Il caso del fracking e dell’oro in Romania

La responsabilità sociale di impresa è un bluff delle multinazionali?

[19 febbraio 2014]

La responsabilità sociale di impresa (Corporatesocial responsibility, Csr) da molti è vista come una sorta di ossimoro ed ancora più spesso come uno strumento di pubbliche relazioni, di “socialwashing” delle grandi imprese, piuttosto che un vero e proprio impegno per migliorare la qualità della vita, l’utilizzo efficiente delle risorse naturali o per lo sviluppo sostenibile e il progresso sociale.

Elena Mocanu, press officer del Worldwatch Institute Europa, si chiede: «Allora a cosa serve la Csr? Guardando alle attività di alcune grandi corporations di tutto il mondo, non si può fare a meno di chiedersi perché continuiamo questo dibattito sulla Crs di fronte all’evidenza dei comportamenti dannosi delle imprese, o perché il business ci si aggrappi ancora, nonostante l’incredulità dell’opinione pubblica sulla Crs nelle corporations».

Alla Mocanu interessa soprattutto capire i rapporti di forza squilibrati tra le principali organizzazioni imprenditoriali e della società in generale e per farlo parte da una multinazionale che sfida le norme etiche sia con la sua condotta che con la sua attività operativa: la Chevron, che, d’accordo con il governo rumeno, sta esplorando le risorse di gas di scisto a Pungesti, un piccolo villaggio nella Romania orientale, dove ci sono state forti proteste, appoggiate da altre manifestazioni di solidarietà nella capitale Bucarest ed anche in diverse città dell’Ue, dove la comunità romena ha espresso il suo no al contestato fracking, temendo per l’ambiente, per l’inquinamento dell’acqua e per le emissioni di metano. I manifestanti chiedono che la Romania vieti il fracking, come hanno fatto Francia e Bulgaria, e il movimento anti-fracking rumeno ha fatto fronte comune con “Save Roşia Montana”, una campagna nazionale contro il progetto minerario della Roşia Montana Gold Corporation (Rmgc), il più grande in Europa a prevedere l’utilizzo di cianuro per estrarre l’oro. Una lotta che è diventata il simbolo della resistenza dei romeni contro la corruzione e la distruzione delle risorse naturali e dei servizi ecosistemici.

Così anche gli abitanti del villaggio Pungesti, che protestano da settimane contro il progetto della Chevron, impedendo ai camion di scaricare le attrezzature per avviare le operazioni di fracking, hanno scatenato una protesta nazionale che sembrava aver costretto la potente multinazionale statunitense a sospendere le sue attività nel territorio del villaggio. Ma il premier rumeno Victor Ponta ha inviato a Pungesti la polizia che, con un violento blitz cominciato alle 4 del mattino, ha disperso i manifestanti e consentito ai camion della Chevron di passare, mentre veniva impedito ai giornalisti di accedere all’area dove gli attivisti locali si sono battuti per tutta la notte contro le truppe della polizia, fino a che non sono stati costretti ad abbandonare i loro presidi di protesta. Intanto la e Chevron costruiva una nuova strada di accesso ed erigeva molto velocemente un reticolato intorno all’area delle prospezioni. Che il violento blitz poliziesco contro la piccola comunità fosse stato concertato tra Chevron e governo è apparso immediatamente chiaro a tutti.

Dopo gli scontri, la Chevron, con una notevole faccia di bronzo, ha detto ad un giornalista del Guardian che «La company si è impegnata a sviluppare rapporti costruttivi e positivi con le comunità in cui operiamo e continueremo il nostro dialogo sui nostri progetti con l’opinione pubblica, le comunità locali e le autorità».

La Mocanu allora è andata a cercare un esempio di questo impegno per il dialogo e il benessere sociale decantato dalla Chevron e sul sito web della multinazionale ha scoperto che dichiara di investire circa 1,2 miliardi di dollari per la responsabilità sociale di impresa. «Quindi – scrive la press officer del Worldwatch Institute Europa – tornando al mio precedente ragionamento sulla Csr, ho potuto pormi la questione di come questo funzioni davvero, e, soprattutto, per chi. Per quanto riguarda il “come”, io personalmente credo che in realtà non funzioni, almeno non in modo da accontentare tutti, perché nel processo ci sono troppi compromessi e una corporation non può, infatti, salvare il mondo da sola, tutti devono unire le forze e il cambiamento deve essere di esempio per tutti i protagonisti sociali. Ma penso anche che le corporations non dovrebbero aggiungere altra distruzione ambientale più di quanto già facciano».

