La rivolta “ecologista” in Turchia vista con gli occhi degli ambientalisti

[3 giugno 2013]

Le associazioni ambientaliste turche sono molto attive, ma non brillano certo per consistenza ed influenza, e sembrano sorprese dalla protesta che sconvolge la Turchia e che ha preso il via da una manifestazione spontanea e pacifica di cittadini in difesa del parco Parco Gezi di Piazza Taksim, dove si vorrebbero abbattere centinaia di alberi per costruire l’ennesimo centro commerciale, che in cambio della distruzione di uno dei rari spazi verdi rimasti “donerebbe” ad Istanbul l’ennesima moschea ed un teatro.

La sorpresa si è però trasformata subito in impegno, anche se la presenza delle associazioni ambientaliste nelle grandi manifestazioni è praticamente invisibile. Il Wwf Türkiye sostiene le manifestazioni per il parco Gezi e chiede al governo di «Rispettare e preservare l’habitat naturale di Istanbul».
Tolga Bastak, direttore del Wwf turco ha detto: «Manifestare per il Taksim Gezi Park significa assicurarci un futuro nel quale le persone vivano in armonia con la natura. Istanbul è a corto di fiato. Non abbiamo bisogno di altri centri commerciali, ma abbiamo bisogno di più parchi e spazi verdi in questa città. Dal momento che le decisioni di investimento in corso si concentrano sui profitti economici a breve termine, questo distruggerebbe l’ultimo parco che resta nel cuore della città. Stiamo distruggendo i beni culturali e naturali che rendono Istanbul una città viva. Bisogna fermarsi. Dobbiamo sostenere una vita sostenibile che sia in armonia con la natura e, nel rispetto di tutti è giusto difendere il bisogno umano fondamentale di spazi naturali, oltre la ricerca incontrollata di progetti insostenibili. Il problema non può essere risolto piantando nuovi alberi. Si tratta dei beni comuni di Istanbul, dei suoi vecchi alberi».

Secondo il Wwf Türkiye, «La natura in Turchia è di fronte a minacce mai viste dalla fondazione della Repubblica» ed il Panda turco «E’ molto preoccupato per le più recenti normative e per le decisioni prese ad  Istanbul e in tutto il Paese ed invita il governo a prendere in considerazione l’impatto ambientale e sociale della pianificazione e dell’approvazione dei relativi progetti e politiche».

Su quanto sta accadendo in Turchia è intervenuto ieri con una lunga nota anche Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, che ha scritto: «Il nostro ufficio a Istanbul è stato assediato. È nel cuore di Taksim, dove la brutale repressione della polizia ha cercato di far cessare proteste pacifiche contro la progettata distruzione del piccolo, storico, parco cittadino di Gezi, vicino a Piazza Taksim. Le proteste sono cresciute fino a coinvolgere decine di migliaia di persone, con un sostegno che arriva da tutto il mondo».

La polizia ha lanciato lacrimogeni sul tetto e nell’ingresso dell’edificio che ospita l’ufficio di Greenpeace Turkey e  Naidoo sottolinea: «Non siamo una minaccia, siamo non violenti e stiamo offrendo assistenza medica ai feriti che ne avessero bisogno, che siano pacifici dimostranti o poliziotti con le loro pesanti armature».

Per Greenpeace ormai la questione ha assunto un rilievo internazionale: «Non è più questione di un pugno di alberi in un piccolo parco cittadino, o del progetto di sostituire il parco con un centro commerciale, anche se, fate attenzione,  la fondamentale necessità delle persone di spazi naturali contro la marcia inesorabile dei centri commerciali rimane un fattore importante – dice il direttore di Greenpeace – La brutale repressione governativa che ha permesso a poliziotti corazzati di scatenare, in una nebbia di gas lacrimogeni, una tempesta di proiettili di plastica contro pacifici dimostranti ci porta alla mente le immagini della gente a Piazza Tahrir, al Cairo, o di Occupy Wall Street. Paradossalmente, forse, li ha anche incoraggiati, resi più determinati e ha drammaticamente evidenziato che questa è ormai una lotta per la qualità della democrazia turca. È una lotta per il diritto a protestare pacificamente, per il diritto ad affermare che la natura e le persone vengono prima degli affari di una elite potente e della loro insaziabile fame di profitti».

