La speranza (e l’incubo) dell’immortalità si riaffaccia sulla specie umana

La fine del topo dopo l’illusione della vita eterna

Ricercatori Usa modificano il gene di un roditore allungandone la vita del 20%

[30 agosto 2013]

Per noi italiani  che già occupiamo i primi posti nel mondo per quanto riguarda la speranza di vita alla nascita – con gran dispiacere per le casse della previdenza sociale –, la notizia appare ancora più succulenta: negli Stati Uniti, gli sforzi congiunti di 18 ricercatori hanno dimostrato che basta modificare un gene in un topo per permettergli di allungare la sua breve vita del 20%. Tradotto nell’asse del tempo umano, si tratta di un prolungamento di circa 16 anni per gli uomini, e ancora di più per le donne.

La scoperta del topo Matusalemme, pubblicata su Cell reports, ricorda promesse e speranze che si rincorrono nella fantasia umana dalla notte dei tempi in modo più o meno scientifico (chi si ricorda la promessa di Silvio Berlusconi di innalzare la vita media degli italiani a 120 anni?). «Il male che più ci spaventa, la morte – affermava Epicuro –  non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi». Questa massima del grande filosofo greco non ha mai conquistato l’umanità, e la nostra specie conserva un’atavica paura della morte che con il passare dei secoli cerca di lenire tramite le conquiste scientifiche.

Quest’ultima, dal titolo Increased Mammalian Lifespan and a Segmental and Tissue-Specific Slowing of Aging after Genetic Reduction of mTOR Expression, con onestà intellettuale mantiene le proprie premesse soltanto a metà. Innanzitutto intervenire sulla genetica di un topo non equivale a un’operazione su quella umana; inoltre, il longevo roditore – precisano i ricercatori – non è arrivato al massimo della forma alla sua venerabile età. Il gene, identificato come ‘mTOR’, una volta modificato dal team di ricerca ha sì prolungato l’esistenza del topo, ma ha anche «creato uno squilibrio invecchiando o preservando, in maniera diversa, i tessuti e i diversi organi. Si è così ottimizzato – spiega l’Ansa – il coordinamento e la memoria, ma si è anche deteriorato più velocemente il tessuto osseo e si è verificato un forte abbassamento delle difese immunitarie. Il rischio è quello di avere degli anziani che hanno una perfetta memoria, ma sono affetti da una osteoporosi che gli impedisce di muoversi liberamente». Non proprio ciò che si definisce una bella conquista.

Il potere della ricerca non merita comunque di essere frenato, e un lato positivo già lo restituisce: «Questi risultati potrebbero aiutare le terapie guida per le malattie legate all’invecchiamento su specifici organi bersaglio, come l’Alzheimer». Anche il noto geneteista toscano Edoardo Boncinelli oggi sul Corriere della Sera, afferma che «non si può inseguire la longevità per la longevità: la vita guadagnata deve essere degna di essere vissuta», ma l’interesse del grande pubblico rimane concentrato sul sogno dell’immortalità che s’avvicina. Un desiderio legittimo, ma contro al quale – fortunatamente – rimane impensabile per il momento che l’umanità vada a sbattere.

Perché lo schianto, è bene ricordarlo, sarebbe fragoroso. Nonostante una Guerra Mondiale (la seconda) e un’infinità di conflitti ed epidemie minori, la popolazione umana è passata in meno di un secolo dai 2,7 miliardi di individui del 1930 ai 7 miliardi attuali, con un incremento pari al 30% nei soli paesi più ricchi. Le ultime previsioni Onu intensificano l’iperbole, arrivando a ipotizzare una popolazione di 11 miliardi di anime all’anno 2100.

Da qualche secolo a questa parte il concetto di limite si è fatto sempre più sfumato all’interno della civiltà industrializzata, fin quasi a sparire. Già adesso, l’umanità consuma in soli 8 mesi le risorse che la Terra mette a disposizione per un anno intero. Per soddisfare il modello di vita italiano senza andare in rosso col budget ecologico del Paese servirebbero già adesso 4 Italie. Sembra quasi superfluo osservare come mirare ad aumentare tramite interventi genetici la vita media di una popolazione già anziana sia affascinante ma eticamente discutibile, e sicuramente insostenibile.

L’immortalità non fa per un pianeta finito, dai confini e risorse limitati come la Terra, ma sembriamo proprio non volercene accorgere. Anziché aspirare a quella vita buona cui tendevano i classici senza aver i mezzi per raggiungerla, adesso che le risorse economiche e tecnologiche non ci mancano preferiamo continuare a spingere i mezzi oltre i limiti, ma tralasciare i fini del progresso. Così, dai giochi in laboratorio con un topo speriamo di vivere sempre di più, per il momento solo più di cento anni a testa. Poi chissà. Potremmo divertirci ad alzare ancora l’asticella e vedere l’effetto che fa invadere il mondo, rosicchiando e distruggendo. Proprio come i topi.