Per quanto riguarda il “chi”, la Mocanu spiega che «A patto che i loro bilanci siano in positivo e gli utili siano in aumento, per quanto cinico possa essere l’argomento, vedo vincente solo le corporations. Naturalmente, i funzionari del governo otterranno qualcosa in cambio della loro approvazione a questo accordo e probabilmente la gente del posto riceverà qualche briciola di troppo, ma a lungo andare mi sembra che perderà molto di più. Lo sviluppo economico non può giustificare l’avvelenamento delle forniture idriche e di mettere in pericolo la salute di quelle comunità. O lo può fare?». La perplessità della Mocanu è aumentata leggendo i comunicati stampa della Chevron ed analizzando i suoi impegni di corporate responsibility e la loro attuazione: «Che cosa sono veramente la Csr e la business sustainability?», si è chiesta.

Recentemente, nel saggio “The End of Corporate Social Responsibility”, Peter Flemming (Queen Mary’s University) e Marc Jones (Ashridge Business School) dicono che in realtà quello della Csr è un fallimento che è servito a coprire il dominio delle corporations sul business mondiale. I due fanno un’approfondita analisi delle politiche economiche che hanno portato alla creazione del concetto della Csr nel business management e la loro tesi è che «La “riconciliazione” del Csr con lo scopo della grandi imprese, fare profitti, è più un mito che una realtà provata».

La Mocanu evidenzia un altro aspetto interessante per quanto riguarda l’”egemonia nemica dell’ambiente” delle corporations: «Il loro status di fronte allo Stato nazionale come fonte di regolamentazione, che si riflette nella mancanza di una forte regolamentazione. Le leggi e le norme esistenti in materia di sostenibilità sociale e ambientale sono per lo più di natura morbida, basate sul volontariato da parte delle corporations». Già nella sua tesi di laurea l’esponente del Worldatch Institute sosteneva che «L’emissione di regolamenti sulla sostenibilità dipende, tuttavia, da un processo decisionale multi-stakeholder, dal momento che l’era del comando e controllo non è più una procedura valida nella società odierna e di oggi, e gli attori sociali chiedono un ruolo nella processo legislativo. Pertanto, l’influenza sul comportamento delle corporations dipende in larga misura dalla risposta sociale (ad esempio la società civile, i consumatori, ecc), che dà alle corporations la licenza di operare. La risposta sociale è fondamentale perché riflette l’interpretazione sociale della questione e la creazione del diritto assomiglia ad un processo organico, cresce e si sviluppa lungo le convinzioni della società ed i suoi principi etici».

Nel caso rumeno la risposta sociale si è manifestata con proteste di massa contro i vari progetti che mettono in pericolo l’ambiente e la salute. In un suo precedente intervento “Roșia Montană, More Precious Than Gold” la Mocanu aveva fatto osservare che «Il successo nel fermare i grandi progetti di una big corporate non può essere il principale beneficio sul lungo periodo, ma piuttosto lo sono il dibattito in corso sul vero benessere e forse un cambiamento di mentalità in futuro, l’essere più assertivi sui propri diritti: il diritto alla libertà di parola e di espressione e il diritto alla sicurezza, all’ambiente pulito, sano e sostenibile».

La Mocanu assicura che il suo scopo non è quello di scagliarsi contro quel business che ha almeno un’agenda per la sostenibilità, come dimostra l’ultimo rapporto di Worldwatch Europa “Business Innovation in a Living Economy”, ma di chiarire che «Le compianies, di qualsiasi dimensione non possono guarire da sole i problemi del mondo e che un cambiamento sistemico è cruciale per mandare avanti le cose. Ma un cambiamento di atteggiamento può aiutare molto quei menagers che capiscono e applicano una mentalità diversa al modo di fare business, portando il processo di cambiamento nella loro organizzazione, basandosi sul loro esempio, dimostrando che cambiare le cose in meglio è una questione di volontà e perseveranza». La Mocanu conclude: «Se questo vi suona come la classica storia delle grandi corporation che sono aiutate da governi corrotti a fare enormi profitti a spese dell’ambiente e delle condizioni di vita delle persone, effettivamente potrebbe essere giusto. In poche parole, Roşia Montana (la Montagna Rossa) rappresenta un campo di battaglia dove gli interessi corporativi, sostenuti da politici locali, si oppongono a chi rimane dei pochi residenti di Roşia Montana, sostenuti da decine di migliaia di cittadini in tutto il Paese e da qualche centinaio di migliaia all’estero. La posta in gioco è alta: il prezzo dell’oro viene battuto nelle strade e questo è il suo prezzo reale».