Naidoo non si nasconde però che la fiammata di proteste che ha sconvolto la Turchia vada ben oltre le questioni ambientali: «La nebbia di guerra, i lacrimogeni che esalano sopra Taksim, celano molte altre questioni, che riguardano la costante erosione delle libertà civili e della protezione dell’ambiente del Governo del Primo Ministro Erdogan. La libertà di parola e il diritto a riunirsi pacificamente sono principi sacri, senza i quali la democrazia non può prevalere. Questi principi devono essere rispettati dalle autorità turche. La violenza contro i dimostranti deve finire!»

Gli ambientalisti hanno subito solidarizzato con chi chiede la protezione del parco e chiedono la fine della brutalità dei poliziotti, e di ogni violenza. Naidoo fa un resoconto di quel che hanno vissuto gli attivisti tirchi di Greenpeace: «Il nostro ufficio è a solo un chilometro dalla piazza Taksim, in Istikal Caddesi, la strada principale di Istanbul. I dimostranti sono scappati lungo Istikal e i poliziotti hanno fronteggiato i dimostranti sotto il nostro ufficio, con lacrimogeni e cannoni ad acqua. In alcuni momenti l’accesso all’ufficio era impossibile, l’aria acre. Il nostro ufficio è stato aperto per tutta la notte e resterà aperto fino a quando ce ne sarà bisogno. Stiamo accogliendo dimostranti feriti ed esausti. Offriamo riparo dalla tempesta e soccorso a chi ne ha bisogno. Molti dottori e medici ci hanno raggiunto per dare assistenza ai feriti. L’atmosfera è tesa ma i nostri attivisti sono determinati e fermi nella loro scelta. Sono, invece, allarmato dall’incapacità dei media in Turchia di coprire correttamente ciò che sta accadendo – per anni sono stati oggetto di oppressione e censura governativa. Ma con i social media, da cittadino a cittadino, peer to peer, le informazioni stanno circolando, le notizie si sentono e si vedono.

Le autorità sono sotto osservazione e la loro condotta viene  condannata. Foto, video e tweet stanno inondando la rete. Centinaia di uffici e attività commerciali hanno aperto i loro wifi all’accesso pubblico, ridicolizzando la pretesa di poter controllare le notizie. Questo, infatti, ha aggirato il tentativo di impedire alla gente di riferire quel che aveva visto, bloccando le reti della telefonia cellulare. Il nostro team in Turchia ci aggiorna costantemente su Facebook e Twitter. Noi speriamo che il nostro staff, i volontari e i sostenitori, siano al sicuro ma allo stesso tempo condividiamo e sosteniamo i rischi che stanno correndo! In momenti come questi noi ci stringiamo ai nostri valori di pace e nonviolenza e ci affidiamo al nostro dovere di portare testimonianza e di entrare in azione».

Greenpeace Iternational chiede dunque al  premier Erdogan  «Di fermare la violenza, di far cessare la brutalità e di cessare la censura sui media per permettere un dibattito pieno su questi argomenti. Il mondo sta guardando. Abbiamo udito il Primo Ministro chiedere, giustamente, pace in altre aree del Medio Oriente. Adesso, deve fare lo stesso a casa sua. Ci appelliamo a lui – conclude Naidoo – affinché non si ripetano i lanci di lacrimogeni e le violenze degli ultimi giorni, gli chiediamo che si ripongano manganelli e pallottole di plastica. La violenza non serve a nessuno. I nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra solidarietà vanno alla gente di Istanbul e al popolo della Turchia. Per favore, ciascuno presti attenzione: cercate notizie su quel che sta accadendo e unite la vostra voce a chi chiede di fermare  le violenze, proteggere il parco di Gezi e difendere il diritto a protestare pacificamente».