La Deep ecology di Hurit e Gannen, a 250 km più a nord di Takotna

La sostenibilità è questione di equilibrio: dall’Alaska a Seregno, un brano provocatorio

[27 settembre 2018]

L’avanzare dei cambiamenti climatici, il progressivo esaurimento delle risorse naturali e il pervasivo degrado ambientale finora collegati allo stile di vita occidentale richiamano alla necessità di un mutamento culturale profondo nel nostro modo di approcciarsi alla vita planetaria di cui facciamo parte. Una necessità che procede però talvolta per paradossi e salti logici. È più sostenibile un nativo americano che – inserendosi in una tradizione millenaria – uccide un caribù per procurare cibo e vestiti necessari al suo sostentamento e a quello della sua famiglia, o un moderno consumatore di tofu racchiuso tra le proprie 4 mura di casa (magari con riscaldamento autonomo)? Proponiamo di seguito un provocatorio e immaginario – ma verosimile – racconto breve, con un’unica morale di fondo: perseguire la sostenibilità, con equilibrio.

Hurit è una nativa di origini algonchine. Vive 250 km più a nord di Takotna in Alaska. Ha tre figli, due femmine, Nadie e Kimi, e un figlio maschio, Ahiga. Con lei c’è suo marito, Gannen, di origini francesi e nato in British Columbia. Kimi è grande e lavora in un supermarket ad Anchorage. Sono in quattro, quindi, a condividere un vecchio lodge di cacciatori di pellicce, restaurato alla bisogna.

Gannen ha cacciato un caribù per avere, oltre ai pesci già pescati, le scorte di proteine per affrontare l’inverno. Gannen ha anche sparato a un lupo grigio che aveva preso per la gola Zack, il vecchio capomuta dei cani da slitta. Hurit, per le sue figlie, mantiene la tradizione indigena. Lei ha ancora gli abiti di pelli che sua madre aveva preparato per lei nel passaggio alla maggiore età. Adesso con le pelli conciate del caribù e del lupo può preparare dei comodi abiti per le sue figlie. Abiti che le terranno calde ed asciutte e che potranno durare decenni. E quando saranno lisi diventeranno prima altro, pezzi per le slitte, legacci in cuoio, manici per le canne da pesca. E chissà quando, infine, rimarranno sostanze organiche pronte a tornare in natura. Anche del caribù non si butta nulla. Le sue interiora, ad esempio, diventano la trama delle racchette da neve. Di legno di frassino e betulla il telaio, di budellino la superficie intrecciata per non affondare.

Nelle lunghe sere d’inverno, con l’aurora boreale che decora il freddo cielo stellato, Hurit tramanda, con fiabeschi racconti, tutte le tradizioni che hanno consentito per secoli, agli algonchini di vivere nella natura solo con ciò che questa generosamente dona. Nella breve estate artica, Hurit, impegnata in qualche magra coltivazione e veloce nel raccogliere tutti i prodotti vegetali che la terra sovrastante il ghiaccio perenne è in grado di offrire, vende oggettini tipici a rari turisti, costruiti pazientemente nel lungo inverno. Gannen, dal canto suo, accompagna quei pochi cacciatori che ottengono la licenza dal Game department. I pochi soldi ottenuti servono per qualche compera in città e per mantenere il carburante e la manutenzione del quad che consente loro gli spostamenti sull’impervio terreno della tundra. Gannen ha anche una motoslitta per le emergenze, qualora ci fossero problemi ad usare la slitta con i cani: hanno due figlie, e dunque la responsabilità di provvedere ai loro bisogni. Anche quella di affrontare un lungo viaggio per una qualsiasi necessità non altrimenti rimediabile.

Nel loro lodge, al centro, c’è una vecchia stufa, e l’unica tecnologia è rappresentata da una radio ricetrasmittente, che permette a loro di rimanere in contatto con il mondo esterno. Togliendo la carabina di Gannen, la radio, la motoslitta e il quad, che corrispondono un minimo di sicurezza soprattutto per le ragazze, più che una mera “comodità”, la loro famiglia potrebbe essere inquadrata nello stesso contesto naturale anche di diversi secoli addietro.

