalla trasformazione di prodotti agricoli».

Comunque sono i popoli indigeni ad essere fregati attraverso un meccanismo, spiega la Cia, che è quasi sempre lo stesso. In cambio della cessione o dell’affitto di vaste aree coltivabili, i “neo conquistatori” propongono progetti di sviluppo per i villaggi e le comunità, ad esempio sulla salute delle donne, l’educazione dei bambini o per il miglioramento dei redditi degli abitanti. Ma molto spesso non ci sono garanzie e nella maggior parte dei casi i programmi non vengono realizzati. «Il problema resta sempre lo stesso: da un lato, non esistono norme internazionali che regolino e controllino negoziati e contratti, dall’altro spesso i governi locali non coinvolgono i contadini dei villaggi, che si trovano espropriati della terra anche se sono loro a lavorarla- hanno aggiunto dalla Cia- Ecco perché ora è necessario agire a livello mondiale per mettere un freno al land grabbing».

Un passo avanti contro l’accaparramento delle terre è stato compiuto lo scorso anno grazie all’accordo voluto dalla Fao e ratificato a Roma l’11 maggio 2012 da 124 Paesi membri del Comitato per la sicurezza globale, che hanno scelto di adottare le “Direttive volontarie per la gestione responsabile della terra”. «Non sono previste sanzioni, se non morali, per gli Stati e le imprese che contribuiscono al land grabbing, ma per la prima volta sono individuati principi e linee guida ai quali i governi di tutto il mondo dovrebbero ispirarsi per assicurare un più equo accesso alla terra- precisano dalla Cia- Per sconfiggere l’emergenza alimentare e combattere la povertà (su 1,4 milioni di persone che vivono nella povertà assoluta il 70 per cento risiede in aree rurali) bisogna garantire alle comunità locali l’accesso alla terra e anche al credito .

D’altra parte solo un futuro con più agricoltura  può permetterci di affrontare la sfida della crescente domanda alimentare. Solo attraverso politiche globali orientate allo sviluppo produttivo dell’agricoltura (sostenibile ndr) e alla stabilizzazione dei mercati contro le speculazioni sul cibo si può davvero sconfiggere la povertà e sfamare il pianeta», hanno concluso dalla Cia.