Senza la polvere da sparo, la benzina e le batterie alimentate dalle celle solari, la famiglia di Hurit non avrebbe di che inquinare il mondo, né userebbe risorse non rinnovabili, né sfrutterebbe oltremisura risorse rinnovabili. Rasenta, cioè i minimi strutturali della “Deep ecology”. Eppure, qualcuno potrebbe giudicarli male. E infatti è Fabiana a giudicarli male. Fabiana non si è laureata. Ha quarantanove anni e vive, vicino Seregno, a casa con la mamma anziana e un cagnolino sterilizzato salvato dal “lager” del canile municipale. Lavora con contratti a termine per una cooperativa sociale. È separata e non ha avuto figli. È vegana. Dapprima era solo vegetariana, ma poi ha capito la sofferenza del mondo animale e ha deciso che l’uomo non ha il diritto di togliere la vita a nessun altro essere senziente. Fabiana è fervente attivista. Partecipa a campagne contro l’inquinamento, a cortei, manifestazioni, raccolte di firme. Anni fa aveva, con l’aiuto della madre, realizzato a maglia un corpetto per i pinguini colpiti dalle maree nere di petrolio. Non era ben chiaro come e chi potesse infilare questi corpetti tutti colorati ai pinguini. Né quanto potesse durare un corpetto infilato ad un pinguino. E nemmeno se ciò potesse essere un bene o un male. Ma la cosa era sponsorizzata da una Ong, dunque non poteva essere cattiva.

Una volta, Fabiana, ha anche partecipato a un flash mob contro le pellicce. Aveva cosparso di tempera rossa la sua pancia e il suo seno nudo. Aveva mostrato a sé stessa che la nudità serviva a manifestare il proprio pensiero in maniera creativa.

Fabiana indossa le Birkenstock con lunghe casacche di cotone a tintura naturale. Le compra ad i mercatini del commercio equo e solidale. Fabiana ha il suo smartphone che usa per condividere le campagne animaliste. Fabiana, per inquinare di meno, ha subito sostituito le vecchie lampadine con quelle a led. Ha anche una nuova Toyota ibrida. È così che si salva l’ambiente, dice.

Ma Fabiana non sa cos’è la columbo-tantalite. Non sa quanto costa, che mercato infernale e criminale c’è dietro e quanta ne è necessaria per le lampade a led, per il suo smartphone, per il suo tablet che porta sempre con sé nelle varie manifestazioni e conferenze stampa. Non sa nemmeno quante sostanze chimiche e quanta energia, mai pulita, occorrono per produrre la sua auto e per mantenerla in esercizio. Né quante risorse non rinnovabili vengono erose. Figuriamoci preoccuparsi di cosa succederà quando dovrà essere smaltita. E, così, allo stesso modo, quando avranno terminato la loro breve vita tecnologica le lampade a led, lo smartphone, il tablet.

Fabiana d’inverno usa dei maglioni di pile tutti colorati. Ed indossa un piumino, sintetico però: altrimenti povere oche! Fabiana disegna. Fa tanti bei quadri naïf con uomini ed animali tutti sorridenti, con l’aureola, come in paradiso su nuvole colorate e variopinti palmizi. Fabiana ha anche provato a dipingere l’aurora boreale. Ma non ammetterebbe mai che un povero caribù venga ucciso e mangiato e che ci si vesta con le sue pelli. Ormai ci sono le giacche a vento. E il povero lupo! Che colpa ne aveva se nel suo territorio c’era un capomuta che lo ha osato sfidare? Come si può fare una cosa del genere? E come si può fare un abito con la pelliccia di un lupo? Fabiana acquista, nell’apposito reparto del supermercato, gli hamburger di soia e il tofu, che poi prepara velocemente al microonde. E a colazione prende il latte d’avena. Fabiana dorme e sogna di dipingere un quadro in cui si rappresenta in paradiso anche lei con l’aureola, con tutti i suoi amici animali. Buonanotte Fabiana. Con le tue convinzioni stai contribuendo, come tutti noi, a danneggiare ed estinguere le risorse naturali in cui potrebbero ancora vivere per secoli ancora tante Hurit con tanti Nadie, Kimi, Ahiga e Gannen.

nota: nella lingua algonchina Hurit significa “bella”, Nadie “saggia”, Kimi “segreto”, Ahiga “colui che combatte”